Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

domenica 1 Novembre 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

domenica 1 Novembre 2026

IL PRAGMATISMO ROMANO TRASFORMÒ LO SPAZIO DEL MITO NELL’ORDINATA MAPPA DELLA PRIMA EUROPA

Il mito di Fetonte e l'enigma geografico dell'Eridano

La Dora Baltea e il Po: la confusione degli antichi geografi greci sciolta da Plinio

(di Fabrizio Dassano)

Foto: La confluenza della Dora Baltea (destra) nel fiume Po (sinistra), fonte:...

EX E ATTUALE PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA SUL CONVEGNO DI VENERDÍ 30 A IVREA

Natalità, tema urgente e decisivo

Geminiani e Conta: “Il futuro di imprese e territorio passa da lì”

IVREA – Nell’assemblea dei soci d’inizio mese è stato eletto presidente di Confindustria Canavese...

Caricamento

Ronco Canavese, auto fuori strada: conducente soccorso e ricoverato in codice giallo

Si è concluso da poco un intervento del Servizio Regionale di Elisoccorso di Azienda Zero Piemonte e del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese nel Comune di Ronco Canavese per un’automobile finita fuori strada.
L’incidente è accaduto lungo la strada che conduce in frazione Forzo a un mezzo del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il conducente, tramite la radio a bordo del veicolo, ha lanciato un allarme che è stato raccolto da alcuni colleghi in zona che hanno a loro volta allertato il 112 poco prima delle 11.
Sul posto sono giunti in prima battuta i colleghi dell’infortunato, poi elicottero sanitario e la squadra locale del Soccorso Alpino coadiuvati in seguito dai Vigili del Fuoco, giunti con il proprio elicottero.
L’automobile era rovesciata a bordo della carreggiata, il personale presente ha collaborato nell’estrazione del ferito e nella stabilizzazione sanitaria prima dell’imbarco sull’elisoccorso per il trasferimento in ospedale dove è stato ricoverato in codice giallo.

EDITORIALE – Luci in Terra e in Cielo

Si è spenta una luce in Terra, se n’è accesa una in Cielo. Non possiamo non dedicare l’editoriale a don Arnaldo Bigio, grande amico del giornale, dei suoi giornalisti, dei collaboratori.
Don Arnaldo non era un uomo, un prete, qualunque. Avrebbe voluto esserlo, forse per il suo carattere schivo, ma non lo era. A dimostrarlo sono (anche) le 100 mila visualizzazioni dei post che abbiamo pubblicato per annunciarne la dipartita, raccontare momenti della sua vita, comunicare gli orari delle celebrazioni in suffragio, condividere le immagini delle esequie.
Lo testimoniano gli articoli di quanti lo ricordano… Lo testimoniano la Cattedrale e la piazza antistante, gremite di persone per l’ultimo saluto. Soprattutto, lo testimoniano le parole, le frasi con cui chi lo ha conosciuto ha espresso il dolore per la sua perdita. Don Arnaldo non avrebbe voluto essere celebrato. Eppure, chi gli ha voluto bene ha sentito il bisogno di farlo: ricordarlo, dirgli grazie per ciò che è stato e il bene che ha donato.
Abbiamo cercato di raccogliere dal web i sentimenti di chi lo ha conosciuto, incontrato, frequentato; di chi ha ricevuto da lui bene spirituale o aiuto materiale. Tanti, troppi per poterli elencare tutti.
Eppure, anche solo scorrendoli, si ritrova il segno lasciato da una vita spesa per gli altri. “Grande uomo e grande pastore”, “Servo buono e fedele” leggiamo. C’è chi lo definisce “persona cara”, promettendo di ricordarlo sempre, chi sottolinea che “ha vissuto accanto agli ultimi” e “fatto tanto per aiutare i ragazzi in difficoltà”. “C’è festa in Cielo per lui che non si è risparmiato, fino alla fine, nell’opera che il Signore gli ha affidato”.
I ricordi si intrecciano e restituiscono volti diversi della stessa persona: chi lo ricorda viceparroco, chi alla Casa di Gressoney, chi nell’insegnamento, nel gioco, nella preghiera… C’è chi confessa che “senza la sua presenza e il suo aiuto” si sente persa, chi gli scrive parole che raccontano un legame durato nel tempo: “Sei stato il riferimento della mia adolescenza, prima, e da adulto dopo. Un vero educatore per centinaia di giovani che ti hanno incontrato…”. E il grazie di chi riconosce in lui un esempio e una guida: “Voglio solo ringraziarti per l’esempio, lo zelo, l’ardore, il coraggio che ha accompagnato la tua vita, per il sostegno morale… Sei stato punto di riferimento per molti nel tuo lungo apostolato, sostegno e pungolo”.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

L’Amore non si ferma mai (di Filippo Ciantia)

