Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

venerdì 7 Agosto 2026

Reale mutua
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NATA A TREVIGLIO, A 4 ANNI APPRODO’ AD IVREA CHE AMO’ MOLTO E DOVE SONO ESPOSTE ALCUNE SUE OPERE

Ricordando Avia, “nota artista eporediese”

Una lunga e intensa vita, dedicata alla missione di “dispensare bellezza” (di Doriano Felletti)

Foto: Liliana Avizzano Cicala, in arte Avia “Liliana Avizzano può dirsi una autentica eporediese...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

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Ufficiali le nomine per alcune parrocchie

Clicca sull’immagine per visualizzare la pagina e trovare l’intervento integrale del Vescovo sulle nuove nomine e i cambiamenti nelle parrocchie.
Il Risveglio popolare del 2 luglio 2026

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Il Bhutan e la felicità (di Graziella Cortese)

Ma dove si trova il Bhutan? Cercando sue notizie sull’atlante geografico si scopre che confina con il Tibet e con le vette più alte del mondo, da una parte Cina e dall’altra India.
Nella dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti (1776) sono elencati i diritti fondamentali dell’uomo, tra cui il diritto alla ricerca della felicità; in effetti, all’epoca, Thomas Jefferson con l’aiuto del comitato dei Cinque, aveva descritto alcuni diritti inalienabili, tra cui anche la vita, la libertà, e appunto, la felicità.
E anche il Buthan in questo è stato un Paese decisamente avanti con i tempi: nel 2008 ha inserito nella propria Costituzione il Fil (Felicità Interna Lorda, o Gross National Happiness), che sostituisce il Pil (Prodotto Interno Lordo): un’idea pensata dal re Jigme Singye Wangchuck già nel 1972.
Esiste un modo per calcolare la felicità? Amber è un uomo del governo, inviato in mezzo alla popolazione per effettuare un’inchiesta e varie interviste ai cittadini. Calcolare il livello di felicità raggiunto non è sempre facile; egli è un sognatore e a 40 anni vive ancora con sua madre aspirando a trovare un giorno il grande amore della vita. Nel suo viaggio viene accompagnato da un’altra agente della felicità, interpretata da Guna Raj Kuikel: insieme incontrano tantissime persone e il loro viaggio aiuta entrambi, soprattutto, a conoscere se stessi e le imperscrutabili varietà dell’animo umano.
“Dire che la felicità va perseguita, implica che ciascuno debba attivarsi per raggiungerla, e deve poterlo fare senza che lo Stato interferisca, senza che metta i bastoni fra le ruote alla libera iniziativa dei cittadini” da Aula di Lettere-Zanichelli. E allora, felice estate a tutti i lettori.
Il Bhutan e la felicità
di Arhun Battharai e Dorottya Zurbò
paese: Bhutan, Ungheria 2024
genere: documentario
interpreti: Amber Kumar Gurung, Sarita Chettri, Guna Raj Kuikel
durata: 1 ora e 33 minuti
giudizio: interessante-bello

Estate, tempo di riposo? Per moltissimi dei nostri giovani è il tempo del volontariato (di Lorenzo Iorfino)

Foto generata con IA
L’estate, per chi studia, è pubblicizzata come anelato defaticamento. Ma le energie sono tante e il tempo libero ancora di più: così la si usa per coltivare ciò che ci piace. C’è chi, come mio fratello, lavora sodo per pagarsi il venturo anno universitario; chi gira il mondo (se può permetterselo); chi si gode famiglia, amici, il mare. E poi c’è chi a queste bellezze aggiunge una scelta più particolare: decide di fare il volontario.
Due settimane fa parlavamo dei centri estivi: gli animatori ne sono un bell’esempio. Spesso sono giovani che regalano tempo, creatività, presenza. In questo campo, me lo si conceda, la Chiesa ha ancora molto da dire: molti aiutano in Caritas o in realtà diocesane; altri partono per esperienze missionarie come i trenta giovani della diocesi di Ivrea che vanno in Brasile tra qualche giorno, altri alla volta del Corno d’Africa e chissà dove ancora in questo grande mondo.
Da pochi mesi per esempio, e questa è un’esperienza che similmente feci io a Lisbona, ci sono già volontari selezionati per passare un anno a Seoul, a preparare la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027: 18–30 anni, formazione online e campus in loco, per accoglienza, logistica, comunicazione. Secondo l’Agenzia Fides, il Comitato organizzatore prevede circa 30mila volontari per la GMG, e sono già quasi 400 i volontari, coreani e internazionali, impegnati stabilmente nella preparazione dell’evento.
Tornando in Italia, secondo l’Istat, la partecipazione degli adolescenti al volontariato è quasi raddoppiata in due anni: dal 3,9% del 2021 al 7% dei 14–17enni attivi nel 2023. Secondo il Rapporto Caritas sul volontariato giovanile, solo tra i 16 e i 34 anni, ci sono 13mila732 giovani volontari: il 70% sono donne, l’83,5% si dichiara cattolico, quasi tutti donano più di cinque ore a settimana e il 98,5% è soddisfatto dell’esperienza. Secondo il Report IBO Italia 2024, i campi di volontariato estivi hanno coinvolto complessivamente 322 volontari – tra partecipanti ai campi in Italia, volontari italiani inviati all’estero e volontari stranieri accolti nel nostro Paese – di cui quasi il 60% aveva tra i 14 e i 17 anni e il 34% tra i 18 e i 24 anni.
Perché farlo? Secondo studi universitari italiani, il volontariato migliora il benessere, dà competenze, crea reti, forgia il carattere. È servizio, ma anche crescita e la loro testimonianza è preziosa. È la Chiesa nel mondo che ci piace: presenza, gratuità, speranza.

