100 giorni del Governo; la politica lontana dalla visione di Mattarella

(Mario Berardi)

Il quadro politico si complica per il fallimento delle alleanze Pd-M5S nei Comuni al voto in ottobre: solo a Napoli l’intesa regge, mentre da Torino a Roma, da Milano a Bologna si va allo scontro diretto, con una obiettiva sconfitta del disegno di Zingaretti-Letta-Conte di preparare un progetto organico, di qui alle politiche. Nei Grillini ha vinto Di Maio, propugnatore di un Movimento né di destra né di sinistra; nei Dem è la rivincita degli ex renziani (Marcucci) e di realtà locali, come Torino, particolarmente critiche con l’esperienza pentastellata.

Non favorisce Letta la rivalità scoppiata tra Salvini e la Meloni per la leadership di un destra-centro che ha mantenuto la sua unità, nonostante l’esperienza governativa della Lega con i Grillini e l’opposizione attuale di FdI. Ora il segretario dem tenta di piantare una bandierina con il varo del ddl Zan sull’omotransfobia, senza modifiche, nonostante diversi senatori gli abbiano chiesto, senza successo, di accettare una mediazione. Con questa linea rischia di appiattire il Pd sulle posizioni Craxi-Pannella degli anni Settanta, mentre il partito potrebbe uscire dall’isolamento – come gli hanno chiesto alcuni parlamentari – ritornando alla proposta Zingaretti di un sistema elettorale proporzionale.

Oggi, secondo i sondaggi, con i Grillini “terza forza”, il destra-centro vincerebbe sul centro-sinistra 48 a 31. Resta poi il tema delle priorità: anzitutto il diritto al lavoro e la lotta alle diseguaglianze, come ha ribadito autorevolmente il cardinal Zuppi a “La Stampa”.

Tra le fibrillazioni della politica il Governo Draghi procede, non senza difficoltà. Varato il  Recovery-plan, tre nuovi problemi sono sorti: la nuova ondata di migranti da Tunisia e Libia, le preoccupazioni della ministra Cartabia sulla riforma della Giustizia, il ritorno di ondate speculative sui nostri titoli di Stato.

Migranti. Il Governo ha chiesto un sostegno pieno all’Unione europea e l’apertura di nuove trattative con la Libia e la Tunisia; particolarmente difficile il dialogo con Tripoli per la presenza “inquietante” della Turchia, anche negli attacchi a nostri pescherecci. Secondo fonti autorevoli, Erdogan avrebbe minacciato lo sbarco dalle coste libiche di 70 mila profughi, per rappresaglia. Roma e Bruxelles sono chiamate a un impegno straordinario di politica estera, prima che la situazione degeneri in nuove tragedie. L’Europa deve ritrovare una strategia unica con l’America di Biden per l’intero Medio Oriente, superando l’oblio dell’era Trump; lo stesso riacutizzarsi dello scontro tra Israele e i Palestinesi rende urgente una presenza qualificata dell’Occidente unito.

Giustizia. La ministra Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale, ha lanciato l’allarme alle Camere: entro l’anno va riformata la legislazione, soprattutto quella civile, altrimenti si perdono i fondi del Recovery-plan; è urgente abbreviare la durata dei processi e ridefinire il tema della prescrizione. Ma su questa materia siamo sulle barricate tra i Pentastellati, che difendono la proposta “giustizialista” dell’ex ministro Bonafede, e la linea referendaria firmata da Salvini con i radicali. Cartabia ha parlato senza veli politici: chi blocca la riforma si assume la responsabilità di far perdere al Paese i 200 miliardi dell’Europa. Basterà per raggiungere un’intesa onorevole per tutti?

Titoli di Stato. Negli ultimi giorni ci sono stati attacchi speculativi da fondi esteri, rintuzzati dalla BCE e dal ministero del Tesoro; sono il segno di una rinnovata attenzione al quadro politico-economico italiano, considerato “fragile”, anche se non c’è alternativa al Governo Draghi. Tuttavia queste manovre speculative obbligano l’Esecutivo a una particolare attenzione al deficit pubblico, nonostante le crescenti richieste per i danni della pandemia.

Di particolare rilievo l’appello dei sindacati sulle pensioni: a fine anno scadrà la Quota 100 voluta dal primo Governo Conte, oggi economicamente insostenibile; Cgil-Cisl-Uil sollecitano la scelta dei 62 anni per il collocamento a riposo, rifiutando il ritorno alla legge Fornero; contestualmente rilanciano l’urgenza di prorogare il blocco dei licenziamenti per evitare un’autentica emorragia sociale, soprattutto nel Mezzogiorno.

Rispetto alla gravità dei problemi aperti, il dibattito politico appare troppo “interno” ai partiti, come segnala con preoccupazione l’opinione pubblica in tutti i sondaggi; a cento giorni dalla formazione del nuovo Esecutivo, ancora non c’è stata la piena inversione di marcia invocata dal Capo dello Stato.

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