Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

domenica 19 Aprile 2026

Reale mutua
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EDITORIALE

Parole e fratture

Non è solo una questione di parole fuori luogo, ma una frattura crescente nel modo in cui...

8xmille - AL VIA LA CAMPAGNA PROMOZIONALE PER INDICARE LA SCELTA NELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Una firma che vale “più di quanto credi”

L’8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi. Sostiene migliaia di iniziative in Italia e nel mondo

Anche quest’anno è iniziata la campagna della Chiesa cattolica per una firma nell’ambito...

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97 I PROGETTI NEL TERRITORIO CHE RICEVERANNO FONDI; PREMIO ULTERIORE A INIZIATIVE SOVRACOMUNALI

Sviluppo e Coesione: 10 milioni in Canavese

A Montalenghe la firma degli Accordi di Collaborazione tra Regione e sindaci

Articolo completo su Il Risveglio Popolare di giovedì 9 aprile. Elenco dei progetti canavesani...

CAPPELLANO MILITARE, DOPO L’8 SETTEMBRE SI RIFIUTÒ DI SCHIERARSI CON I TEDESCHI E I REPUBBLICHINI

Don Tapparo, diari di guerra e prigionia

Saranno presentati giovedì 9 aprile a Ivrea, a cura della Giovane Montagna

Foto: Il tenente cappellano don Ernesto Tapparo, ritratto a Srebreno, in terra dalmata, ai confini...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Lo straniero

Nel romanzo “L’Etranger” (Lo Straniero), Albert Camus scrive: “In fondo non c’è idea...

Meccanici del CNOS-FAP “Custodi del territorio”: grande successo per il clean up a San Benigno

Nella foto: “Gli allievi del primo anno del corso di Meccanica del CNOS-FAP di San Benigno Canavese durante l’iniziativa di pulizia ambientale con i referenti della BioDesign Foundation.”
SAN BENIGNO CANAVESE – Non solo laboratorio meccanico, ma anche cittadinanza attiva e cura dell’ambiente. Gli allievi del primo anno del corso di Meccanica del CNOS-FAP di San Benigno Canavese sono stati i protagonisti, lo scorso 10 aprile, di un’importante iniziativa di tutela ambientale denominata “Puliamo San Benigno Canavese”.
L’attività, nata dalla collaborazione tra l’istituto salesiano, la BioDesign Foundation e l’Amministrazione Comunale, ha visto i 23 giovani studenti (classe 2011) impegnati in un’operazione di “clean up” che ha toccato alcuni punti verdi del paese. Sotto la guida del team leader Marco Rezoagli, i ragazzi hanno ripulito con entusiasmo il Parco Le Colonne e il territorio limitrofo, segnato dall’abbandono di piccoli rifiuti.
La mattinata è iniziata presso l’Istituto con una presentazione introduttiva della BioDesign Foundation, volta a sensibilizzare i futuri meccanici sull’importanza della sostenibilità e del rispetto per il bene comune. Subito dopo, armati di guanti e sacchi, i ragazzi si sono messi all’opera dimostrando lo stesso impegno e precisione che mettono quotidianamente nei laboratori scolastici.
“È fondamentale che i nostri ragazzi imparino fin da subito a prendersi cura del territorio in cui vivono e studiano”, ha commentato il Referente del Centro Salesiano, “Vederli lavorare insieme per il bene del proprio Comune è un segnale di grande maturità e senso civico”.
L’iniziativa ha ricevuto il pieno supporto del Sindaco, della Polizia Municipale e dell’Ispettore Ambientale, a testimonianza del forte legame tra la scuola e le istituzioni locali. Dopo le fatiche della raccolta, la mattinata si è conclusa con un momento conviviale, prima del rientro in aula.
A testimonianza della giornata rimane la foto di gruppo (in allegato): un’immagine che cattura la soddisfazione di una classe che ha scelto di rimboccarsi le maniche per un mondo più pulito, dimostrando che i tecnici di domani hanno a cuore non solo le macchine, ma anche l’ambiente.

Saliunca per Plinio il Vecchio o Keltiké Nardos per Dioscoride Pedaneo, sempre a Ivrea se ne faceva mercato (di Fabrizio Dassano)