Immagine generata con IA.
Le sue condizioni fisiche si erano aggravate, ma la mente restava lucida e un sorriso accompagnava ogni incontro. Si capiva che si avvicinava alla fine la sua lunga Via Crucis, segnata dalla malattia e dalle grandi sofferenze che avevano ferito la sua vita.
Carla, una delle amiche che da quando si era aggravata le facevano compagnia ogni giorno, commossa dal rapido volgere degli eventi, le chiese se era pronta. Paola con pacatezza e serenità fece un sorriso: “Ho sempre amato viaggiare. E ho viaggiato molto, ho visto tanti bellissimi posti, con Giorgio e con i figli. Siamo stati in paesi lontani, anche in Africa”. Il tempo di prendere il fiato che si faceva sempre più corto: “Adesso mi aspetta il viaggio più lungo”.
Nella mente di Paola scorrevano le immagini di una vita che, contro ogni aspettativa, era tornata a fiorire, di un nuovo cammino che si era aperto per lei e per Giorgio. Un nuovo viaggio, una nuova vita. Nel dolore per la perdita della figlia Lidia, avevano incontrato una fede che aveva cambiato il loro modo di guardare la vita.
Il suo Giorgio aveva raccontato: “Prima di questo gravissimo fatto, si viveva giorno per giorno, indaffarati, sempre di fretta, sempre col problema dei soldi, del lavoro, della salute e dei figli, ma mai un momento per noi stessi, per … chiederci se era giusto quello che si stava facendo …”
Già durante il funerale di Lidia, il 10 gennaio 1987, annunciarono la nascita della Fondazione Lidia Macchi, per mantenere vivo l’amore per l’Africa della figlia, sostenendo iniziative educative e di solidarietà, soprattutto in Uganda: il Centro giovanile Lidia Macchi a Kampala, la realizzazione di pozzi per l’acqua potabile e il sostegno a tante persone in difficoltà.
Nel 1991, insieme ad altri genitori segnati dalla morte di un figlio, diedero vita a “Famiglie in Cammino”, un’esperienza di condivisione e sostegno reciproco, nella certezza che anche il dolore più grande possa essere vissuto nella speranza cristiana. Due opere nate dallo stesso desiderio: che la vita di Lidia continuasse a generare bene, abbracciando la croce di Gesù che trasforma il dolore in un dono commosso di sé.
Paola è salita al cielo sabato 17 ottobre, accompagnata dall’amore di figli e nipoti e dall’amicizia di tanti che le hanno voluto bene.
“Solitudine e gioia dell’incontro e la comunione nella sua luce eterna” (Lidia)

Beati, perché capaci di aprirsi a Dio – Commento al Vangelo di domenica 1 novembre

Gesù vede le folle e sale sul monte. Non fugge dalla gente: si siede, come un maestro che non ha fretta, e apre la bocca per consegnarci non una regola, ma un volto, il suo.
Le Beatitudini, prima di dirci che cosa fare, ci svelano il cuore del Padre e la sua felicità. Il povero in spirito, il mite, il misericordioso, il perseguitato: è Gesù stesso. E i santi che oggi festeggiamo sono santi perché hanno lasciato emergere nella loro vita i lineamenti di Lui.
Il mondo chiama felici i ricchi, i forti, i vincenti. Gesù capovolge tutto e proclama beati i poveri, chi piange, chi ha fame di giustizia. Non perché il dolore sia un bene, ma perché chi si scopre bisognoso apre le mani, e solo mani aperte possono ricevere Dio. Siamo davvero disposti a riconoscere che da soli non ci bastiamo? O ci aggrappiamo ancora all’autosufficienza che ci lascia vuoti?
La prima lettura ci mostra una moltitudine immensa che nessuno può contare. La santità non è per pochi eroi: è la vocazione di genitori, lavoratori, giovani e anziani che hanno vissuto il Vangelo nella semplicità dei giorni. È la santità della porta accanto, di cui parla papa Francesco, quella di chi serve senza cercare applausi. Chi, vicino a noi, è già un piccolo segno di Dio? E lo abbiamo mai ringraziato?
Il Vangelo dice che le Beatitudini sono una strada più che un traguardo. Nessuno le vive tutte in un giorno: il Signore ci rende santi poco alla volta. Ogni volta che scegliamo la misericordia invece del rancore, una parola di pace invece della maldicenza, la fiducia in Dio invece dell’orgoglio, siamo già in cammino. In quale beatitudine ci sentiamo chiamati a crescere? E non stiamo forse inseguendo una felicità a buon mercato, che promette molto e non sazia?
Non servono grandi progetti, serve un passo concreto dietro a Gesù. Cominciamo oggi, con piccolezza e gioia: chi ha posto Cristo al centro della vita è già beato, anche nel pianto. Rallegriamoci ed esultiamo, perché questa strada, pur esigente, conduce alla vera felicità.
Mt 5,1-12
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Caricamento