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8xmille - AL VIA LA CAMPAGNA PROMOZIONALE PER INDICARE LA SCELTA NELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Una firma che vale “più di quanto credi”

L’8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi. Sostiene migliaia di iniziative in Italia e nel mondo

Anche quest’anno è iniziata la campagna della Chiesa cattolica per una firma nell’ambito...

EDITORIALE

Parole e fratture

Non è solo una questione di parole fuori luogo, ma una frattura crescente nel modo in cui...

Il “canale Cavour”… nonostante Cavour (di Doriano Felletti e Fabrizio Dassano)

Con 320.000 euro, Regione Piemonte ha annunciato uno stanziamento per lavori di somma urgenza su un pilastro del ponte canale sulla Dora Baltea al cui interno scorre l’acqua del canale Cavour, straordinaria opera di ingegneria idraulica realizzata tra il 1863 e il 1866, vitale per le risaie di Vercellese e Novarese, che si trova nel territorio tra Verolengo e Saluggia. L’allarme è arrivato da Aipo, l’Agenzia interregionale per il fiume Po. Fino alla metà dell’Ottocento, l’irrigazione della pianura piemontese dipendeva da tre canali principali che sfruttavano le acque della Dora Baltea: il Canale del Rotto (XIV-XV secolo), il Naviglio di Ivrea (1468) e il Canale di Cigliano (1785). Sebbene queste opere fossero sufficienti per il Vercellese e l’alto Novarese, non riuscivano a coprire il fabbisogno del Basso Novarese e della Lomellina, aree che soffrivano gravemente per le magre estive del fiume Sesia.
La soluzione al problema non arrivò da un ingegnere di formazione accademica, ma da un agrimensore, Francesco Rossi (Scavarda, 21 dicembre 1794–Torino, 15 febbraio 1858). Dopo aver lavorato come agente generale per la famiglia Cavour nella tenuta di Leri, Rossi maturò l’idea rivoluzionaria di prelevare l’acqua direttamente dal fiume Po. Nonostante lo scetticismo generale, Rossi esplorò il territorio armato di una semplice livella ad acqua, riuscendo a dimostrare che il livello del Po era superiore di circa 25 metri rispetto a quello del Sesia. Il suo progetto iniziale prevedeva un canale di 70 km che, partendo dalla confluenza tra Po e Dora Baltea, arrivasse fino al Ticino. Nonostante il plauso tecnico ricevuto nel 1846, il progetto di Rossi subì battute d’arresto dovute alle guerre d’indipendenza e a ostacoli politici. Il Conte Camillo Benso di Cavour, inizialmente, si oppose al progetto poiché il canale avrebbe diviso in due la sua tenuta di Leri riducendone il valore. Solo nel 1852, quando Cavour divenne Ministro delle Finanze, il progetto fu ripreso, ma ufficialmente affidato all’ingegner Carlo Noè (Casale Monferrato 1812–1873), mentre Rossi fu liquidato con un compenso minimo e morì in miseria nel 1858.
I lavori effettivi iniziarono nel 1863 e furono completati in soli tre anni, un record per l’epoca. Il Canale Cavour si rivelò un’opera di ingegneria idraulica monumentale con una lunghezza di 85 km, con un edificio di presa sul Po a Chivasso largo 40 metri. Furono realizzati 101 ponti, 62 ponti canale e 210 tombe sifone per superare i vari corsi d’acqua (come l’Elvo, il Cervo e il Sesia). L’inaugurazione avvenne il 12 aprile 1866, segnando la nascita della rete capillare che oggi irriga il territorio tra Po, Dora Baltea e Ticino.
Poiché il Po soffriva di periodi di magra estiva, nel 1868 fu costruito il Canale Farini, un’opera sussidiaria progettata per convogliare nel Canale Cavour le acque della Dora Baltea, molto abbondanti in estate per via del suo regime fluviale di tipo niveo, garantendo così un flusso costante e risolvendo definitivamente i problemi di siccità della zona.
Queste acque furono protagoniste nella campagna contro l’Austria nel 1859, quando il regno di Sardegna, per mano di Cavour rifiutò l’ultimatum di Vienna del 19 aprile 1859 e si trovò momentaneamente solo contro l’Impero d’Austria, in attesa dei rinforzi francesi promessi a Plombières. Il rischio principale era che gli Austriaci, in superiorità numerica (2 a 1), conquistassero Torino prima dell’arrivo di Napoleone III.
Per proteggere la capitale, il governo affidò al colonnello Federico Menabrea la creazione di uno sbarramento difensivo lungo 17 km sulla Dora Baltea, sfruttando il fiume come vallo naturale. I lavori si concentrarono su quattro nodi stradali e ferroviari strategici (Rondissone, Borgoregio, Verolengo e Mazzè).
L’arma del fango venne attuata con l’allagamento artificiale sotto la direzione dell’ingegnere Carlo Noè, e fu attuata una manovra idraulica senza precedenti: utilizzando i canali demaniali, vennero allagati circa 450 km² di territorio tra la Dora Baltea e il Sesia. Il maltempo e le forti piogge favorirono questa “alluvione artificiale”, bloccando le strade e rallentando l’avanzata austriaca. Tra il 26 e il 30 aprile, il Genio Militare dell’Esercito Piemontese coordinò circa 3.300 civili, mobilitati dai sindaci della zona, per costruire trincee, postazioni d’artiglieria e sbarramenti.
Nonostante un incidente mortale e le piogge torrenziali, le opere furono completate a tempo di record. Il 29 aprile 1859 il feldmaresciallo austriaco Ferencz Gyulai aveva ordinato alle proprie truppe, raggruppate a Pavia, di oltrepassare il fiume Ticino e il 2 maggio gli austriaci riuscirono a entrare a Vercelli, dopo aver conquistato Mortara e Novara. Occupata la città, da Vercelli Gyulai decise di lanciare un corpo d’armata composto da 45.000 uomini e 200 cannoni in direzione di Torino, passando per Cigliano e Livorno Piemonte (oggi Ferraris).
Dopo meno di 24 ore, però, il feldmaresciallo austriaco fu costretto a far rientrare tutte le sue truppe a Vercelli nell’impossibilità di proseguire dal momento che l’ingegnere Carlo Noè con incarico dello stato maggiore piemontese, aveva disposto l’apertura dei canali d’irrigazione e l’inondazione delle piane circostanti la città, rendendo impossibile la prosecuzione per cavalli e artiglieria. Gli austriaci dovettero ritirarsi dapprima a Rosasco e poi a Robbio, lasciando solo 7.000 uomini a continuare l’occupazione della città, i quali il 19 maggio vennero costretti a retrocedere per l’avanzare dell’esercito franco-piemontese, passando il Sesia e facendo saltare due arcate del ponte su cui tra l’altro passava l’unico binario della ferrovia Torino-Novara.
Quella sera stessa entrò a Vercelli il reggimento di cavalleria “Piemonte Reale”. L’occupazione durò in tutto 17 giorni, dal 2 al 19 maggio, e costò al comune di Vercelli 1.400.000 lire dell’epoca, cifra mai rimborsata con i danni di guerra.
Carlo NoèCopertina del libro “Storie d’acque e di pietra. Quindici racconti d’autore attorno a Chivasso”