Foto: Anonimo, ritratto immaginario di Plinio il Vecchio
Con lo sbocciare della primavera siamo attratti dal risorgere della natura e il pensiero corre a chi studiò o descrisse fiori e piante del nostro territorio. Dell’antichità si ricorda la “Naturalis Historia” o “Historiae Mundi”, opera monumentale che vide la luce nel 77 d.C. e dedicata all’imperatore Tito Flavio Vespasiano. Il suo autore, Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio, nel libro XXI paragrafo “De saliunca” scrisse: “Saliunca folio quidem subbrevi, et quod necti non possit, radici numerosae cohaeret, herba verius quam flos, densa veluti manu pressa, breviter cespes sui generis. Pannonia hanc giguit et Norici, Alpiumque aprica: urbium. Eporedia: tantae suavitatis, ut metallum esse cosperit. Vestibus interponi eam gratis simum”. La traduzione ottocentesca di Lodovico Domenichi, stampata a Venezia da Giuseppe Antonelli nel 1844, ci riferisce la corrispondenza di Ivrea come centro specifico della raccolta e del mercato della Saliunca: [La saliunca è fogliosa, ma corta, e non si può annodare. Sta attaccata a numerosa radice. E veramente si può piuttosto chiamare erba che fiore, ed è ristretta come se fosse stata premuta con la mano: in breve è un cespuglio di specie propria. Nasce in Ungheria, in Baviera, e ne’ luoghi a solatio delle Alpi e nella città d’Ivrea; ed è di si preziosa soavità che ha cominciato a essere posto tra le rendite dello stato, come le cave de’ metalli. Si usa per gentilezza a metterla fra le vesti].
Un altro autore classico, Dioscoride Pedanio, vissuto anche lui nel I sec. d.C. medico, botanico e farmacista greco, divenne celebre per aver scritto il “De Materia Medica”, importante trattato per medicina antica e medievale che restò in uso come testo di riferimento per oltre 1.500 anni. Egli però la nomina come Keltiké Nardos (Nardo celtico o Valeriana celtica).
Sulla confusione dei nomi, il botanico Giovanni Cristofolini ha scritto in: “Nicolò Leoniceno il medico umanista all’origine della Botanica moderna” articolo apparso sul “Notiziario della società Botanica Italiana (n. 4 del 2020): “Una questione intricata è quella di “Nardus celtica” e di una pianta oscura detta “Saliunca”. Il nome “Nardus celtica” è stato usato, dall’antichità al Medio Evo, principalmente per indicare varie specie di Valeriana. Quanto alla “Saliunca”, in Dioscoride è sinonimo di “Keltiké Nardos”. Viceversa, Plinio tratta Nardus celtica e Saliunca in due passi diversi, come due specie distinte. Tuttavia – rimarca Leoniceno – le proprietà medicinali che Plinio attribuisce a Saliunca sono le stesse di Nardus celtica. La descrizione di “Saliunca” fornita da Plinio è nebulosa: “Saliunca folio quidem subbrevi …. herba verius quam flos, densa veluti manu pressa breviterque caespes sui generis” [La saliunca, dalle foglie molto brevi… un’erba piuttosto che un fiore, compatta come se fosse stata pressata da una mano, è come una specie di zolla], tanto da destare il sospetto che egli non l’abbia mai vista in natura ma solo presso qualche speziale (questa ipotesi è corroborata dalla notazione successiva: “…ut metallum esse coe perit” [….ha cominciato a costare come oro]”.
Il dibattito è proseguito nel XVI secolo per apparire chiaro che – prosegue Cristofolini – “cosa Plinio intendesse per ‘Saliunca’, ma pare fondata l’asserzione di Leoniceno che Plinio non sapesse che si trattava della medesima pianta altrimenti nota come ‘Nardu celtica’”.
Se Dioscoride fu un medico e botanico citato con pregio da Dante nel Limbo del IV canto dell’Inferno, Plinio il Vecchio, citato da Dante nel “De Vulgari Eloquentia”, fu uno scrittore, naturalista e militare, nato a Como nel 23 d. C., che giovanissimo si trasferì a Roma. Qui ricoprì cariche civili e militari ma fu sempre insaziabile la sua curiosità di leggere e prendere appunti.
Nel 79 d. C. era comandante la flotta romana attraccata a Capo Miseno, al momento dell’eruzione del Vesuvio non volle abbandonare il comando e morì a Stabia asfissiato dai gas a fuoriusciti dal vulcano che seppellì Pompei ed Ercolano.
Purtroppo andarono perdute tutte le sue opere, se si escludono pochi frammenti, mentre integra ci è pervenuta la grande enciclopedia in XXXVII libri della “Naturalis Historia”.
Secondo gli storici, l’opera seppur frutto di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su 2000 volumi, di più di 500 autori diversi, non avrebbe tuttavia originalità né profondità di idee che si sommerebbe alla mancanza di critica nell’uso delle fonti, spesso in contraddizione. Esaltata nel Rinascimento, l’opera resta oggi una miniera di notizie, anche di carattere politico e morale.
La Saliunca (o Nardo celtico) è una piccola pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Valerianaceæ (o Caprifoliaceæ secondo classificazioni più recenti).
Nota fin dall’antichità, è una pianta fortemente aromatica, utilizzata per le sue proprietà profumate e medicinali. Le radici venivano raccolte, spesso con grande fatica, nelle zone alpine, similmente, nelle zone himalayane per la variante di Nardo indiano/himalayano, con cui condivideva gli usi simili. Le parti pregiate della pianta erano la radice e i fusti che, dopo l’essiccazione, venivano poste a macerare per lungo tempo in olio di oliva o di sesamo, estraendo l’essenza aromatica, creando un unguento profumato che ebbe uno straordinario successo e diffusione nella romanità che la utilizzava sia per profumare ambienti, bagni e vesti, sia che per le sue proprietà mediche.
La piantina, dal XVIII secolo, ha nome scientifico, grazie a Linneo, di “Valeriana celtica L.” e vive ancora in Occidente nelle praterie sassose tra i 1.700 e i 3.000 metri e seppur endemica è oggi rara: la si trova nell’Appennino Centrale e nelle Alpi Occidentali, dalla Liguria alla Valle d’Aosta e pochissimo sulle Alpi Orientali, sconfinando in Svizzera e nel Delfinato (Francia) e sui Pirenei. Fiorisce da giugno ad agosto e raggiunge a stento i 15 cm. di altezza.
Dioscoride Pedaneo raffigurato in una traduzione araba del “De materia medica” del XIII secoloLa Valeriana celtica L. 1753 raffigurata in “Atlas der Alpenflora” (Atlante della Flora Alpina) è un’opera botanica classica del XIX secolo, pubblicata tra il 1882 e il 1884, curata dal botanico austriaco Karl Wilhelm.

