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LABERIANUM, GRUPPO STORICO-CULTURALE, RACCONTA LA COINCIDENZA TRA LAURIANO E BODINCOMAGUS

Studiare i muri per conoscere la storia del borgo

Come pensavano, lavoravano e convivevano gli antenati negli ultimi tre secoli

(di Sergio Sapetti)

Nella foto: ubicazione della casa padronale nel tessuto urbano “Leggere i muri per vedere la...

EDITORIALE

Tessendo un filo...

Tessiamo un filo che tenga insieme alcuni temi e giorni apparentemente lontani tra loro: le...

Elettrificazione Rivarolo–Pont: i lavori saranno conclusi entro il 2026

I lavori di elettrificazione della linea ferroviaria Rivarolo – Pont saranno conclusi entro il 2026 mentre proseguiranno gli interventi di soppressione di diversi passaggi a livello lungo il percorso. È quanto emerso nel corso dell’incontro di aggiornamento tra Regione, Rfi e i sindaci del territorio, tenutosi nel Palazzo della Regione Piemonte a Torino.
Rfi ha illustrato il cronoprogramma del cantiere di elettrificazione, mentre il confronto si è poi concentrato sul tema del futuro esercizio ferroviario, strettamente legato alla presenza dei numerosi passaggi a livello lungo la linea. Regione e Comuni stanno lavorando dal 2020 a un piano di soppressione progressiva di alcuni attraversamenti.
Resta tuttavia aperto il nodo della sincronizzazione dei passaggi a livello: in assenza di un adeguamento tecnologico, si profilerebbe lo scenario di chiusure contemporanee fino a 40 minuti per ogni corsa del treno, con ricadute significative sulla viabilità locale.
Su questo punto è emersa una piena convergenza tra i sindaci e la Regione rispetto alla proposta progettuale presentata da Rfi, che prevede un ulteriore e già pianificato investimento, realizzabile nel 2027, per superare definitivamente la criticità.

Nel lavoro la centralità della persona umana (di Doriano Felletti)

