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In Italia si stima che 7 milioni di persone si prendano quotidianamente cura di un familiare malato, disabile o non autosufficiente, garantendogli un’assistenza costante e impegnativa. Sono i cosiddetti caregiver, figure finora in parte invisibili.

Il disegno di legge sul “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari”, approvato dalla Camera dei deputati il 14 ottobre 2026, definisce caregiver la persona maggiorenne che assiste il figlio, un parente entro il secondo grado, il coniuge, la parte dell’unione civile, il convivente di fatto o un affine entro il secondo grado e, in casi specifici, un parente entro il terzo grado. La persona assistita deve avere una disabilità riconosciuta ai sensi della legge 104/1992, essere titolare dell’indennità di accompagnamento oppure trovarsi in una condizione di non autosufficienza individuata dai decreti legislativi 62/2024 e 29/2024.

La legge individua quattro tipologie di caregiver, in base alle ore di assistenza settimanali e alla convivenza con la persona assistita: chi convive con lei e presta almeno 91 ore di assistenza; chi convive e ne dedica almeno 30; chi non convive, ma assiste per almeno 30 ore; chi, infine, dedica tra le 10 e le 29 ore settimanali.

Le criticità emergono quando alle diverse categorie vengono associate tutele e opportunità economiche, peraltro molto limitate, a partire dal 2027. La legge rappresenta un primo passo per conoscere la dimensione del fenomeno e valutare le risorse necessarie a sostenere chi affronta un impegno quotidiano che va ben oltre un normale orario di lavoro. Resta però lontana da un’effettiva analisi dei bisogni dei caregiver e dalla complessità del loro ruolo.

Chi opera nel settore sa quanti minorenni assistano familiari con disabilità anche molto diverse tra loro. Ci sono poi persone non conviventi che, dietro le quinte, si occupano dell’organizzazione, facilitano l’accesso alle cure o si alternano nell’assistenza quando il caregiver principale ha bisogno di riposo o deve curarsi. Sono genitori, figli, fratelli, sorelle, mariti, mogli e cugini che rischiano di restare esclusi dal riconoscimento previsto dalla legge.

Un primo passo ma ancora lontano da un percorso capace di garantire diritti e tutele a chi si assume un compito preziosissimo: assicurare un’assistenza che il Servizio Sanitario Nazionale faticherebbe a garantire da solo e che avrebbe costi ben superiori al contributo economico finora previsto.