Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

domenica 21 Giugno 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

domenica 21 Giugno 2026

DIOCESI DI IVREA - CONFERENZA / RITIRO PER LA COMUNITà DIOCESANA

UNA MAGNIFICA UMANITÀ

(di Mons. Daniele Salera)

Preghiera – Invitatorio per il giorno di sabato (L. Andrewes) Signore, abbi pietà di noi...

PREVISTO PER FINE GIUGNO IL PELLEGRINAGGIO DIOCESANO AD ASSISI GUIDATO DAL VESCOVO DANIELE

I Francescani a Chivasso e a Rivarolo

Carletti, Bonifacio, la Parrocchia “dei Cappuccini”, una storia che ci accompagna

(di Francesco Mosetto)

Foto: Beato Angelo Carletti Il 26, 27 e 28 giugno si terrà il pellegrinaggio diocesano ad Assisi,...

Caricamento

EDITORIALE – Assimilazione Processo alla parola

Immagine generata con IA
Assimilare significa “rendere simile a sé ciò che inizialmente è diverso; è l’abbandono progressivo delle caratteristiche culturali originarie a favore di quelle dominanti”; “equivale a incorporare un elemento esterno fino a farlo apparire parte naturale dell’insieme riconoscibile come proprio”. “Un individuo è assimilato quando la sua appartenenza precedente perde rilevanza nella vita pubblica”; “significa diventare socialmente indistinguibili dalla popolazione che accoglie; una minoranza adotta lingua, costumi e valori della maggioranza fino a confondersi con essa”. “L’assimilazione culturale si realizza quando usi, simboli e riferimenti identitari vengono sostituiti da quelli della società ospitante”; “rappresenta il grado massimo di adattamento di un gruppo minoritario”; “è il superamento delle differenze culturali attraverso la convergenza verso una cultura comune”; “richiede che il nuovo arrivato modifichi i propri comportamenti per adeguarsi alle aspettative della società di accoglienza”.
Dalle sue stesse definizioni, l’assimilazione appare meno come un percorso di cittadinanza e più come una progressiva evaporazione delle differenze.
Come si misura il momento in cui essa sarebbe compiuta? Attraverso la lingua, le abitudini alimentari, le convinzioni religiose, i riferimenti familiari, il nome, l’accento? La memoria delle proprie origini?
La storia insegna che nessuna società è mai stata culturalmente omogenea; le identità nazionali stesse sono il risultato di stratificazioni, contaminazioni, incontri e conflitti protratti nei secoli. Pretendere che una persona possa essere completamente assimilata significa immaginare una cultura statica, perfettamente definita e immutabile, alla quale conformarsi. Ma una simile cultura non esiste. Persino le definizioni più favorevoli all’assimilazione riconoscono che si tratta di un processo lungo, incompleto e raramente totale.
Quelle più critiche osservano invece che l’obiettivo è irrealistico, perché l’identità umana non è una lavagna da cancellare per riscriverla da capo. Alla fine, il problema non è soltanto etico o politico. È semantico. Se assimilare significa diventare uguali, allora l’assimilazione completa non è un progetto di convivenza: è una finzione teorica che nessuna definizione riesce davvero a rendere praticabile nella vita reale.

Vendette mancate e tradimenti sfumati (di Andrea Tiloca)