Foto: Manifestanti ad Ivrea, foto da Il Risveglio Popolare del 1° novembre 1979.
L’esordio in Olivetti di Carlo De Benedetti non fu tra i più felici. L’azienda versava in grande crisi e, al fine di perseguire il risanamento, furono poste le basi per una progressiva riduzione del personale: “il motivo, è noto, è la situazione della Olivetti con la minaccia incombente, e sempre ripetuta dall’amministratore delegato ing. Carlo De Benedetti, del licenziamento di personale considerato in esubero dalla Direzione (10 mila in tutto il gruppo di cui 4 in Italia, 3 nel Canavese)” (Il Risveglio Popolare, 4 ottobre 1979, p. 4).
Il PCI invitò alla mobilitazione e convocò per venerdì 5 ottobre al Teatro Giacosa una manifestazione pubblica. Il lunedì successivo fu convocato un Consiglio Comunale aperto a cui parteciparono le Amministrazioni Comunali di Pozzuoli, Massa, Crema, Marcianise, Torino, Milano, Agliè; i comuni del Comprensorio, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, i Consigli di fabbrica, i rappresentanti sindacali e dei partiti. Fu Luigi Barisione, allora assessore al lavoro, a evidenziare la necessità delle istituzioni di attenzionare i problemi occupazionali del territorio: “Il Consiglio Comunale aperto va quindi inteso come uno dei momenti di lotta e difesa dell’occupazione” (Il Risveglio Popolare, 11 ottobre 1979, p. 1).
Quel numero de Il Risveglio Popolare aprì in prima pagina con un atto di forte responsabilità politica e sociale: Sua Eccellenza Mons. Luigi Bettazzi indirizzò all’Amministratore delegato di Olivetti una lettera aperta nella quale tra l’altro si legge “…non mi appello, come vede, a motivazioni religiose. […] Mi appello ai motivi umani che non possono non rendere sensibile ogni uomo che voglia contribuire al vero benessere dell’umanità, della propria e di quella altrui. Mi appello alla ragione stessa, che vede nell’uomo, in ogni uomo, un essere partecipe della storia e del progresso, e che vede nelle fortune di ogni impresa umana, anche delle imprese industriali, non solo l’affermazione dell’intelligenza e della capacità di chi dirige, ma anche il risultato dell’impegno e della laboriosità di chi produce” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
L’analisi politica di Mons. Bettazzi fu lucida e razionale; non mancò una certa stigmatizzazione verso un certo modello di imprenditoria: “È triste invece constatare come, nel recente passato italiano, troppi imprenditori, dopo aver goduto di condizioni favorevoli determinate dalla manodopera a basso costo e da facilitazioni governative, abbiano poi potuto vendere a proprio esclusivo vantaggio quanto era stato costruito con il sacrificio dei lavoratori e il contributo dell’intera collettività, magari godendosi all’estero le fortune là tranquillamente esportate, con la colpevole negligenza se non la compiacente tolleranza di chi avrebbe dovuto tutelare l’economia nazionale, dunque il bene di tutti” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Egli invitò al ripensamento delle misure in atto, nella logica del bene comune: “Ecco perché, ingegnere, al di là delle dure e naturali reazioni alle Sue dichiarazioni, la cittadinanza guarda con fiducia ai primi accenni di un’apertura al dialogo, ecco perché richiede con insistenza una partecipazione più piena e più universale, che faccia davvero dell’Olivetti un’azienda-guida per la società di domani, ponendola all’avanguardia di un nuovo tipo di rapporto fra tutte le categorie ugualmente interessate alle sorti dell’azienda, che è fonte di vita per tanti prima ancora che fonte di guadagno per pochi” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Il Risveglio Popolare del 18 ottobre pubblicò una seconda lettera aperta di Bettazzi intitolata “Caro fratello cristiano…” che aveva il seguente incipit: “sento il bisogno, come sempre, di spiegare i miei gesti e i miei scritti per confermare che essi fanno parte di un unico progetto di evangelizzazione, che sono ‘politici’ nel senso vasto di ‘aperti alla collettività’ come tutti gli atteggiamenti cristiani devono essere, tanto più quelli di un vescovo, che non vogliono cedere alla tentazione di una religiosità esclusivamente individualistica, più comoda ma mutilata” (Il Risveglio Popolare, 18 ottobre 1979, p. 1).
Il significato profondo della lettera emerse poco oltre: “Se mi preoccupo con ansia del problema dell’Olivetti […] lo faccio non soltanto per un’umana solidarietà con questi fratelli, oggi comunque in posizione di ansia e di imminente disoccupazione e quindi meritevoli delle nostre attenzioni; ma soprattutto perché proprio qui si rileva che la battaglia è molto più ampia che non per quattromila posti di lavoro, pur importantissimi per coloro che vi sono interessati. Si tratta del principio della centralità della persona umana, parte essenziale del messaggio evangelico, con tanta insistenza richiamata da Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica e nei suoi anche più recenti discorsi. […].
Il risanamento finanziario […] va controllato e messo appunto al servizio dell’occupazione. Se no davvero il lavoro umano […] diventerebbe una ‘merce’, che si ha il diritto di comprare e di buttare via secondo le leggi del mercato, anzi del profitto. E sarebbe proprio il considerarlo una ‘merce’ che porterebbe praticamente alla rinuncia di riconoscervi un’umanità, con i suoi diritti di crescita e di partecipazione” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Una terza lettera aperta indirizzata ai lavoratori dell’Olivetti, “non c’è due senza tre (poi… basta!)”, fu pubblicata in prima pagina nel numero del 25 ottobre 1979. L’analisi portò alla conclusione che “proprio perché le vostre rivendicazioni non sono soltanto richieste di miglioramenti personali ma prospettive di una società più giusta, occorre che continuiate a farvi carico delle esigenze di tutti, soprattutto delle categorie più in difficoltà, dai disoccupati ai sottoccupati, dai giovani ai pensionati, confermando così la validità della vostra proposta globale”.
La vicenda si concluse con danni limitati: un finanziamento straordinario a fondo perduto da parte del Governo portò alla cassa integrazione per 750 lavoratori. “Questo accordo ci consente un Natale più sereno e tranquillo”, affermò su Stampa Sera del 21 dicembre 1979 l’allora sindaco di Ivrea Mario Viano.
In tutto questo, il contributo di Mons. Bettazzi nell’inquadramento della situazione fu di sicura consapevolezza del suo ruolo pastorale.
La prima pagina de Il Risveglio Popolare dell’11 ottobre 1979.
 

