Tenuta Roletto
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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

The drama

Ma oggi la scuola è un ambiente sano? Verrebbe da rispondere: sì certo… È il luogo dove...

8xmille - AL VIA LA CAMPAGNA PROMOZIONALE PER INDICARE LA SCELTA NELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Una firma che vale “più di quanto credi”

L’8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi. Sostiene migliaia di iniziative in Italia e nel mondo

Anche quest’anno è iniziata la campagna della Chiesa cattolica per una firma nell’ambito...

EDITORIALE

Parole e fratture

Non è solo una questione di parole fuori luogo, ma una frattura crescente nel modo in cui...

La firma è un gesto sinodale

ROMA – L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, è vicepresidente della CEI e presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale. Proprio nell’ottica di questo percorso di comunione delle Chiese che sono in Italia, in quest’intervista a cura di Stefano Proietti analizza punti di forza e criticità del sistema dell’8xmille, che ha appena compiuto 40 anni.
Monsignor Castellucci, le Chiese che sono in Italia stanno vivendo il Cammino sinodale, in cui le è stato affidato il compito di presiedere il Comitato nazionale. In questa prospettiva, che significato assume il gesto della firma per l’8xmille?
La firma per l’8xmille è in sé un “gesto sinodale”: chi si sente partecipe della vita della Chiesa certamente firma. Talvolta sento dire da alcuni cattolici – perfino da persone che rivestono un ministero – che non firmano per protesta, ma sono casi che richiederebbero un’analisi a parte. Anzi, sappiamo che firmano anche molti che non si dicono praticanti né credenti, sostenendo la Chiesa e riconoscendo il valore delle sue iniziative in favore della società. Il Cammino sinodale, voluto da papa Francesco e portato avanti da papa Leone, si muove proprio in questa direzione “inclusiva”: cercando cioè di superare barriere verticali che definiscono troppo rigidamente l’appartenenza ecclesiale e creando spazi di collaborazione, confronto e reciproco arricchimento. La firma per l’8xmille equivale a una sinodalità vissuta.
Il sistema dell’8xmille ha compiuto 40 anni. Dal suo punto di osservazione, a che punto sono le nostre comunità nella consapevolezza di questo strumento e di quello delle offerte deducibili?
Il costante aggiornamento che i responsabili del Sovvenire e dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero offrono nelle assemblee della Cei mostra aspetti incoraggianti e altri preoccupanti. Tra i primi: la tenuta del sistema in termini di entrate complessive; alcune esperienza-pilota, in parrocchie e diocesi particolarmente attente e virtuose; la trasparenza con cui viene rendicontato l’uso dei fondi; l’efficace campagna annuale di sensibilizzazione nazionale. Tra i secondi: il calo del numero di firmatari; la scarsa sensibilità di molte comunità, che preferiscono ragionare in termini esclusivamente “locali”; il drenaggio di una consistente parte delle offerte pervenute verso gli Istituti diocesani sostentamento clero, alcuni dei quali riescono a coprire solo una piccola parte dei bisogni, anche a causa di una gestione poco efficiente del patrimonio o di una sua scarsa consistenza.
Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito a un graduale calo della percentuale di chi firma per la Chiesa cattolica. Le cause sono molte e non facilmente sintetizzabili: qual è, a suo avviso, la prima conseguenza da trarre dalla fatica di questo percorso?
Non so se sia la prima, ma di certo una conseguenza da trarre riguarda la necessità di incentivare e rendere ancora più efficace l’informazione. Sappiamo che, anche per un uso distorto dei social, la Chiesa è sempre più nel mirino dei “leoni da tastiera”: si pensi agli importi che la rete attribuisce allo “stipendio” di preti e vescovi, cioè il doppio di quello che è in realtà; e molti ci credono. Pochissimi vanno a documentarsi sull’uso effettivo delle risorse che la Chiesa riceve attraverso l’8xmille e le offerte deducibili, benché sia facile farlo nei siti appositi. Le diocesi, poi, e di conseguenza le parrocchie, talvolta sottovalutano l’importanza della campagna per le firme.
Come si possono rendere le comunità ancora più protagoniste dell’attenzione che attraverso l’8xmille la Chiesa rivolge a tante realtà sul territorio?
Innanzitutto, mostrando le opere che vengono portate avanti e insistendo di più sul far conoscere “in loco” i risultati ottenuti.
A volte le notizie compaiono solo su giornali e siti diocesani e non su quelli “laici”. Uno strumento anche cartaceo (o scaricabile) snello, che annualmente renda conto dell’operato e che sia distribuito nelle parrocchie per la Giornata di sensibilizzazione potrebbe essere utile. So che ce ne sono tanti e che sarebbe facile scaricarli dalla rete ma tante persone, specialmente anziane, non lo fanno. Anche un piccolo dépliant sui progetti internazionali può essere importante.
Che cosa si sentirebbe di dire ai contribuenti italiani che stanno per decidere per chi firmare nella scelta della destinazione dell’8xmille?
Direi che con un piccolo gesto, che non costa nulla, si può contribuire “sinodalmente” alla crescita delle nostre comunità cristiane e civili, al sostentamento dei pastori e alla cura di tante persone che, nel mondo, hanno bisogno di assistenza e promozione.
Per ogni informazione, basta visitare il sito:
www.8xmille.it/come-firmare