L’attento lettore ricorderà la storia del giovane Remo, il quale essendo stato allontanato da un suo coetaneo di Brosso mentre invitava al ballo una giovane e graziosa signorina, decise di vendicarsi quando questi venne a trovare una delle sue morose a Vico [n.d.r.].
Avendone studiato gli orari e gli itinerari, lo attese nascosto dietro la fontana che si trova in Piè di Vico, all’angolo tra via dei Martiri e via 13 marzo 1821 e, giocando di sorpresa, visto arrivare nel buio una sagoma maschile, si tolse la giacca, gliela gettò in testa e iniziò a percuotere sonoramente il malcapitato preso di sorpresa. Infine, ripresa la giacca, scappò col favore delle tenebre. Ma le tenebre gli avevano giocato un tiro mancino. Il giorno seguente, a pranzo, sentì la madre che raccontava incredula al marito che aveva sentito in negozio che la sera prima qualche malandrino aveva teso un agguato al povero segretario comunale, malmenandolo brutalmente. A Remo si gelò il sangue nelle vene e fu rassicurato solo dopo aver sentito che la madre continuava dicendo: “Purtroppo non ci sono testimoni e il segretario non ha riconosciuto l’aggressore.”
Remo non raccontò mai alla mamma, neppure anni dopo, di essere stato l’involontario protagonista di quella sciagurata aggressione. Egli, nei primi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, venne dato per disperso in guerra, ma la madre non volle credere che non l’avrebbe più visto e continuò a dire alle sorelle che un giorno avrebbe sentito nuovamente in cortile l’inconfondibile fischio che lui faceva ogni volta che tornava dal lavoro. E poche settimane appresso così avvenne.
Si diceva prima che i rivali vichesi, con animo screanzato, definissero i brossesi come persone scimunite e perciò raccontavano storielle inverosimili come quella di aver posto un enorme lenzuolo che dalla punta del campanile di Brosso giungeva a terra, il quale ogni sera veniva tagliato appositamente, per cui i brossesi si incantavano ad ammirare la loro torre campanaria che, secondo loro, diventava sempre più alta poiché il lenzuolo si accorciava, oppure come la storia del brossese che, dopo aver fatto fieno tutta la mattina, si era coricato nel prato per riposare. Il riposino era durato piuttosto a lungo e quindi alcuni compaesani gli si erano avvicinati per capire cosa succedesse e uno di loro, osservandolo bene, concluse che era sicuramente morto. Discutendo, decisero di riportarlo a casa sua ma si posero la questione su quale fosse la strada più corta, al che il ragazzo, steso e fino a quel momento inerte, si sollevò seduto e disse “Mah, quando ero vivo passavo per la Bora doo Curiglio, ora che sono morto però fate come meglio credete”, poi si stese nuovamente e fu infine condotto a casa a spalle per la strada da lui indicata.
Un triste racconto, vero questa volta, riguarda una certa Ugolina, gestrice della locanda Corona Grossa di Vico, la quale innamoratasi di un giovane siciliano, avventore per un certo periodo del suo albergo, decise di seguirlo nella sua terra per sposarlo. Presero gli accordi che lui sarebbe partito prima e lei lo avrebbe raggiunto in un secondo tempo, dopo aver sistemato alcuni affari. Il ragazzo partì dal porto di Genova alla volta di Catania con molti bauli, alcuni dei quali contenevano anche il corredo di Ugolina, ma non arrivò mai nella sua terra perché la nave colò sciaguratamente a picco durante il tragitto. Ugolina rimase quindi a Vico a lavorare nel suo albergo e insegnò il mestiere anche a Tonino, il figlio di suo fratello, che poi gestì per anni l’altra Locanda detta dell’Universo.
Terminerei con un racconto più leggero e anche un po’ pungente. Sempre a Vico, un sedicente casanova sposato con prole, faceva una corte spietata ad una signora anch’essa maritata. Questa lo aveva sempre rifiutato finché, estenuata, un giorno rispose “Va bene, mi concederò a te, ma a patto che tu mi regali una toma intera”. L’uomo accettò e chiese dove e quando avrebbero potuto incontrarsi per consumare il rapporto. Lei rispose: “Dopo-domani notte alle dieci nell’arian del forn” (ossia nello scannafosso presente tra la costruzione che ospitava il forno pubblico e la proprietà vicina).
L’astuta donna ebbe tutto il tempo di avvisare la moglie del suo spasimante e di proporle di tendergli un tiro mancino, ovvero di andare lei stessa all’appuntamento, tanto, le disse: “È notte, lì è buio pesto, non si accorgerà che sei tu e non io. Sta a te essere astuta e non farti riconoscere”. La moglie accettò.
La sera in questione l’uomo si recò all’ora prestabilita nel luogo convenuto e trovò delle dolci braccia femminili ad attenderlo. Queste lo avvolsero in un morbido abbraccio e i due consumarono. Al termine del “convegno amoroso”, come si definiva all’epoca, l’uomo espresse tutta la sua soddisfazione asserendo di non aver mai provato una sensazione simile a quella sera in vita sua. Consegnò la toma e andò a farsi un bicchiere alla Corona Grossa.
Il giorno seguente a pranzo la moglie mise in tavola la polenta e incominciò a tagliare delle generose fette di toma per lei, per i suoceri e per i figli, esagerando alquanto come non faceva mai anche a causa della proverbiale avarizia del marito che controllava ogni spreco. Fu a quel punto che l’uomo batté un pugno sul tavolo chiedendo alla donna se fosse impazzita a fare delle porzioni tanto abbondanti, e continuò dicendo che lui lavorava alacremente per portare il pane in tavola mentre lei stava a casa a oziare e si permetteva anche di sprecare. La donna, con tutta calma tagliò un’ultima enorme fetta, la porse al marito dicendo: “Tranquillo, questa la offro io. Sai l’ho guadagnata ieri sera con un lavoro che ho fatto nell’arian del forn. Una sensazione mai provata, credimi.” e lo abbracciò alla stessa maniera della sera precedente.
Presumo sia calato un gelido silenzio.