Le ninfee, un’immagine della condizione umana (di Filippo Ciantia)

Sono a Boston da mia figlia Monica e dalla sua numerosa famiglia. Da buon nonno faccio l’autista, verso e da scuola, poi districandomi nella jungla delle attività sportive e extracurriculari. Una sera, quasi per caso, prima di addormentarmi guardo il film Miracles from Heaven. La storia della famiglia Beam colpisce: l’amore tenace dei genitori, la sofferenza della piccola Anna, la fede messa alla prova e poi ritrovata.
Un paio di giorni dopo, spinto da curiosità mista ad emozione, decido di andare al Museum of Fine Arts. Volevo vedere con i miei occhi il quadro che nel film segna uno dei momenti più intensi: le Water Lilies di Claude Monet. Quando Anna si trova davanti alla tela, succede qualcosa di inatteso. I colori vibrano, l’acqua sembra muoversi, la luce si riflette sulle ninfee come se venisse da un luogo più profondo. Anna rimane immobile: entra nel quadro e una pace silenziosa l’avvolge e sul volto appare un sorriso, una luce misteriosa.
Le ninfee, radicate nel fango ma aperte alla luce, sono un’immagine della condizione umana. Anche nelle prove più dure può apparire una bellezza inattesa. Ripenso alla famiglia Beam: alla madre Christy, alla sua fede ferita ma resistente; al padre Kevin, presenza discreta e solida; alle sorelle che condividono il dolore; e alla piccola Anna, fragile e dagli occhi luminosi.
Il film mostra come la comunità cristiana sostenga la famiglia con preghiere e amicizia sincera e concreta, e come la scienza faccia la sua parte attraverso il dottor Nurko, autorità della gastroenterologia pediatrica. Non c’è contrapposizione tra fede e medicina, ma un cammino comune pieno di speranza. E poi c’è Angela, la cameriera, segno di una bontà semplice e inattesa.
Alla fine del film, nel momento in cui avviene la guarigione inspiegabile, Anna rivede quella luce sulle ninfee. Davanti al quadro, si capisce che il miracolo non è solo un evento straordinario, ma un avvenimento che riflette il Mistero di una Bontà che abbraccia. Come l’acqua di Monet che riflette il cielo, così la vita può riflettere una luce più grande, anche quando attraversa il dolore più drammatico.
Attenzione! La storia di Anna e della famiglia Beam è una storia vera! Potete chiedere al Dott Samuel Nurko, tuttora in servizio al Boston Children’s Hospital!

