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TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

Non un idolo, ma un padre Leone XIV parla ai cuori, diverte i giovani e richiama tutti alla verità del Vangelo (di Lorenzo Iorfino)

Foto Vatican News
Diciamolo subito fuori dai denti: il Papa si è sbloccato. Intendiamoci, non che prima non lo fosse, ma finalmente adesso il mondo lo vede per com’è realmente. Lo apprezza, lo ama, ride con lui e si fida. A molti, finora era sembrato freddo, staccato. Nel suo viaggio apostolico in Spagna, immagini, parole e testimonianze raccontano tutta un’altra storia. Due importanti testate spagnole, dicono tutto: El Debate, titola: “El ‘rugido’ de León XIV”, mentre El País incornicia “León XIV se convierte en ídolo”. Un idolo? Forse.Intanto le folle lo acclamano e i giovani lo aspettano con impazienza.
Si raccontava un clima di leggera ostilità in Spagna prima del suo arrivo, dubbi sulla partecipazione del popolo. Le immagini e i numeri smentiscono. Il Papa è amato. Si impone con la forza della tenerezza, della semplicità, del saper fare il padre. Sa scherzare, resta umano e nel contempo profondamente rivolto a Cristo. Non smette un attimo di ricordarlo. E lo ha chiesto a Madrid ai giovani: “Voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili”. E ciò che chiede lo mette in atto in prima persona. Ha un amore smisurato verso la giovane umanità che incontra: “Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore!”. E a Barcellona insiste: “Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte”.
I momenti virali si moltiplicano e avvicinano ancora di più. Dalla battuta sul tifare il Real Madrid, al golazo al “Bernabéu”, al meme del Six-Seven, a cui il Papa si presta quando qualche adolescente glielo chiede. Insomma, il Papa finalmente “funziona” anche per il grande pubblico perché è trasversale, e non per questo meno autentico o meno deciso sulle cose che contano. Anzi, non perde occasione per essere chiaro e intransigente su ciò che importa: “può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? – dice al Parlamento spagnolo, e continua – La difesa della vita umana è una meta di civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza”.
Il Papa fa il Papa, e il mondo lo apprezza per questo. Così Cristo, tramite il suo Vicario, si avvicina al suo gregge. Non è solo immagine. È sostanza. È fiducia. È governo della tenerezza. È autorità che nasce dall’essere vicino. E vedere la gente rispondere così dà speranza.

I Francescani a Chivasso e a Rivarolo (di Francesco Mosetto)

