Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

mercoledì 3 Giugno 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

mercoledì 3 Giugno 2026

TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

Caricamento

Edizione 14 Maggio 2026 Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato?...

EDITORIALE – 2 giugno ormai “lontano”

Foto generata con IA
Il 2 giugno 1946 gli italiani ebbero tra le mani una scheda elettorale con un titolo sintetico –“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” –, due simboli e due parole: Repubblica e Monarchia. Un voto libero e a suffragio universale; era stato esteso alle donne e sancita anche l’eleggibilità femminile. La Repubblica ottenne oltre 12 milioni di voti, la Monarchia superò i 10 milioni. In Piemonte votarono 2milioni180mila454 cittadini, pari al 90,12%; 1milione244mila373 voti per la Repubblica, 936mila081 la Monarchia: il 57,1% contro il 42,9%.
Gianni Oliva con il libro “1946: Il 2 giugno in Piemonte” analizza il voto nella nostra regione, rilevando come le diverse zone del territorio si espressero per una forma istituzionale o l’altra, tenuto conto dell’antico radicamento monarchico del Piemonte, nel quale però era altrettanto, se non più rilevante, soprattutto nei centri urbani, la presenza dei partiti e movimenti di sinistra. Oggi cosa rappresenta quella data? Una parata, una bandiera al balcone, un giorno festivo infrasettimanale? La Festa della Repubblica nasce da qualcosa che fatichiamo ad immaginare: la fame di partecipazione di un Paese uscito dalla guerra, dalle macerie, dalla dittatura.
Nel 1946 gli italiani non votarono soltanto per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a decidere chi volevano essere. Un voto come un dovere e come una conquista. Non c’erano i social e campagne permanenti; c’era la consapevolezza che la democrazia fosse qualcosa di fragile e prezioso. Forse è questo il sapore che il 2 giugno ha perduto negli anni e ora appare lontano: il senso della scelta collettiva. Oggi la politica ci appare distante, inutile talvolta, il voto un gesto marginale, incapace di cambiare le cose. Nel 1946 gli italiani erano convinti del contrario. E avevano ragione.
La Repubblica non nacque da un’idea astratta di patria, ma dalla volontà concreta di costruire un Paese diverso dopo il disastro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno non dovrebbe vivere solo di memoria, ma piuttosto di responsabilità. Ai più giovani, soprattutto, questa data dovrebbe raccontare che i diritti non sono mai scontati e che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di partecipazione, di fiducia, di passione. Altrimenti resta una festa sul calendario, e sarebbe un impoverimento solenne.

Ritrovato il brevetto presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma dell’invenzione che il tonenghese padre barnabita e professor Pietro Monte presentò all’esposizione Universale di Parigi del 1867

