“I medici sono i più felici tra gli uomini: la rinomanza proclama i loro successi e la terra ricopre i loro errori”. Su questo crudo aforisma dello scrittore inglese Francis Quarles, che va probabilmente preso con una grande dose di umorismo, possiamo iniziare questo breve excursus su alcune pleclare figure di medici operanti in Valchiusella.
Tra di esse forse la più singolare e complessa fu quella di Giacomo Felice Saudino (foto in alto), nato a Vico Canavese il 24 settembre 1855 laureatosi a pieni voti in medicina nel 1880 a Torino, il quale fece l’internato all’ospedale Mauriziano assieme al famoso chirurgo Antonio Carle.
Per nulla interessato alla carriera medica che gli si prospettava nella capitale sabauda, ritornò a Vico ove svolse la sua professione in qualità di medico condotto, succedendo, nel 1896, al dottor Pietro Antonio Ghina (1810 – 1901), (foto a fianco) del quale fu devoto allievo. Saudino era definito il medico dei poveri, sempre pronto a dare una mano morale e materiale a tutti. Dopo aver svolto una visita, sovente, se vedeva che le condizioni economiche del malato erano precarie, non solo non richiedeva l’onorario, ma lasciava anche qualche spicciolo sul tavolino da notte del paziente.
A Vico fece parte del consiglio comunale e ricoprì persino la carica di sindaco.
Fu segretario, presidente e organizzatore del comitato per la commemorazione dei martiri valbrossesi del 1821; un’ardita deputazione che celebrava personaggi invisi a casa Savoia.
Individuo alquanto poliedrico, si distinse ben presto anche come storico e scrittore. Tra le sue opere: “Storia della Valchiusella” – “Martiri Valbrossesi del 1821” (edito nel 1893 e ristampato post mortem nel 1960) – “Memorie storiche sulla Valchiusella” (1906) – “Fior ‘d montagna” (raccolta di poesie in dialetto piemontese, stampata nel 1907 e ristampata con una particolareggiata introduzione storica nel 2008).
Alle aspre critiche mosse verso di lui da alcuni contemporanei, rispose così:
“Se è vero che la storia sia maestra della vita d’un popolo, conoscere noi stessi nelle origini e nella evoluzione etnica, storica e sociale, oltreché una soddisfazione morale grandissima è ancora opera civilmente utile e di altissimo progresso. In tale disamina se i commenti possono essere diversi e disparati, la verità sarà sempre una sola.
Se alcuno vorrà indicarmi i difetti e gli errori nei quali sarò trascorso, in quel modo che fra gli onesti uomini si conviene, egli potrà esser sicuro non solo della mia viva riconoscenza, ma ch’io mi studierò pur anche di correggere il mio lavoro quanto il meglio saprò; se però qualche privata passione lo incitasse a mordermi, sappia ch’ei spera invano ch’io punto me ne conturbi o gli risponda”.
Celibe impenitente, ebbe un intenso vincolo sentimentale interrottosi con la prematura morte della sua amata.
A lui è legato un bizzarro aneddoto avente come protagonista un villeggiante ospite presso la casa parrocchiale di Drusacco. Costui, mentre in un caldo pomeriggio estivo si recava in passeggiata verso il centro di Vico, cadde improvvisamente a terra. Alcune donne vistolo inanimato sul ciglio del sentiero, corsero immediatamente a chiamare il dottor Saudino il quale si precipitò senza esitazioni sul luogo, ma non ebbe neppure il tempo di chinarsi a vederlo che udì la voce concitata del prevosto di Drusacco don Giovanni Battista Cavallo dire “Medic, ch’as preocupa nen, a l’è mac an catalessi…”.
Il poveretto era effettivamente in catalessi e portato nello studio del dottor Saudino, ne uscì poche ore dopo tornando a piedi verso la canonica di Drusacco.
Nell’ambiente paesano il racconto corse velocemente di bocca in bocca, distorto e condito di particolare inventati. Non conoscendo tutti gli effetti di questo stato di morte apparente, si diffuse ben presto in paese la diceria che il dottor Saudino avesse resuscitato un morto. A ben poco valsero le spiegazioni del medico stesso, del farmacista e del notaio fatte nei vari “gruppi di discussione”, no, assolutamente, per tutti il medico Saudino era così sapiente da poter resuscitare anche i morti…
Saudino, spirito inquieto e malinconico, scriveva nei suoi versi in dialetto: Se ‘n medich a comenssa d’bon matin / A curè d’mai e a consolè d’ sagrin / An mess d’miserie orrende, / A peudrà mai formè quaich pensè bon / Sentend ji cri d’ dolor, d’ disperassion / An tute le facende.
Egli morì improvvisamente, all’età di cinquantatré anni, il giorno di Natale del 1908 e ancor oggi rimangono i suoi scritti che lo portano ad essere considerato uno dei maggiori storici valligiani.
Nel 1909 da San Giorgio Canavese salì a sostituirlo in valle il dottor Giacomo Naretti, un burbero ma sapiente medico che è ricordato tra le altre cose perché cognato di Ettore Colla, l’amico più intimo di Guido Gozzano. Il poeta alladiese dedicò la poesia ‘Ad un’ignota’ alla sorella Gigina Naretti, moglie di Ettore.
Il dottor Naretti era anche alquanto distratto fuori dalla sua professione. Si ricorda che in una delle poche vacanze che si concesse, fece un viaggio a Roma negli anni trenta e al mattino, dopo aver comperato un quotidiano, lo aprì e iniziò a vagare per le vie cittadine, leggendolo.
Attraversando una strada importante rischiò di essere investito da un’automobile e fu ripreso bruscamente da un vigile urbano il quale gli disse: “Ma siete impazzito a camminare così, si può sapere che vi prende e chi siete?” Naretti rispose candidamente: “Si, scusate, sono il medico di Vico”… Il povero agente travisando questa espressione, forse, pensando che Vico fosse qualche noto personaggio o un gerarca del fascio, facendo un profondo inchino soggiunse: “Perdonatemi eccellenza, però fate più attenzione, vi prego. I miei deferenti ossequi”...
Dopo il suo ritiro fu sostituito dal vistroriese dottor Ezio Petitti, figlio di Luigi Petitti, medico condotto di Vistrorio per decenni, del quale si ricorda il carattere gioviale e la particolare attenzione. Ezio Petitti lasciò poi il testimone al figlio Andrea.
Ancora ce ne sarebbero da citare, come il dottor Scala di Rueglio, padre e nonno di due medici tutt’oggi operanti in Canavese o il dottor Ennio Boglino di Trausella che fu anche medico personale dell’onorevole Marco Pannella.
Erano uomini non solo di studio e cultura, ma con una profonda umanità, sapevano curare il corpo ma anche l’anima, avevano il tempo di fermarsi a scambiare due parole con i pazienti e se non lo avevano lo ritagliavano ugualmente. Erano specchio di una società a misura d’uomo che oggi è molto cambiata, divenendo, per certi versi, più anonima e distante.
Una signora di Trausella ricordava che presa da una colica di sabato pomeriggio non aveva osato disturbare il dottor Boglino e lo aveva in seguito chiamato il lunedì mattina. Il medico, giunto nella sua abitazione e venuto al corrente del fatto, la guardò fissa negli occhi dicendole: “Che non accada mai più una cosa simile, io sono medico anche il sabato e la domenica, lo rammenti…”.