Foto: Beato Angelo Carletti
Il 26, 27 e 28 giugno si terrà il pellegrinaggio diocesano ad Assisi, guidato dal nostro vescovo Daniele. 81 pellegrini sulle orme di Francesco nell’anno giubilare del Santo certamente tra i più conosciuti e amati della storia cristiana, simbolo universale di pace, fraternità e amore per il creato.
Accompagniamo anche da queste pagine l’avvicinarsi di quel pellegrinaggio con i risultati di una ricerca che don Francesco Mosetto ha dedicato alla presenza dei francescani nel nostro territorio, a prosecuzione di un altro suo articolo apparso in questa pagina relativo alla presenza, non probabile, di San Francesco ad Ivrea.
Nella prima metà del sec. XIII i frati Minori si stabilirono, oltre che in Ivrea, anche a Chivasso e a Rivarolo. Nella capitale del marchesato degli Aleramici, il Monferrato, il convento e la chiesa di San Francesco si trovavano “fuori del recinto dei borghi di S. Pietro, di S. Maria e di S. Antonio… Ampio era il convento con duplicato chiostro… Formata era la chiesa di tre navate ed era, prima della erezione della moderna chiesa di S. Maria, la più ampia tra le chiese di Chivasso… Eretto il convento e la chiesa suddetta, da alcuni civassini si cominciarono a ergere in quelle vicinanze alcune case e, successivamente aumentate, si formò il piccolo borgo che l’addimandarono di S. Francesco” (G. Borla, Memorie istorico-cronologiche della città di Chivasso, ms. 1790; ediz. a stampa Chivasso 2013).
Nella prima metà del XVI secolo la città fu saccheggiata più volte da mercenari svizzeri e lanzichenecchi. Nel 1542 tutti i borghi fuori le mura vennero abbattuti per ordine di Francesco I, re di Francia. Di conseguenza, i frati si rifugiarono entro le mura della città. I Conventuali “riuscirono, con le elemosine raccolte, a ricostruire il loro convento nel borgo detto di Sant’Antonio” (L. Dell’Olmo e R. Scuccimarra, Storia di Chivasso e del Chivassese. Le origini, Torino 1986, p. 88). L’antico edificio è ora sede dell’Asilo infantile Beato Angelo Carletti.
Nel 1478, in seguito a una predicazione dei frati Minori Osservanti venuti da Ivrea, la Credenza di Chivasso chiese ai superiori dell’Ordine di stabilire anche in questa città un loro convento e ne finanziò la costruzione in un terreno “sopra riva” con tanto di orto e giardino. “Finita la fabbrica del convento e della chiesa, che i Padri dedicarono al ‘santo di Siena Bernardino’, si portò in Chivasso il beato Angelo Carletti, il quale ‘considerata l’angustia della clausura’, determinò ‘la di lei ampliazione’” (L. Dell’Olmo, L. Guida, Chivasso francescana, s.d., p. 64; cfr. G. Borla, op. cit.).
Presso la chiesa di San Bernardino nacque la Confraternita del Nome di Gesù, che in seguito si trasferì in S. Maria della Misericordia, quindi in San Michele, e da ultimo costruì la bella chiesa di S. Maria degli Angeli, un monumento dell’arte barocca. Demolito per ordine di Francesco I e ricostruito pochi anni dopo, il convento venne soppresso da Napo-leone. A metà del secolo scorso le Suore di San Giuseppe vi istituirono una scuola professionale. Ultimamente, il cosiddetto “Collegio” è stato ristrutturato come edificio residenziale. La figura più illustre del San Bernardino è il beato Angelo Carletti, nato a Chivasso nel 1411. Morirà a Cuneo nel 1495. Vicario della Provincia francescana di Genova, poi Vicario generale dell’Osser-vanza Cismontana, fu tra i sostenitori della fondazione dei Monti di pietà in favore dei poveri. La S. Sede gli affidò diversi incarichi, che lo portarono a visitare molti paesi dell’Europa Orientale. Angelo Carletti è autore della Summa casuum conscientiae, detta Summa Angelica. Fu stampata nel medesimo convento da un pioniere della stampa, Giacomino Suigo, ed ebbe grande diffusione. Lutero la bruciò nella pubblica piazza di Wittemberg insieme alla Summa di San Tommaso d’Aquino, in quanto simbolo dell’ortodossia cattolica.
A Chivasso già esisteva, lungo la strada per Vercelli, una cappella della Madonna di Loreto, custodita da un eremita. Nel 1624 la cappella venne affidata ai Cappuccini, che costruirono accanto ad essa il loro convento. Dopo pochi anni, anche in seguito alle devastazioni causate dalla guerra tra il principe Tommaso e la reggente Maria Cristina, i Cappuccini si trasferirono in un sito più salubre ed eressero la chiesa della Madonna di Loreto. Sopra l’altare maggiore costruito in legno, com’è regola per i Cappuccini, fu collocata l’antica statua della Vergine e fu eretto un magnifico tabernacolo. Il convento venne soppresso ben due volte (1800 e 1856). Alla fine del secolo XIX la chiesa venne ricostruita, conservando però l’altare settecentesco. I Cappuccini hanno lasciato Chivasso nel 2014; ma la chiesa della Madonna di Loreto continua a essere sede della parrocchia.
Anche a Rivarolo la presenza dei francescani risale alla metà del Duecento. “Si ipotizza infatti che gruppi di frati percorressero le nostre terre e che, a Rivarolo, grazie alla generosità della popolazione e dei signori del luogo, abbiano trovato ospitalità e la possibilità di costruire una modesta dimora presso una cappella in aperta campagna, ma non troppo distante dal borgo stesso” (R. Poletto, “Bollettino parrocchiale di Rivarolo”, Pasqua 2026). Questo primitivo insediamento diventò un vero e proprio convento con tanto di chiesa dedicata a San Francesco, consacrata nel 1299 dal vescovo d’Ivrea Alberto Gonzaga, egli stesso francescano. Nel convento di Rivarolo entrò un giovane della famiglia dei conti di San Martino, venerato come beato Bonifacio.
Secondo le fonti francescane, fu lui ad accogliere in Sicilia sant’Antonio di Padova, dopoché la nave che avrebbe dovuto condurlo in Marocco fece naufragio. Bonifacio da Rivarolo fu poi trasferito in qualità di superiore provinciale dalla Sicilia a Genova, dove morì in età avanzata nel 1290. Così lo ricordano le fonti francescane: “Affabile in volto e modesto nel parlare, era puntuale in coro, sobrio nel vestire e contento nella povertà. Usava sempre una sola veste, anche nei più crudi inverni”. “Nel 1814 Luigi Palma di Borgofranco, il primo storico di Rivarolo, pubblicò una breve biografia di questo nostro Beato, dandoci qualche notizia in più, non sappiamo quanto documentata” (R. Poletto, “Bollettino parrocchiale di Rivarolo”, Natale 2021).
Nel 1418 San Bernardino da Siena passò anche a Rivarolo e predicò nella chiesa di San Francesco, che fu in gran parte ricostruita nella seconda metà del XV secolo. Risale a quell’epoca l’incantevole dipinto di Giovanni Martino Spanzotti Madonna e Padri della Chiesa in adorazione del Bambino, che tuttora si ammira nella prima cappella a destra entrando.
Nel Seicento il convento fu ampliato con il chiostro dietro la chiesa, che a sua volta venne ristrutturata a metà del Sette-cento. Su monasteri e conventi “si abbatté il tornado della Rivoluzione Francese e di Napoleone Bonaparte… Il convento di Rivarolo fu prima usato come caserma e ospedale militare, poi dato in uso al Comune, che vi sistemò scuole e uffici… Nel 1821, fu donato alle Orsoline”. (R. Poletto, Conventi Francescani nel Canavese occidentale, “Bollettino parrocchiale” Pasqua 2026). Le suore Orsoline, libera associazione fondata da Anna Maria Borgaratti, vi istituirono una scuola che giungeva fino alle Magistrali: l’Istituto Ss.ma Annunziata. Nel 1950 esso passò alle Suore di San Giuseppe di Torino. Nel 2011, per decisione dell’allora Vescovo di Ivrea mons. Arrigo Miglio, l’intero complesso fu acquistato dalla Diocesi di Ivrea. L’Istituto Ss. Annunziata, ha le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. Una parte del convento ospita invece la comunità contemplativa delle Sorelle di Maria Stella mattutina.
S. Francesco, Rivarolo, chiostro antico.

