Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

giovedì 17 Settembre 2026

Reale mutua
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IN TANTI AL PELLEGRINAGGIO DIOCESANO GUIDATO DAL VESCOVO DANIELE

Oropa, nel cuore della fede

“Qui per consacrare alla Madonna ogni nostra attività”

Articolo completo su Il Risveglio Popolare di giovedì 10 settembre 2026. Foto di Lorenzo...

VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”

Gaspardo di Baldissero, Conte di San Martino

Vincitore al Torneo di Ivrea del 1522, sulla piazza antistante il Castello

(di Andrea Tiloca)

Immagine: Il torneo, dipinto di Pierre Révoil, 1812 Alcuni anni or sono Mario Molinario, grazie...

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“INVIATI E NON PROTAGONISTI, ABBANDONATI ALLA PROVVIDENZA, PRONTI ALLE DIFFICOLTA’ DEL MINISTERO”

Ufficiali le nomine per alcune parrocchie

Il Vescovo Daniele sottolinea il “respiro diocesano” della missione sacerdotale

Clicca sull’immagine per visualizzare la pagina e trovare l’intervento integrale del...

NATA A TREVIGLIO, A 4 ANNI APPRODO’ AD IVREA CHE AMO’ MOLTO E DOVE SONO ESPOSTE ALCUNE SUE OPERE

Ricordando Avia, “nota artista eporediese”

Una lunga e intensa vita, dedicata alla missione di “dispensare bellezza” (di Doriano Felletti)

Foto: Liliana Avizzano Cicala, in arte Avia “Liliana Avizzano può dirsi una autentica eporediese...

EDITORIALE – Stupisciti!

Immagine generata con IA.
Siamo ancora capaci di stupirci? Dallo stupore passa una parte non piccola della nostra capacità di reagire a ciò che accade. La risposta è che, ormai, non ci stupiamo più di nulla. Una frase sconsiderata, un insulto, una decisione incomprensibile, una dichiarazione sopra le righe: tutto sembra poter essere detto e fatto senza che accada granché da parte nostra. Al massimo un po’ di indignazione sui social, qualche titolo, qualche commento. Poi avanti, verso la prossima. Tutto ciò riveste una certa gravità.
Lo stupore è una reazione importante. È quel momento nel quale qualcosa ci interrompe, ci costringe a fermarci e a fare domande; e la domanda, a sua volta, genera una reazione, anche pubblica. Una società capace di stupirsi è anche una società che mette un limite: chi ha responsabilità pubbliche sa di essere osservato e giudicato, sa che non tutto può essere detto, che le parole hanno un loro peso, che una sciocchezza può non essere solamente una sciocchezza privata. Se però tutto diventa normale, quel limite progressivamente scompare. E allora qualsiasi cosa trova libero accesso al discorso pubblico: la provocazione, la cattiveria, la superficialità, la stupidaggine elevata a opinione.
Non solo non ci stupiamo più; abbiamo disimparato a stupirci. Ma che cosa significa stupirsi? E come si fa a stupirsi? Stupirsi è innanzitutto accorgersi, e per accorgersi occorre prestare attenzione; e l’attenzione porta a distinguere, a non considerare normale ciò che normale non è.
Stupirsi significa recuperare la capacità di riconoscere ciò che merita meraviglia, ciò che interpella, ciò che non possiamo semplicemente lasciar passare. Abbiamo bisogno di tornare a stupirci per tornare a essere presenti alla realtà, perché chi non si stupisce più, rischia di non reagire più. E quando tutto ci appare normale, anche l’anormale finisce per diventarlo.
Lo stupore, allora, non è ingenuità. È una forma di vigilanza. E forse, in tempi nei quali troppi gesti vengono compiuti senza prudenza e troppe parole vengono pronunciate senza misura, è anche una piccola forma di responsabilità civile.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

La sfida del 42 per cento. Bipolarismo a rischio, e ancora troppi dissensi nei due poli