Dal bipolarismo al bipopulismo: la sfida investe politica, valori e democrazia

Si riapre lo scontro tra M5S e Pd, nonostante il “campo largo”. L’ex premier Giuseppe Conte ha ribaltato la linea europeista dei dem, schierandosi contro gli aiuti a Kiev, esattamente come Salvini e Vannacci; inoltre ha sfidato Elly Schlein nei gazebo, ponendo al centro il conflitto russo-ucraino. La segretaria dem, sempre “unitaria”, ha accusato il colpo, ricordando poi a Conte che le “primarie” vanno precedute da un’intesa generale sul programma di tutto il “campo largo”: altrimenti non si fanno.
Ma come conciliare la scelta storica per l’Europa delle grandi componenti politico-culturali (liberal-democratica, cattolica-democratica, socialista) con la linea filo-Putin dei Pentastellati? Si chiede di legare le mani all’Ucraina, ma si dimentica che dal 2022 Mosca aggredisce una nazione libera, rifiutando ogni appello alla tregua (anche di Papa Leone).
È la terza volta che gli ex grillini mettono in scacco la segreteria dem: nel 2013 fu “silurato” il candidato premier Pierluigi Bersani; nel 2022, dopo aver fatto cadere, con Berlusconi e Salvini, il presidente Draghi, rifiutarono l’alleanza con Enrico Letta, lasciando campo libero alla Meloni; oggi l’affondo contro la Schlein, che sa di implicita minaccia: o cede il primato della coalizione a Conte o finisce come Letta e Bersani.
Per la verità l’impasse è anche imputabile a quella parte del Pd (a guida Franceschini) che privilegiò la riconquista del potere, dopo la caduta del Governo Conte-Salvini-Di Maio, sottovalutando un elemento politico essenziale: gli ex grillini non sono un movimento di sinistra, nascono come un partito populista di protesta, fortemente anti-istituzionale. Ne è una controprova, oggi, l’ipotesi di una discesa in campo, da destra, del pupillo di Grillo, Alessandro Di Battista, con un fenomeno analogo a quello di Vannacci nel destra-centro. Forse Conte punta all’egemonia del campo largo per “neutralizzare” lo stesso Di Battista. Ma il prezzo politico non può essere la sottomissione a Mosca, colpevole – come ricorda spesso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – di aver aperto una guerra insensata e sanguinosa nel cuore dell’Europa, dopo ottant’anni di pace. Ha fatto bene la Schlein a chiedere una riflessione comune: i valori della politica sono più importanti della conquista del potere e non basta un pranzo per sciogliere nodi tanto intricati.
Nei giorni della crisi del “campo largo” è passata quasi inosservata una nuova dichiarazione pro-Putin del vice-premier Matteo Salvini: parlando della tragedia di Ceuta ha detto che i pericoli vengono dall’immigrazione incontrollata e non dalla Russia. Il segretario della Lega dimentica che da Ceuta non è giunta in Europa neppure una persona, mentre l’Ucraina, tutte le notti, è massacrata da missili e droni russi (in quattro anni e mezzo di guerra il bilancio è di 2 milioni tra morti e feriti).
Le divergenze parallele nei due Poli hanno indotto il “Corriere della Sera” (con Antonio Polito) e “La Stampa” (con Flavia Perina) ad interrogarsi sulla crisi del bipolarismo all’italiana (si è parlato di bipopulismo). La legge elettorale in discussione alle Camere, tuttavia, spinge i Poli ad aggregarsi nonostante tutto, premiando l’ex-generale Vannacci e l’ex premier Conte. Ma è la soluzione migliore per la governabilità del Paese? La stabilità non è garanzia di qualità. E la storia dell’Italia unita ne è la riprova. Un monito significativo è giunto dal Quirinale, che ha esortato le forze politiche a puntare sui problemi reali del Paese, evitando una dannosa campagna elettorale di un anno! Il clima di rissa permanente a Montecitorio non aiuta le istituzioni democratiche, anzi!
Ed anche i media sono stati esortati ad una lettura attenta dei fatti di cronaca: lo Stato non può abdicare di fronte a singole vicende (caso Roggero), le Forze dell’Ordine vanno sostenute (caso Chiomonte) contro l’inammissibile ricorso alla violenza, negatrice della democrazia. I partiti debbono considerarsi avversari politici, non nemici da abbattere: qui sta la grande diversità tra l’Italia repubblicana e l’America di Trump.

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