Il rosario di plastica blu (di Filippo Ciantia)

Avevo poco più di un anno di vita quando lo scrittore islandese Halldór Laxness fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Ignoravo fino a pochi giorni fa la sua celebrità, quando ha attirato la mia attenzione l’acceso dibattito nel paese dei ghiacciai e dei vulcani circa la trascuratezza che ha portato il sistema scolastico alla quasi totale dimenticanza di Laxness nelle scuole. Narrazione troppo impegnativa, riferita ad un preciso e lontano contesto storico e di lotte ideologiche. Eppure in gioco ci sono temi “caldi” e genuini: l’identità nazionale, la giustizia sociale, la dignità e la libertà individuale.
Tra le righe del dibattito mi ha incuriosito l’itinerario personale dello scrittore islandese che incontrò il cattolicesimo da giovane e vi aderì con passione e dedizione, abbandonandolo per l’impegno politico comunista, fino a diventare un ammiratore dell’Unione Sovietica. Poi ritornò alla fede e, quando Giovanni Paolo II visitò l’Islanda volle incontrarlo. Fu assistito negli ultimi sofferti anni da una suora irlandese che gli regalò una Madonnina di plastica, oggetto di nessun valore artistico e materiale. Eppure monsignor Jakob Rolland che gli impartì l’estrema unzione ricorda lo sguardo pieno di affidamento che il grande scrittore portava su quella povera statuetta, segno per lui del grande Mistero.
Quella Madonnina mi ha ricordato un altro oggetto di plastica di nessun valore materiale, eppure così prezioso per me, anche oggi.
L’amico Emilio è stato ricoverato in una grande RSA per molti anni. Alla domenica mi faceva tanto bene andare a trovarlo e finché è stato possibile discutevamo anche animatamente di molti argomenti che Emilio sapeva rendere sapidi e interessanti, grazie a una buona dose di ironia. Poi la malattia lo costrinse ad un lungo silenzio e ad una sofferta immobilità. Fino a prima della pandemia, nella “bella” stagione, andavamo spesso alla grotta della Madonna di Lourdes per la Messa o una preghiera. Usavamo un rosario di plastica blu che Emilio teneva in camera. Quando gli divenne impossibile pregare davanti alla grotta, mi chiese di appendere quel suo rosario alle mani di Maria.
L’anno scorso Emilio ha smesso di soffrire e dopo il lungo silenzio è entrato in un silenzio più grande. Oggi sono tornato a quella grotta e il rosario di plastica blu era ancora lì, segno di un’amicizia bella e ancora piena di senso e commozione.

Il nostro cuore arde nell’incontro col Signore – Commento al Vangelo di domenica 19 aprile