La nuova legge elettorale, varata dal Senato tra aspre polemiche e in attesa della terza lettura (blindata) alla Camera, non prevede il ballottaggio, mantiene l’indicazione del premier, introduce (parzialmente) le preferenze, alza – moltissimo – le firme richieste per presentare nuove liste; soprattutto è un sistema proporzionale con un largo premio di maggioranza alla coalizione che raggiunga il 42 % dei voti. Questa è la vera sfida della Meloni perché oggi, con la secessione dell’ultra-destra di Vannacci (dato nei sondaggi all’8%), il destra-centro non va oltre il 40%, per la crisi di Forza Italia (7%) e Lega (5%).
La premier conta poi sullo scontro in atto nel “campo largo” tra Conte e le Schlein; il leader pentastellato, prima dell’inizio delle trattative nel centro-sinistra, ha posto tre condizioni irrinunciabili: l’indizione delle primarie in tempi brevi, il “no” agli aiuti, anche militari, all’Ucraina, il veto alla presenza in coalizione dei Centristi di Renzi, anche se oggi il “campo largo”, maggioritario sulla carta, perderebbe il primato senza l’intesa con l’area riformista, come hanno dichiarato esponenti diversi, da Prodi a D’Alema.
Paradossalmente il 42% potrebbe sfuggire ad entrambi i Poli, anche per la presenza di liste autonome, dai Centristi di Calenda al gen. Vannacci, dai Valdostani agli Alto-Atesini sino ai contestatori del Sud. In questo caso si tornerebbe al Parlamento della prima Repubblica, con il tramonto del sistema bipolare Berlusconi-Prodi e la rinascita delle “larghe intese”, garantite dal Quirinale.
I due Poli utilizzeranno i mesi che ci separano dal voto per invertire la rotta e mantenere il bipolarismo. Ma i problemi da affrontare sono molti.
Il primo riguarda la politica estera, con particolare attenzione al conflitto russo-ucraino: la Meloni e la Schlein sono solidali con Kiev, aggredita da Mosca da oltre quattro anni; ma Salvini e Conte propongono una linea sostanzialmente neutralista e filo-russa, anti-Bruxelles. Come potranno scegliere gli elettori se i programmi saranno generici per essere unitari?
La politica estera è il cardine della linea di governo e l’europeismo è la rotta dell’Italia dal dopo-guerra. Non possiamo ridurre il sostegno alla UE per sopire i dissidi nelle due coalizioni, specialmente di fronte all’avanzata dell’ultra-destra in Germania e Francia. Allo stesso modo – con il coraggio dimostrato da Papa Leone contro la guerra di Trump e Netanyahu in Iran – occorre contestare concretamente il governo israeliano sulle occupazioni a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.
Nel centro-destra e poi essenziale la definizione delle nuove leadership e dei programmi in Forza Italia e Lega; tra gli Azzurri e ormai palese il conflitto tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, tra la Famiglia (che copre i debiti del partito) e il segretario – vice premier, accusato di eccessiva “vicinanza” alla Meloni. Nella Lega le Regioni del Nord chiedono il ritorno alla linea Bossi e contestano l’inseguimento di Vannacci da parte di Salvini.
Il duello Conte-Schlein e il contrasto radicali-riformisti sono i veri problemi del “campo largo”: ai tempi della prima Repubblica la soluzione sarebbe stata la scelta “comune” di una terza figura; ora i due leader paiono irremovibili, con il rischio di ridurre la contesa elettorale ad un “duello personale”. Quanto al rapporto sinistra-centro, va rilevato che in Italia, da sola, la sinistra non ha mai vinto una elezione politica (regionali e comunali sono un’altra cosa). È entrata in maggioranza con Moro, al governo con Prodi.
Ci sono contestualmente i problemi giornalieri di governo, dal caro-vita alle crisi industriali, dai temi etici all’immigrazione. Anziché un improduttivo muro contro muro, è necessario un confronto serio, puntando alla soluzione dei problemi, nell’interesse generale del Paese, non pensando soltanto alla perenne campagna elettorale. Anche per accrescere la fiducia degli italiani verso le istituzioni democratiche.

Edizione 17 Settembre 2026

ANNO CVI – N° 34
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