Il patrono sconosciuto di Palermo (di Filippo Ciantia)

Ci sono stati due momenti che rimarranno indimenticabili nel viaggio di Papa Leone XIV in Spagna.
L’8 giugno, incontrando i membri del parlamento, il Papa ha richiamato il primo romanzo moderno europeo, il Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che “la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini”. Subito dopo ha evocato il contributo decisivo del movimento filosofico, teologico e giuridico che si sviluppò, quale culmine del pensiero occidentale, nel XVI secolo presso l’università di Salamanca: “Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”.
Pochi giorni dopo, a Las Palmas de Gran Canaria, Papa Prevost ha affermato che “ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore […] Cari migranti voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”.
Recentemente, visitando una comunità di suore comboniane a Brescia, mi aveva colpito un’icona di San Daniele Comboni che spiccava su una parete della sala da pranzo. In essa, quattro figure accompagnano il volto del santo: alla tradizionale “santa triade” devozionale (Gesù e il Suo Sacro Cuore, la Madonna e San Giuseppe) si accompagna, in basso a sinistra, un quarto personaggio. Si tratta di San Benedetto il Moro (1524-1589), sconosciuto compatrono di Palermo e contemporaneo del periodo d’oro dell’università di Salamanca.
Francescano laico siciliano, figlio di schiavi africani, era conosciuto come il “santo nero”. La sua figura esercitava un forte richiamo simbolico: di origine africana, povero, analfabeta, ma riconosciuto dalla Chiesa per la sua santità e sapienza. Considerato santo già in vita, il suo culto si era subito diffuso soprattutto in Sicilia, in Spagna e nell’America Latina, dove era venerato come protettore degli africani e dei discendenti degli schiavi.
Il “pensiero di Salamanca” non è solo una elaborazione filosofica e teologica, ma nasce dall’esperienza della santità nella chiesa. Ogni uomo e ogni donna, indipendentemente dall’origine, dal colore della pelle o dalla condizione sociale, sono creature di Dio chiamate alla santità: ed è ciò che è accaduto e accade veramente.
Il “santo nero”, segno profetico della dignità e della vocazione dell’Africa, richiama il sogno di San Daniele Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

Contàti uno a uno: il Vangelo che libera dalla paura – Commento al Vangelo di domenica 21 giugno

