Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande Guerra (foto Ottolenghi).
Il 10 luglio 1926 il sindaco, l’avvocato Mario Rossi, aveva emanato il proclama per annunciare la cerimonia, come riportò “Il Risveglio Popolare” del 15 luglio: “Cittadini! Il voto che, da anni, abbiamo formulato di consacrare in degna opera che affermasse e ridicesse ai venturi, il culto e la venerazione nostra per gli eroici concittadini che la morte abbatté sul campo dell’onore nella grande guerra per la grandezza della Patria, sta per essere sciolto!” Domenica, 18 luglio, “inaugureremo il monumento che la nostra concordia ha saputo creare, alla presenza augusta di S. A. R. il Principe di Piemonte”.
Seguivano le disposizioni e il programma del cerimoniale: “I palchi saranno due, uno per il Principe avanti al Monumento, a sera, e l’altro per le autorità ed Associazioni a mattina, dietro e di fianco al monumento (…). S. A. arriverà in automobile e scenderà presso al palco suo. Alle 10 ed un quarto si inizierà la funzione”. Così descrisse l’evento il quotidiano “La Stampa”: “Una enorme massa di popolo, accorsa dai paesi vicini, affollava le vie principali. Verso le 9, nei pressi della caserma Lamarmora e in corso Umberto si ammassarono le camicie nere, i Balilla e le Giovani italiane-canavesane”.
Nella tribuna reale prendevano posto il vescovo di Ivrea, monsignor Matteo Filipello, il sindaco di Ivrea, il prefetto di Torino, Agostino D’Adamo, la signora Benedetta Reycend – Chinaglia, presidente dell’Associazione Madri e Vedove dei Caduti della provincia di Torino, i deputati eporediesi Gino Olivetti e Carlo Alberto Quilico, l’avvocato Giorgio. Anselmi, presidente della Deputazione provinciale, il colonnello Giacomo Abrate, in rappresentanza del comandante del Corpo d’armata di Milano e della Divisione di Novara, lo scultore Pietro Canonica, il presidente del Tribunale Contardo Gazzi, il procuratore del Re, Ugo Alberto, il sotto-prefetto di Ivrea, Giulio Alliaudi, il maggiore dei carabinieri Paglieri, in rappresentanza del gruppo delle Legioni dei carabinieri di Torino, quindi i cappellani militari don Edmondo De Amicis e don Davide Gariglietti.
A fianco della tribuna reale, prendevano posto madri e vedove di caduti, mutilati di guerra, molti podestà dei circondari di Ivrea e di Torino, i presidenti di molti sodalizi patriottici. Alle 10,25, “un fragoroso scroscio di battimani della folla che gremiva il corso Cavour, i balconi e le finestre, e sinanco i tetti delle case, preannunziò l’arrivo dell’automobile che recava il Principe Ereditario”.
Dopo l’accoglienza del principe da parte delle autorità e il deferente saluto del sindaco alla tribuna reale, alle 11, al suono dell’Inno del Piave, fu scoperto il monumento ai caduti battezzato dal suo realizzatore: “La vittoria che porta pace”. Il vescovo Matteo Filippello benedisse il monumento, quindi il Principe scese dalla tribuna per deporre una corona di alloro, soffermandosi in raccoglimento. L’orazione di Salvator Gotta, iniziò con il commentare l’epigrafe: “Ivrea – figlia di Roma – il suo sangue più puro – dato alla Patria – restituito alla gloria di Roma – qui venera in eterno”. Quindi rievocò la storia bimillenaria di Ivrea, piegandola ad uso e consumo di quel 1926: dalla sua prima civiltà donata dall’antica Roma, la città pagava con i suoi caduti il proprio debito di riconoscenza, mantenendosi sempre fedele a Casa Savoia che doveva unificare la Nazione italiana, per portarla domani verso le “Fortune imperiali” d’Africa.
Terminata la cerimonia il Principe, accompagnato dalle Autorità, si recò in Municipio, salutato lungo il percorso da acclamazioni e lancio di fiori. Dal balcone assistette alla sfilata delle camicie nere, dei Balilla, delle scolaresche, delle Associazioni patriottiche, dei podestà del Circondario di Ivrea. Fu omaggiato del libro di Flavio Razetti La Canzone del Canavese pubblicata a Ivrea da Viassone. Verso mezzogiorno, il Principe lasciò la città per Moncrivello per inaugurare il gagliardetto dei Balilla.
Così la descrizione de “Il Risveglio Popolare” del monumento, sempre nel numero del 15 luglio: “Sorge in una aiuola quadrangolare chiusa da cornici di pietra di Oggiono. Su di una larga base a gradini della stessa pietra ben levigata, è il dedalo sulle cui facce (di marmo rosso oscuro di Corna Dafo, Valcamonica) stanno le iscrizioni. Le cornici e gli spigoli del dedalo sono marmo verde cupo di Ponte Valcamonica. Sul dedalo si innalza una splendida colonna corinzia di marmo rosso mandorlato di S. Ambrogio veronese dell’altezza di circa cinque metri. La colonna ha leggere scannellature fino a un terzo dell’altezza, terminanti in una corona d’alloro in bronzo; negli altri due terzi in alto la colonna è completamente liscia. La base attica della colonna ed il capitello corinzio sono in marmo di Botticino, oltre Brescia. Sul tavolato del capitello è posto un trofeo d’armi in grandezza naturale frammisto a rami d’alloro in bronzo. Alla base della colonna dal dedalo esce il rostro di una nave romana in marmo rosso oscuro su cui è posata una Vittoria alata di bronzo in panneggiamenti romani simboleggiante la ricchezza della Vittoria e la maternità della Patria”.
Alto 9,15 metri, fu realizzato dallo Stabilimento Industria marmi di Rezzato (Brescia) del Signor Guido Cavagnino, il medesimo che realizzò la parte architettonica e marmoraria del Monumento di Benedetto XV in S. Pietro a Roma, sempre opera di Pietro Canonica.
Le immagini dell’evento furono immortalate dal famoso fotoreporter torinese Silvio Ottolenghi accreditato agli eventi importanti: nel 1923 l’album dedicato al Principe di Piemonte, nel 1934 la visita di Hitler e Mussolini a Venezia con un reportage di 50 fotografie. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, Ottolenghi fu espulso dal partito fascista, privato delle attrezzature e del mobilio di casa. Fuggì quindi a Milano con la moglie Lidia e la figlia Tina, dove viveva l’altra figlia, Elena. Il figlio, Felice fu catturato a Torino dalle SS nel 1943 e fu ucciso nel 1944 ad Auschwitz. Silvio dopo la guerra tornò a Torino con la famiglia e ricominciò a lavorare. Il monumento “la vittoria che porta pace” resta testimone oggi delle tragedie nostrane della prima metà del Novecento.





