Alle porte ci sono due Giubilei, e io sarò a Roma per entrambi. Uno più piccolo, ma tutt’altro che marginale; l’altro imponente, difficile da gestire, ma già carico di simboli e di aspettative.
Il primo, imminente, è quello dei missionari digitali. Niente a che vedere con influencer cattolici o presunti guru della fede a portata di clic.
Parliamo di uomini e donne che hanno compreso – con lucidità e spesso in solitudine – che il Vangelo oggi passa anche da lì: da un mondo fatto di codici, algoritmi e piattaforme, dove le coscienze si formano, si plasmano, si perdono e a volte si salvano. Una nuova cultura, viva e pervasiva, che non si può ignorare.
Evangelizzare nel digitale non è replicare contenuti o estetiche religiose in formato social; è entrare in un linguaggio, studiarlo, attraversarne le logiche, starci dentro con l’intelligenza e con il cuore, fino a lasciarsi cambiare.
I dicasteri hanno deciso di ascoltare, aprire spazi, dare tempo a chi da anni fa questa missione senza clamore né riconoscimenti. Ne conosco diversi, di questi missionari. Ne ho ascoltati, seguiti, visti discutere tesi sulla missione digitale con un rigore sorprendente. E ogni volta ho avuto la netta impressione che il futuro – o almeno un pezzo serio di futuro ecclesiale – passi anche da lì.
Poi, a inizio agosto, arriva il secondo Giubileo. Quello dei giovani. Una sorta di GMG “mascherata”, ma con tutto il peso e la grazia che una GMG porta con sé. Si prevede un esodo incandescente verso la “infernale” Tor Vergata, luogo emblematico per quanto impraticabile, dove decine di migliaia di ragazzi si accalcheranno sotto i 45 gradi di un’estate romana che non perdona, tra erba bruciata e miraggi d’ombra. Il solo pensiero mi terrorizza a livello organizzativo.
Eppure sarà festa. Per molti sarà il primo incontro con il nuovo Papa, il primo abbraccio simbolico con una Chiesa giovane, inquieta, in cammino. E sarà il primo grande evento di Leone, con la sua dolcezza spiazzante, fatta di piccoli gesti e parole leggere che sanno restare. Ho la sensazione – anzi la certezza – che quella tenerezza disarmata saprà fare breccia. E contagerà. Faremo bene a lasciarci contagiare anche noi, magari tornando da Roma non semplici spettatori entusiasti, ma testimoni convincenti di una speranza che non fa rumore, ma si nota.