La santa della Vespa (di Filippo Ciantia)

Quando Enrico Piaggio vide quel prototipo, non ebbe dubbi: “Sembra una Vespa!”. Giusto 80 anni fa nacque uno dei simboli italiani più amati al mondo: la Vespa, lo scooter progettato da Corradino D’Ascanio, un ingegnere aeronautico che non sopportava le moto, da lui giudicate scomode, sporche, poco pratiche. Pensò a un mezzo diverso, leggero, elegante, facile da guidare e protettivo. Una carrozzeria che difendeva i vestiti e la dignità di chi lo guidava. Anche le donne poterono così salire su uno scooter senza difficoltà. In un’epoca in cui non si indossavano pantaloni, la Vespa offriva libertà senza compromessi: niente più scomodità, niente più imbarazzi, niente più sguardi indiscreti.
Chi può dimenticare Audrey Hepburn e Gregory Peck che sfrecciano tra le strade di Roma in Vacanze romane? Oppure Nanni Moretti che, in Caro diario, attraversa Roma da solo sulla sua Vespa. E ancora, Jude Law ne Il talento di Mr. Ripley.
Ma forse l’immagine più sorprendente non viene dal cinema. È quella di Carla Ronci, giovane donna di Torre Pedrera, vicino a Rimini. Sorridente, bellissima, elegante, con abiti curati e uno sguardo limpido, in sella alla sua Vespa azzurro chiaro.
La chiamavano “la santa della Vespa”.
Carla era una ragazza di una bellezza luminosa, fatta di semplicità e autenticità. Dentro questa normalità, cresceva qualcosa di straordinario. La sua fede non era fatta di gesti eclatanti, ma di presenza quotidiana con le giovani a lei affidate. Con la sua Vespa si spostava tra le case, visitava malati, aiutava chi era solo, partecipava con entusiasmo alla vita parrocchiale.
Non predicava: viveva. Attenta, dolce, capace di ascoltare e far sentire ogni persona importante, “quando passava, diffondeva dolcezza”. Aveva scoperto di essere chiamata a “stare nel mondo”, che sarebbe stato il suo convento. Poi, improvvisamente, la malattia, che affrontò con la stessa semplicità e letizia con cui aveva vissuto: senza clamore, ma con una serenità che colpì tutti. Morì a soli 35 anni.
Lasciò una traccia fatta di sorrisi, di corse in Vespa tra le strade del paese, di incontri che hanno cambiato la vita di chi le stava accanto. La devozione popolare nei suoi confronti è cresciuta spontaneamente e nel 2007 è stata proclamata Venerabile da Papa Giovanni Paolo II, e la sua causa di beatificazione continua il suo cammino.
“Voglio fiorire dove Dio mi ha seminata”
(Carla Ronci)

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