Politica come vocazione: la sfida degli “8 alla Costituente” (di Filippo Ciantia)

Foto generata con IA
Il 2 e il 3 giugno 1946 il popolo italiano scelse tra democrazia e monarchia ed elesse 556 deputati alla Assemblea Costituente. Tra i 207 eletti democristiani c’erano Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Enrico Medi, Benigno Zaccagnini, Igino Giordani. Laici impegnati in fraternità, movimenti e associazioni, alcuni sposati con famiglia, altri totalmente dedicati a Dio.
Per questi “8 alla Costituente” (come li definiscono Accattoli e Flocchini in un loro recente libro), il cristianesimo non era un fatto privato, ma il criterio con cui giudicare la politica, la società, il bene comune. Furono antifascisti perché riconoscevano nella dittatura una negazione della dignità della persona e della coscienza libera. La Legge e la stessa Costituzione erano per loro al servizio della persona e lavorarono per includere alcuni principi come la libertà religiosa, la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, la solidarietà sociale, il valore dei corpi intermedi. Tutti ebbero rapporti stretti con Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, oggi santo. Sensibilità ed accenti diversi, ma soprattutto rispetto e stima tra loro.
Sostennero che la libertà religiosa non dovesse essere un privilegio per i cattolici, ma un diritto di ogni persona. In particolare Dossetti insistette sul primato della persona e dei suoi diritti anteriori allo Stato; La Pira difese una visione della dignità umana che comprendeva la dimensione spirituale e religiosa; Moro contribuì a costruire una concezione pluralista della democrazia. Per cinque di loro è in corso la causa per il riconoscimento della santità. Tre – Dossetti, Moro e Zaccagnini – sono ancora santi senza causa.
Nell’enciclica Magnifica humanitas Papa Leone XIV cita La Pira quando elenca le forme di responsabilità di fronte alle sfide di questo drammatico cambiamento d’epoca: disarmare le parole, costruire pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare il dialogo, coltivare un sano realismo.
Il realismo che evita le ideologie in luogo del cinismo oggi così diffuso; il realismo di persone che vogliono, appartenendo alla Chiesa, portare un ideale nella storia. Igino Giordani, uno dei primi collaboratori di Chiara Lubich, scrisse sul suo diario: “Può un uomo politico essere santo? Può un santo essere uomo politico?”. E lanciò una sfida a sé stesso valida ancora oggi: “Prova in te la soluzione del quesito, ora che diventi uomo politico”.