Due discepoli camminano verso Emmaus con il cuore spezzato.
Si allontanano da Gerusalemme, dal luogo della croce, della delusione, del sogno infranto. Noi, come i discepoli di Emmaus ci allontaniamo, ma da cosa? C’è qualcosa nella nostra vita da cui stiamo fuggendo, qualche delusione che ci fa tenere la testa bassa?
Lungo la strada, parlano tra loro senza davvero ascoltarsi, convinti delle proprie letture, alimentando tristezza. Quante volte facciamo lo stesso: non soffriamo tanto per i fatti, ma per come li interpretiamo, per le aspettative che avevamo costruito e che la realtà ha deluso.
Ed ecco lo Sconosciuto che si affianca. Non irrompe, non impone: cammina accanto, chiede, ascolta. Noi, come i discepoli di Emmaus riusciamo a riconoscere i momenti in cui il Signore ci si fa vicino, magari nei volti di chi ci cammina a fianco?
Gesù li ascolta, poi li riprende con dolcezza e autorità, e apre loro le Scritture. La Parola di Dio non è ornamento: è luce che rischiara le nostre tenebre, che ci aiuta a leggere la realtà con occhi nuovi. A quel punto, i discepoli di Emmaus iniziano a cambiare atteggiamento, modo di essere, non più totalmente chiusi nei loro dubbi. E noi, lasciamo che la Parola di Dio illumini davvero la nostra giornata, le nostre scelte, i nostri dolori?
Quando arrivano al villaggio, i due insistono: “Resta con noi”.
È una delle preghiere più belle del Vangelo. E Lui resta. A tavola, spezza il pane, e i loro occhi si aprono. Lo riconoscono. È vivo! I discepoli di Emmaus hanno incontrato e riconosciuto Cristo con cuore sincero. Noi, quando partecipiamo all’Eucaristia, portiamo davvero con noi il nostro cuore, le nostre fatiche, i nostri pesi? O è diventata un’abitudine vuota? Siamo ancora disposti ad incontrare e riconoscere Cristo?
Subito ripartono, non più verso Emmaus ma verso Gerusalemme, verso la comunità. L’incontro con il Risorto non chiude nel privato: manda, invia. Seguendo il cammino dei discepoli interroghiamoci, infine, su cosa portiamo agli altri dell’incontro con Gesù? La nostra fede scalda il cuore di chi ci sta vicino?
Lc 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Demenza, il peso invisibile sui migranti: costi, disuguaglianze e sfide per la sanità pubblica e l’intera comunità (di Cristina Terribili)

L’Istituto Superiore di Sanità ha promosso, il 13 ed il 14 aprile, il V corso “Demenza e Migranti”, per sensibilizzare, formare e disseminare i risultati del Progetto Immidem, Dementia in immigrants and ethnic minorities: clinical-epidemiological aspects and public health perspectives che ha messo in luce il fenomeno dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante in Italia, esaminandone sia la numerosità e la specificità di questo campione, sia la costruzione di strumenti utili alla valutazione cognitiva cross-culturale e di materiali di supporto per pazienti a familiari.
Le persone che soffrono di demenza in Italia sono circa 2 milioni: 1milione100mila casi di persone oltre i 65 anni, 24mila casi di persone con demenza ad esordio precoce (in età inferiore ai 65 anni), 950mila persone con decadimento cognitivo lieve. Di queste, 45mila circa sono stranieri.
La demenza è una patologia familiare perché investe tutto il nucleo di affetti e di persone che circondano la persona malata e dunque, accanto ai 2 milioni di pazienti vanno considerati almeno altri 4 milioni di persone che vivono e si prendono cura di loro, e di questi almeno 90mila sono stranieri. L’analisi dei costi di spesa per la gestione e il trattamento dei pazienti con demenza è di 23,6 miliardi di euro l’anno ed il 63% di questi costi è a completo carico delle famiglie. Se teniamo conto che, secondo il XXXIV Rapporto Immigrazione 2025 della Caritas, in Italia vive in condizioni di povertà assoluta il 7,4% della popolazione (e tra gli stranieri l’incidenza della povertà sale al 35,1%), possiamo solo immaginare quanto sia impossibile per chi, tra questi, vive una condizione di disturbo cognitivo, avere accesso e potersi permettere un sistema di cure adeguato.
Quando si parla di povertà assoluta si fa riferimento a quella condizione in cui la persona vive priva delle risorse fondamentali per condurre una vita dignitosa, ma la popolazione straniera, nell’accesso ai servizi di salute pubblica incontra anche altre barriere: quella linguistica, ad esempio, per la mancanza di mediatori culturali capaci di intervenire su tutte le lingue parlate dalle popolazioni migranti in Italia; l’incapacità ad orientarsi tra i servizi pubblici e comprendere quali professionalità, quali centri e quali servizi sono disponibili per l’intervento sui disturbi cognitivi, sulle distanze culturali, sulle necessità di prevenzione, di diagnosi precoce e di adesione al trattamento in caso di malattia.
Allo stesso modo, per tutti gli operatori che lavorano con la popolazione migrante, occorrerebbe avere più tempo per il percorso di diagnosi e essere formato adeguatamente sugli strumenti che minimizzano le barriere scolastiche o specifiche della lingua e della cultura italiana e di ascolto del paziente migrante. Perlustrare www.immidem.it può essere un primo passo per promuovere i diritti delle persone che soffrono dei disturbi cognitivi e per i loro familiari.

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