La figura di Pietro Monte, insigne scienziato e insegnante, nonché fondatore dell’Asilo d’infanzia di Tonengo di Mazzè che cominciò a funzionare la prima volta nell’autunno del 1882, venne portata agli onori della cronaca grazie a un articolo di Fabrizio Dassano apparso nel 1994 sul “Bollettino della Società Accademica di Storia e Arte Canavesana”; egli, in seguito, pubblicò per i tipi di Bolognino editore di Ivrea nel 1998 il volumetto “Pietro Monte, scienziato, insegnante e fondatore dell’Asilo di Tonengo”. In tempi recenti, Il Risveglio Popolare si occupò del personaggio sulla pagina Storia e ricordi del 5 ottobre 2023. Le ricerche derivarono dallo studio del corpus di carte conservate dall’ultimo amministratore dell’Asilo Infantile, Ingegner Giuseppe Bruno, prima del trasferimento, avvenuto nel 1993, dell’edificio al Comune di Mazzè e all’insegnamento di Stato che prese il posto di quello delle suore d’Ivrea. Le carte, le lettere e i documenti coprivano gran parte della sua vita.
Nato nel 1823, dopo la formazione religiosa e scientifica presso i Chierici regolari di S. Paolo, conosciuti come padri barnabiti, si era affermato come insegnante e meteorologo negli stati del Ducato di Parma prima, e in Toscana, a Livorno, dopo, ove fondò un osservatorio. Trascorse la maggior parte della sua vita lontano da Tonengo senza recidere mai i collegamenti con il paese natio. Non a caso, verso gli ultimi anni della sua vita, si prodigò in animo e sostanza per la costituzione di un asilo infantile nel suo paese.
Le nuove ricerche per la riedizione del libro di Fabrizio Dassano, da lui ancora curate insieme al fisico e ricercatore Doriano Felletti, entrambi autori e redattori della rivista semestrale scientifica “L’Escalina” edita da i Luoghi e la Storia APS – ETS di Ivrea, e in collaborazione con l’Associazione “Tonengo del Canavese”, hanno portato ad un importante traguardo: “Siamo riusciti a trovare il brevetto conservato a Roma presso l’Archivio Centrale dello Stato, brevetto che ottenne un notevole successo all’Esposizione Internazionale di Parigi poiché la giuria internazionale gli assegnò un premio – afferma Fabrizio Dassano – e se nel 1989 non era altro che una notizia, oggi vi è la certezza avuta incrociando le banche dati di Gallica della Bibliothèque National de France e Google Books che hanno fornito il risultato esatto del titolo dell’invenzione: ‘Nuo-vo indicatore dello stato del vapore nei cilindri delle macchine’. (riproduzione che contiene la data di registrazione del brevetto qui sopra). Da questo dato, la ricerca presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ha dato il risultato”.
L’invenzione, da applicare alle macchine a vapore dell’epoca, venne registrata come privativa industriale il 30 ottobre 1865. Così Pietro Monte, attivo allora a Livorno come meteorologo e professore di fisica al Liceo “Nicolini e Guerrazzi” e poi fondatore dell’Asilo infantile con giardino froebeliano presso la propria grande abitazione a Tonengo, descriveva: “Il mio indicatore è formato di due piccoli cilindri eguali nei quali si muovono i loro stantuffi a guarnizione metallica d’acciaio. L’altra del 1° cilindro porta alla sua estremità un lapis nero; l’altra del 2° cilindro si piega ad angolo retto e a guisa di biella pendente termina e porta un lapis rosso”.
Il disegno che è stato ritrovato allegato aiuterà gli esperti a ricostruirne il funzionamento. Si tratta di un misuratore molto più semplice dei precedenti (Watt e Garnier) eccellente per la visualizzazione grafica, poiché utilizzava un nastro di carta molto simile a quello del telegrafo Morse, in grado di superare le indicazioni di un manometro e soprattutto tracciarne, nel tempo, un andamento e registrando il numero dei colpi fino a 120 al minuto, cosa che gli altri indicatori non reggevano.
Gli studiosi Dassano e Felletti stanno approfondendo anche un’altra vicenda centrale nel percorso umano e professionale e che non fu scevro di preoccupazioni per lo scienziato tonenghese: proprio la fondazione dell’Asilo d’infanzia ospitato nel “Palazzo”, la casa di famiglia posta in Via Garibaldi.
Venuto a mancare il fratello Isidoro nel 1860, unico erede dei beni di famiglia, l’operazione non sarebbe stata possibile senza ottenere, dal Padre Generale dell’Ordine dei Barnabiti, il breve di Secolarizzazione che gli avrebbe garantito di diventare un diocesano e di rientrare in possesso della casa natale. Raccontano Dassano e Felletti: “stiamo esaminando alcune lettere che ci sono pervenute per il tramite della famiglia Monti, unici discendenti ancora in vita di Pietro Monte, in cui è delineato l’iter che lo ha portato a richiedere il breve di Secolarizzazione perpetuo, non senza difficoltà. In quel periodo, infatti, il Governa-tore provvisorio in Toscana Ricasoli, in applicazione della Legge Casati, prima riforma organica della scuola italiana, chiese a Pietro Monte il passaggio in ruolo presso la scuola di stato e ciò irrigidì le posizioni del Padre Generale dei Barnabiti”.
Così Pietro Monte si rivolse a Don Luigi Moreno, allora Vescovo di Ivrea, per chiedergli di accoglierlo quale sacerdote della Diocesi, in modo da poter continuare con l’insegnamento, la ricerca scientifica e realizzare ciò che aveva nel cuore: un asilo per i bimbi della comunità tonenghese. Asilo che ha funzionato regolarmente fino a pochi anni fa.
La pubblicazione del libro, integrato dalle nuove scoperte, è prevista per l’inverno 2026/27 e, nel frattempo, altre iniziative verranno proposte dall’Associa-zione Tonengo del Canavese.
Il “Palazzo” a Tonengo di MazzèLa pagina del Bulletin de Musée de l’industrie del 1866 che contiene la data di registrazione del brevetto

Mi interessa la gente… ovunque essa sia! (di Filippo Ciantia)

Foto generata con IA
Il 26 maggio è uscita una raccolta delle lettere tra Primo Levi e gli studenti incontrati nelle scuole dopo le sue testimonianze. Il titolo è semplice e potentissimo: “Mi interessa la gente perché ne faccio parte”.
Mi ha colpito che pochi giorni fa il sindaco di Milano Giuseppe Sala abbia detto che “….trenta o quarant’anni fa tutti sentivano la responsabilità di fare sentire la propria voce per il bene della collettività: oggi non è più così”. La metropoli efficiente e internazionale appare sempre più fragile: si producono innovazione e ricchezza, eventi e grande moda, ma si sfalda quella trama di rapporti che l’ha resa davvero grande.
Due storie sportive lontane e ricche di rivalità, diventano così molto attuali.
Giuseppe Peruchetti, la “Pantera Nera” dell’Inter, era uno dei portieri più amati negli anni Trenta e Quaranta. Volava tra i pali con un coraggio tale da meritare quel soprannome. Ma il gesto più importante della sua vita non avvenne in uno stadio. Dopo l’8 settembre 1943 scelse la Resistenza nelle Langhe piemontesi. Arrestato, torturato e condannato a morte dai fascisti, si salvò rocambolescamente grazie all’intervento di Eraldo Monzeglio, grande difensore campione del mondo, amico personale del Duce e certamente ammiratore dello spettacolare portiere nerazzurro. Dopo la Liberazione, Peruchetti tornò a una vita semplice, senza cercare gloria né medaglie. Difese con lo stesso coraggio la sua porta e la libertà di tutti.
Anche Nereo Rocco, pur con una storia diversa, appartiene a questa stessa umanità nata dalle ferite della guerra. Triestino, cresciuto in una terra di confine segnata da occupazioni, nazionalismi e vendette, Rocco portò nel calcio italiano una novità profonda. Il suo Milan non era soltanto una macchina vincente: era una comunità. “El Paròn” sapeva proteggere gli uomini prima ancora dei campioni, convinto che il talento senza umanità sia inutile e che una squadra esista davvero soltanto quando ciascuno si sente responsabile dell’altro.
Peruchetti e Rocco ci ricordano la tradizione di uomini concreti e capaci di stare dentro la storia senza smettere di sentirsi parte del destino comune.
Oggi, più che di nuovi eroi, Milano ha bisogno di persone capaci di proteggere la libertà, la dignità e la speranza della gente. Persone che si interessano della gente perché ne fanno parte.

Caricamento