Sorpasso del campo largo in cerca di una guida, il destra-centro arretra e paga l’effetto Trump

Per la prima volta, dopo le politiche del 2022, i sondaggi più autorevoli registrano una piccola svolta: il destra-centro scende sotto il “campo largo”, sia nella formazione attuale (FdI, Forza Italia, Lega, Moderati al 42% contro il 46.6% del centro-sinistra), sia con l’ultra-destra del gen. Vannacci (46.1%, ma con l’incognita dei berlusconiani che non accettano l’intesa con i filo-Putin).
L’autorevole sondaggista del “Corriere” Nando Pagnoncelli sottolinea la novità, che conferma il segnale del referendum, e non esclude ulteriori cambiamenti prima delle politiche del 2027. Le guerre interminabili, le drammatiche crisi umanitarie, il caos mondiale con gravi ripercussioni economiche e sociali hanno mutato il contesto politico, sociale, religioso (pensiamo alle incredibili ingiurie della Casa Bianca contro il Papa, apostolo della pace). Il destra-centro paga l’iniziale sostegno a Trump: il più colpito è Salvini, ridotto al 5.8%, la Meloni è tornata al 26% delle Politiche 2022 (aveva raggiunto il 30%), nonostante le recenti prese di distanza dal Tycoon; fa eccezione Tajani, europeista con il PPE, che regge sul 9%.
Potremmo dire che la vicinanza politica con Trump fa danni: in Canada, nell’Ungheria dello sconfitto sovranista Orban, ora nei sondaggi romani. Peraltro l’opinione pubblica italiana critica in misura schiacciante l’autoritarismo della Casa Bianca e la linea “prima l’America”. Questo è il vero problema della Meloni: non basta distinguersi da Trump dopo gli elogi sperticati del recente passato; occorre mettere in discussione l’ideologia Maga, la pretesa della Casa Bianca di dominare il mondo in nome del primato americano, rifiutando il diritto internazionale e la Carta dell’ONU, mettendo sempre in alto gli interessi economici, come se migliaia e migliaia di vittime non valessero più del petrolio.
Fallito il disegno di mediare tra USA e UE, la premier non può oggi pensare ad un’altra operazione analoga tra sovranismo ed europeismo, stretta tra la spinta isolazionista della Lega (come fanno Salvini e Giorgetti sul patto di stabilità) e la tendenza europeista pro-Bruxelles di Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi (parzialmente). La sfida degli Autocrati (Trump, Putin, Xi), l’intransigenza di Netanyahu e degli Ayatollah non si affronta con 27 nazioni europee isolate e autonome, ma con un rilancio politico, economico, sociale del Governo di Bruxelles, cominciando ad abolire il diritto di veto di ogni Paese, come chiedono da tempo Draghi e Prodi, inascoltati.
Incoraggiato dai sondaggi (ma Nando Pagnoncelli ricorda che il 41% di elettori non si pronuncia), il “campo largo” punta sulle difficoltà del governo, sul rischio di recessione economica, sull’inadeguatezza di vari ministri… Ancora manca un’elaborazione programmatica unitaria, essendo in corso le diverse iniziative di Pd e M5S. Il nodo gordiano da sciogliere resta lo scontro per la leadership tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, ma sta crescendo la candidatura della sindaca di Genova Silvia Salis, area riformista, particolarmente sostenuta dall’elettorato esterno ai partiti del campo largo.
Nell’area riformista c’è molto movimento, interno ed esterno, a partire dall’ex premier Renzi, che punta a costruire la quarta gamba del centro-sinistra (dopo Pd, M5S, AVS) con la progettata “Casa riformista”, che potrebbe inglobare anche la neonata formazione “Più Uno” del professor Ruffini. Contestualmente la componente cattolico-democratica del Pd, guidata dall’ex ministro Delrio, si riunirà la prossima settimana, presente Prodi, per decidere le scelte del 2027: ancora nel Pd, con un programma condiviso e pluralista, o una nuova formazione di centro-sinistra, laica e cattolica, come la Margherita guidata da Rutelli? I nodi da sciogliere con Schlein e Conte sono diversi: europeismo (con la difesa dell’Ucraina dalla permanente aggressione russa), bipolarismo presidenziale o sistema parlamentare pluralista, ruolo dello Stato nell’economia (contro l’iper-capitalismo), difesa dei corpi intermedi, questione giovanile, e, dulcis in fundo, linee etiche condivise su eutanasia, maternità surrogata, tutela della vita, contrasto alla decrescita demografica …
Nel complesso c’è movimento politico nei due Poli, mentre prevale la rigidità nel confronto parlamentare, con il ripetersi di toni da campagna elettorale. Sarebbe auspicabile, soprattutto in politica estera, su pace e guerra, un dibattito costruttivo, pensando agli interessi del Paese, lasciando ai margini le tentazioni dei comizi elettorali.
 