CAMMINO DI RINASCITA – Commento al Vangelo di domenica 1° marzo 2026

Quante volte abbiamo visto qualcosa di così bello da restare senza parole? Pietro, Giacomo e Giovanni quel giorno sul Tabor vissero qualcosa di simile. Salirono stanchi, con il cuore gonfio di domande. E poi…la luce. Un volto che brillava come il sole e quella voce che rompeva il silenzio del cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. Caddero con la faccia a terra. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”.
Il cristianesimo non è una dottrina né un codice morale: è una persona. Le idee non ci toccano. Solo una persona può farlo. Solo Lui lo fa. Riflettiamo: nella nostra vita, abbiamo incontrato una persona o abbracciato un’idea?
Pietro, nel suo impeto generoso, vuole costruire tre capanne. Vuole fermare il momento. Ma Dio non abita nelle capanne che costruiamo noi. Abita nel cammino. Ci siamo mai accorti di volerci fermare a un’esperienza bella senza lasciarci trasformare fino in fondo? I nostri “monti”, o un ritiro, un santuario, un mattino di preghiera… sono sorgenti preziose da custodire. Ma la luce non è per restare sul monte. È per illuminare la valle.
Gesù vuole vivere in noi. Nella strada della quotidianità. In noi, Gesù vuole vivere oggi, in questa settimana, nelle conversazioni difficili, in quella persona che facciamo fatica ad amare. Allora domandiamoci: c’è qualcosa in noi che non abbiamo ancora lasciato trasfigurare da Lui?
Alla fine, il Vangelo sussurra qualcosa di bellissimo: i discepoli “non videro nessuno, se non Gesù solo”. Tutto sparì. Restava solo Lui. Quando nella nostra vita togliamo tutto, chi troviamo al centro? Se troviamo Lui, anche solo come desiderio o nostalgia, siamo già sul monte. E Lui è già lì, pronto a dirci: Alzatevi. Non temete.
Mt 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Trattamento Sanitario Obbligatorio: strumento da maneggiare con estrema cura nel rispetto del paziente (di Cristina Terribili)

Foto generata con IA
Tra il 9 ed il 15 marzo prossimo a Torino, l’Associazione Terra di Libertà OdV, organizza una serie di eventi dal tema “Psichiatria, diritti violati e discriminazioni”. Tra le altre cose un convegno dal titolo “Il TSO in psichiatria: un problema di diritto e discriminazione”. Il tema risulta essere interessante perché pone l’attenzione sull’etica della cura e sull’adesione e la consapevolezza della persona che presenta un disturbo psichiatrico.
Ma che cos’è il TSO? Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è un intervento considerato eccezionale che, in seguito alla coraggiosa legge Basaglia (la 180 del 1978), può essere previsto come misura ultima quando la persona, in evidente alterazione psichica, rifiuta le cure necessarie o misure alternative a trattamenti che si rendono obbligatori.
Prima della legge Basaglia si faceva riferimento al “ricovero coatto” che aveva il solo scopo di contenere la persona ritenuta “alienata di mente” e non si riferiva né al bisogno di cura, laddove necessario, né al rispetto della persona (spesso il ricovero coatto era un mezzo usato strumentalmente per togliere diritti e dignità a persone fragili o invise alla famiglia o alla società). Mentre dal 1978 per istituire un ricovero obbligatorio sono necessari dei presupposti come l’alterazione psichica tale da richiedere un intervento terapeutico urgente, il rifiuto delle cure da parte del paziente e l’impossibilità di curare la persona sul territorio o attraverso interventi terapeutici non ospedalieri.
Con la legge 180 il TSO aveva una durata massima di 48 ore, doveva essere proposto da un medico, convalidato dal medico della struttura sanitaria competente, ordinato dal Sindaco e convalidato dal giudice tutelare entro 48 ore.
Nel 2025, la Corte Costituzionale, a seguito del ricorso istituito da una donna siciliana che ha denunciato gli abusi procedurali a cui era stata sottoposta a seguito della disposizione di TSO da parte del sindaco, con la sentenza 76, ha dichiarato illegittimo, secondo la costituzione italiana, l’articolo 35 della legge 833/1978 che fa riferimento al TSO.
La Corte Costituzionale basa la sua decisione sulla necessità di tutelare il paziente da ogni forma di violenza durante le procedure di ricovero nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Quella sentenza serve a ricordare che i TSO devono essere svolti “nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”, e che i trattamenti “devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato”.
Inoltre deve garantire il diritto della persona ad essere informato sul provvedimento restrittivo, di poter comunicare con chi ritenga opportuno, di chiedere al sindaco la revoca o la modifica del provvedimento, fino alla possibilità da parte di chiunque abbia interesse di proporre ricorso contro il provvedimento presso il tribunale competente per territorio.

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