Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

mercoledì 21 Ottobre 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

mercoledì 21 Ottobre 2026

Caricamento

L’OPERA E’ DEL 1734, MA TUTTO INIZIO’ NEL SECOLO XI CON I MONACI BENEDETTINI E I SUCCESSIVI CAMBIAMENTI

Le Confraternite e la devozione al Santo di Assisi

A Borgomasino l’antico coro ligneo con episodi della vita di frate Francesco

(di Francesco Mosetto)

Foto: Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, Coro ligneo con episodi della vita del santo, 1734. Nei...

Confindustria Canavese premia le studentesse STEM

IVREA, 19 ottobre – Le studentesse del Canavese che scelgono percorsi nelle discipline scientifiche e tecnologiche hanno ricevuto 11 borse di studio. L’iniziativa, promossa dai gruppi IDC e ICT di Confindustria Canavese, mira a incentivare la partecipazione femminile nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Le borse, dal valore di 850 euro l’una, sono state assegnate alle ragazze delle scuole superiori e degli istituti di formazione professionale del territorio. Tra le istituzioni coinvolte ci sono l’I.I.S. D’Oria, il CNOS-FAP, l’I.I.S. “Martinetti Ubertini”, il Liceo scientifico “A. Gramsci” e il Liceo classico “C. Botta”, tra gli altri. Le vincitrici sono state selezionate sulla base del rendimento scolastico e della motivazione dimostrata durante il percorso formativo.
Il progetto è stato reso possibile dal sostegno economico dei Club Inner Wheel di Cuorgnè e Canavese e dalle 12 aziende aderenti a Confindustria Canavese, tra cui Olivetti SpA, Bioindustry Park Silvano Fumero SpA e Konecta Italia.
Nella Falletti, Presidente del Gruppo IDC, e Simonetta Sada, Presidente del Gruppo ICT, hanno consegnato i premi durante la cerimonia. “Le discipline STEM costituiscono oggi uno degli ambiti più strategici per lo sviluppo economico, tecnologico e sociale del Paese”, hanno dichiarato le due presidenti. Hanno sottolineato la necessità di incoraggiare le ragazze a superare gli stereotipi e a inserirsi in ambiti professionali sempre più rilevanti per il futuro del territorio.
L’iniziativa è giunta alla sua terza edizione e coinvolge studentesse attualmente iscritte al 4° anno dei rispettivi corsi di studi per l’anno scolastico 2025-2026.

EDITORIALE – Indietro e avanti

Immagine generata con IA.
Sabato 24 ottobre (weekend della prossima settimana) tornerà l’ora solare: un’ora indietro, la sensazione di un tempo già vissuto, giornate più corte avvolte da un buio precoce. Nulla di drammatico: a marzo rimetteremo le lancette avanti. Tuttavia, l’idea di tornare indietro non ci piace granché. Nella vita, nel lavoro, nelle relazioni siamo abituati a considerare il progresso come un movimento in avanti: stiamo andando verso un obiettivo.
“Le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (scriveva San Paolo ai Corinzi), che non è un invito a buttare via ciò che viene da prima, né a inseguire ogni novità per il solo fatto che è nuova. È, piuttosto, il riconoscimento che la vita non si lascia imprigionare dal passato e che il futuro non deve fare paura; ci chiede di custodire ciò che merita di restare e di avere il coraggio di cambiare ciò che non ci porta più avanti.
Un passo indietro può essere utile, qualche volta persino necessario; ma se a ogni passo avanti ne corrisponde uno indietro, non è il tempo a essersi fermato, siamo noi a rischiare di rimanere fermi, esattamente dove si era partiti, con la fatica in più e l’insoddisfazione per aver concluso ben poco, mentre tutto intorno continua a cambiare.
Consoliamoci, allora, pensando che a marzo tornerà l’ora legale. Le lancette andranno avanti e la luce della sera ci accompagnerà più a lungo. È un appuntamento che si ripete ogni anno, quasi a ricordarci che indietro non si torna per sempre. Ma sarebbe bello che, nel frattempo, anche noi imparassimo a distinguere i movimenti delle lancette da quelli della vita. Perché il tempo passa comunque; la questione è capire se, insieme al tempo, avanziamo anche noi.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Le imprese del Canavese tengono sulla produzione

Nonostante le incertezze sui costi energetici e le tensioni geopolitiche, il sistema produttivo del Canavese mostra segnali di tenuta. Secondo l’Indagine Congiunturale pubblicata da Confindustria Canavese, le aziende del territorio puntano alla crescita e alla diversificazione nel quarto trimestre del 2026.
L’analisi dei Saldi Ottimisti-Pessimisti (SOP) evidenzia un leggero calo delle aspettative sulla Produzione, che passa da +3,8 a +2,6. Tuttavia, gli Ordini totali hanno registrato un balzo a +6,6. Questo miglioramento è trainato principalmente dal mercato interno, mentre l’Export mostra un arretramento, passando da +4,6 a +3,3.
La redditività resta invece il nodo più critico. Il valore del SOP è peggiorato arrivando a -10,5, a causa dell’incidenza dei costi energetici e delle materie prime. Quest’ultimi sono segnalati in crescita dal 68,8% degli intervistati, mentre i costi per la logistica e i trasporti coinvolgono il 71% delle realtà produttive.
C’è un segnale positivo sull’occupazione: l’indice sale a +6,6, con il ricorso alla Cassa Integrazione che scende al 9,3%. Per quanto riguarda gli investimenti, il 75% delle imprese ne programma per i prossimi 12 mesi, con il 31,1% che li definisce “significativi”.
I ritardi nei pagamenti interessano il 24,7% delle aziende, con una media di 69 giorni. L’utilizzo degli impianti si attesta mediamente al 76%, con una percentuale più alta nel settore dei servizi (80,1%) rispetto a quello industriale (72,8%).
«I dati della nostra indagine confermano la capacità di tenuta del sistema produttivo canavesano in una fase ancora complessa», ha commentato il presidente di Confindustria Canavese, Augusto Geminiani. «Le imprese del territorio continuano a dimostrare capacità di adattamento e volontà di investire».

Caricamento