EDITORIALE – Non sono solo parole

Immagine generata con IA
Le querele avviate dalla sindaca di Genova contro chi l’ha insultata sui social indicano il rifiuto netto di considerare “normale” una violenza che da troppo tempo si traveste da opinione. Il risarcimento di 5mila euro da parte di uno degli autori degli attacchi a Silvia Salis non è solo un fatto giudiziario. È un segnale culturale. Ancora di più lo è la decisione della sindaca di destinare quella somma a tre associazioni antiviolenza: un gesto che ribalta il senso stesso dell’offesa subita, trasformandola in azione concreta a favore della collettività. “Trasformerò l’odio in bene” aveva dichiarato, aggiungendo che si tratta solo del primo risarcimento, e che altre somme arriveranno.
Chi usa parole violente non compie un atto neutro. Il linguaggio costruisce realtà, orienta comportamenti, legittima atteggiamenti. Pensare che l’insulto on-line sia meno grave perché digitale è un’illusione comoda, ma pericolosa. Dietro uno schermo si sedimenta una forma di aggressività che poi tracima nella vita reale, alimentando un clima di ostilità diffusa. Chiedere che chi usa violenza, anche verbale, sia punito e debba risponderne non significa comprimere la libertà di espressione, ma difenderla. Senza regole, infatti, la libertà si trasforma in sopraffazione: vincono i più aggressivi, non i più argomentati.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: l’esempio. In un contesto in cui troppo spesso le offese sono archiviate con un’alzata di spalle, scegliere di non lasciar correre rompe un meccanismo consolidato. Non è sete di rivalsa, ma responsabilità istituzionale. È il messaggio che chi rappresenta i cittadini non può accettare di essere bersaglio di un linguaggio degradante, perché così si degrada l’intero spazio pubblico.
Fermare l’emorragia di violenza non sarà immediato. Ma ogni decisione come questa contribuisce a tracciare un confine più chiaro tra critica e insulto, tra dissenso e odio. E in un tempo in cui le parole pesano sempre meno, ricordare che possono avere conseguenze è forse il primo, indispensabile, passo per restituire dignità al confronto civile.

Edizione 7 Maggio 2026

ANNO CVI – N° 18
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