Per la sua messe Gesù cerca operai, non spettatori – Commento al Vangelo di domenica 14 giugno

Gesù “guarda” le folle. Non le analizza, non le giudica: le “sente”. Sente la loro stanchezza, il loro smarrimento. È la compassione che muove tutto: prima ancora della parola, prima ancora dell’invio, c’è uno sguardo pieno di tenerezza.
Gesù vede la messe abbondante e pochi operai. Ma la sua prima risposta non è organizzativa: è la preghiera. Ci chiede di pregare il Signore perché mandi operai.
Chissà quante volte, di fronte ai problemi della Chiesa, cerchiamo soluzioni umane dimenticando che ogni vocazione, ogni conversione, è un dono che viene dall’alto. Ci fermiamo mai, nella nostra preghiera quotidiana, a chiedere al Signore operai per la sua messe? È una domanda semplice, ma seria.
Poi viene l’annuncio: “Il regno dei cieli è vicino!”. Non una dottrina astratta, ma una notizia buona, urgente, gioiosa. Dio è qui, ti ama, bussa. E noi? Siamo davvero convinti di questa bella notizia, o la portiamo come un peso? Prima di annunciarlo agli altri, l’abbiamo davvero accolto per primi nel cuore?
La cura viene dopo, ma è inseparabile dall’annuncio: guarire, risuscitare, purificare. Parole grandi, certo. Ma nella concretezza del quotidiano significano: farsi presenti, ascoltare chi soffre, non lasciare nessuno solo. Essere mani e labbra di Cristo per chi abbiamo accanto. Se lo facciamo davvero, vedremo resurrezioni, non nei cimiteri, ma nei cuori di chi aveva smesso di sperare.
E infine, la gratuità: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Il discepolo non tiene il conto, non aspetta compensi, non cerca visibilità. Sa solo che ha ricevuto tutto, la vita, la fede, la salvezza, come dono immeritato. Come potrebbe trattenerlo? Come potrebbe farlo pesare?
Chiediamo oggi la grazia di essere poveri abbastanza da dare tutto, liberi abbastanza da non attenderci nulla in cambio, e ardenti abbastanza da non smettere mai.
Mt 9,36-10,8
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Bambini testimoni della violenza: ferite invisibili che chiedono ascolto e speranza (di Cristina Terribili)

Foto tratta da Freepik
Il 4 giugno è stata la “giornata internazionale per i bambini innocenti vittime di aggressioni” e purtroppo, in questo senso le cattive notizie non mancano dalla cronaca. Ci sembra doveroso sensibilizzare il lettore sull’effetto della violenza a cui assistono (o hanno assistito) i minori, che hanno subito anche indirettamente tanto da diventare testimoni di violenze famigliari. In queste situazioni il bambino prova un forte senso di ansia e di insicurezza, sviluppa sensi di colpa per non essere capace di intervenire prestare cure e soccorso alla vittima.
Il senso di responsabilità che sviluppano i testimoni di violenza per la vittima è altissimo: cercano, con i modi propri dell’età di prestare soccorso e portare aiuto, ma anche di distrarre l’aggressore, di attirare la sua attenzione su di loro per evitare che si scagli ancora sul bersaglio, cercano di attuare comportamenti per evitare la violenza. Diventano così iperprotettivi, cercano in tutti i modi di mantenere il controllo della situazione. Inutile sottolineare che tutti questi loro propositi falliscono e i bambini vivono una condizione di frustrazione e di insicurezza verso le proprie capacità personali che non fanno altro che aumentare il costante senso di angoscia. I bambini esprimono stati di agitazione, irrequietezza, manifestano disturbi del sonno, incubi notturni, enuresi ma anche un limitato accrescimento fisico.
I danni di queste violenze non rimangono circoscritti all’infanzia ma si mantengono lungo l’arco della vita e sovente, se non accompagnati da un robusto sistema di cura e di protezione, rischiano di inficiare per sempre lo sviluppo di relazioni affettive e di fiducia nell’altro, facendo aumentare il rischio di abuso di sostanze stupefacenti per annullare pensieri intrusivi, memorie e sensazioni spiacevoli, così come possono essere frequenti comportamenti autolesionistici o lo sviluppo di agorafobia.
L’orrore della morte della piccola Beatrice a Bordighera, ampiamente raccontato nelle cronache dei giorni scorsi, fa pensare all’aggravamento dello stato di stress psicologico a cui le sorelline sono andate incontro: la morte, appunto, di una sorella, che non è un argomento molto discusso, eppure è fonte di un dolore profondo, che fa sentire più soli, che non si è stati capaci di salvare e proteggere. Si sperimenta un tempo sospeso, un senso di inadeguatezza per la ridefinizione del sé, si sperimenta una profonda difficoltà nel riprendere le attività quotidiane. C’è da augurarsi che queste piccole e coraggiose bambine trovino chi dia ascolto alle loro emozioni e ai loro pensieri, siano sostenute in una crescita equilibrata, lontana da ogni altra forma di violenza, trovando il modo di perdonare, accettare e trasformare il dolore e la paura, verso qualcosa di cui poter essere orgogliose.

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