“Non abbiate paura”. Tre volte Gesù pronuncia queste parole, come a voler sciogliere un nodo antico che stringe il cuore dell’uomo. Quali paure portiamo con noi oggi? Forse la paura di non essere abbastanza, di deludere chi amiamo, di un futuro che si fa nebbia. Siamo povera gente impastati di fragilità e tremore. Eppure proprio a noi, a questa umanità ferita, il Signore dice: non temere.
C’è però una paura che Gesù vuole sradicare con urgenza: la paura del giudizio degli uomini. Quanto spesso scendiamo a compromessi per non andare contro corrente? Quanto spesso tacciamo ciò che sappiamo essere vero perché temiamo l’incomprensione o l’isolamento? Quello che ascoltate all’orecchio, annunciatelo dalle terrazze. La Parola non è un segreto da custodire nell’intimo, ma un fuoco da portare alla luce. C’è qualcosa che il Signore ci ha sussurrato nella preghiera e che abbiamo ancora paura di vivere davanti agli altri?
Gesù ci aiuta a rimettere le paure nel giusto ordine. Non nega la sofferenza ma ci indica dove sta il pericolo vero: non nel giudizio degli uomini, ma nel dimenticare Dio. Chi può davvero toglierci ciò che siamo? Nessuna voce umana, nessun fallimento, nessuna notte oscura. Solo noi, voltando le spalle all’Amore.
E allora arriva l’immagine più tenera del Vangelo: i passeri. Due per un soldo, quasi nulla nel mercato del mondo. Eppure il Padre conosce ciascuno di loro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. La nostra storia, le nostre ferite, i nostri errori, le nostre lacrime, niente di tutto questo è sconosciuto a Cristo. Riusciamo a credere davvero che la nostra vita, così com’è, ha agli occhi di Dio il sapore dell’eternità?
Certo, come Pietro, anche noi potremo inciampare nella paura e rinnegare con il silenzio o con la fuga. Ma il Signore non ci guarda come un giudice severo: ci guarda con tenerezza, aspettando che, come Pietro, sappiamo piangere e tornare. Nei momenti in cui stiamo affondando, la mano del Signore è già tesa verso di noi. Siamo pronti ad afferrarla?
Mt 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima;
abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Vacanze sì, ma senza spegnere la curiosità, i bambini non devono smettere di imparare

Foto tratta da Freepik
Il caldo e la leggerezza dell’estate invitano al riposo e al dolce far niente. Tuttavia, la sospensione delle routine e il rifiuto di qualsiasi attività intellettuale, soprattutto da parte dei più piccoli, rischiano di amplificare un fenomeno sempre più osservato anche in Italia: il summer learning loss, ovvero la perdita di apprendimenti dovuta alla lunga pausa estiva.
Si tratta di una riduzione delle competenze che colpisce in misura maggiore i bambini provenienti da contesti socioeconomici più fragili. Un fenomeno che preoccupa, perché il contrasto alla povertà educativa passa anche attraverso la qualità delle proposte offerte durante l’estate, dai centri estivi alle iniziative culturali del territorio. Fondamentale è anche il ruolo dei genitori, chiamati a favorire esperienze che consentano ai figli di mantenere viva quella “consapevolezza del sapere” indispensabile per affrontare il nuovo anno scolastico.
L’apprendimento, infatti, non coincide soltanto con i compiti delle vacanze. Si impara anche attraverso esperienze strutturate vissute in contesti diversi da quelli scolastici, come un corso di cucina o di pittura. E si apprende in modo informale ogni volta che nasce il desiderio di conoscere qualcosa di nuovo; anche preparare una torta seguendo una ricetta può trasformarsi in un’occasione per acquisire competenze utili e trasferibili ad altre situazioni.
È proprio su questo terreno che emergono le differenze tra bambini con opportunità socioeconomiche diverse. Mentre chi appartiene a famiglie più agiate può accedere con facilità ad attività stimolanti e formative, altri rischiano di trascorrere l’estate senza occasioni significative di crescita, semplicemente aspettando che il tempo passi.
Saper cogliere le opportunità offerte dall’estate attraverso iniziative sociali e culturali, condividere hobby e attività in famiglia può fare la differenza; sono esperienze che permettono ai bambini di arricchire il proprio bagaglio di conoscenze e competenze, rendendo più sereno e consapevole il ritorno a scuola a settembre.

Caricamento