Salmo 26 (27)
Seconda Lettura 1Cor 1,10-13.17
Vangelo Mt 4,12-23
Ancora una volta, a distanza di un mese, la liturgia ci propone la lettura del capitolo 9 del Profeta Isaia (come nella Messa della notte di Natale), ma con la “variante” il versetto che nella liturgia odierna compare (Is 8,23): “In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti”. E l’omissione dei versetti finali (Is 9,4-5).
Un brano “importante”, forse il profeta narra l’evento del 728 a.C. con un “linguaggio di corte” che esprime l’investitura del re Ezechia che porta con sé quella “luce che rifulse” (che sarà interpretata dall’evangelista Matteo nel suo Vangelo, come “avvenimento” che “compie” le profezie dell’Antico Testamento).
Il profeta “vede” il futuro come “luce” dall’evento dell’oscurità del passato (ricordiamo la devastazione dell’esercito assiro di Tiglat Pileser III dal 745 a.C.) proprio annunciata da quel versetto che cita le tribù (Zabulon e Neftali) che occupavano quella terra verso la “via del mare” (Mar Mediterraneo) e il fiume Giordano.
Dunque quella “occupazione” paragonata alla “tenebra” che “oscura”, ma la “speranza” che è rappresentata dalla “luce” che Isaia “vede” in quella nuova elezione del re Ezechia.
E dunque quella “luce” brilla con la gloria di Dio, promessa ed attesa di una “nuova storia”, quando Dio “spezza il giogo” che “opprime” nel ricordo di quella “deportazione” degli ebrei da parte degli assiri “legati” come schiavi: “ il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle”.
Liberazione e salvezza.
Isaia raccoglie le istanze del popolo, degli uomini,delle attese…che saranno “ricomprese” nella interpretazione che l’evangelista fa coincidere quella “luce sfolgorante”, quelle “attese”, “facendo incontrare” quell’uomo che “venne ad abitare” nel territorio di Zabulon e Neftali”, su quel “lago di Galilea” (Vangelo): “si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa”.
L’orizzonte della Galilea: orizzonte del profeta ed orizzonte dell’evangelista Matteo.
Orizzonte di Dio.
Gesù “si ritirò”… arriva “dal deserto” e venne ad “abitare” la terra, quella terra fatta di lago così immenso che all’orizzonte si confonde con il cielo.
Gesù venne ad abitare presso gli uomini, in quella terra di uomini che vivevano “geograficamente” lontani dalla Giudea ove sorgeva il Tempio e luogo in cui, dopo la morte di Salomone, si insediano proprio i discendenti di quelle tribù che si “separano” da quel regno di Giuda e costituiscono il regno di Israele o del nord, che sebbene più ampio e forse “potente”, non era “unito” nella fede di Jhwh.
E Gesù “inizia” da qui. Ritirandosi.
E il Vangelo di Matteo “recupera” proprio quei versetti del profeta Isaia per quella terra che vede il “ritiro” e l’ “avvio” della predicazione di Gesù.
Un “orizzonte” di speranza da quella terra, da quella parola.
Un “orizzonte” che per san Matteo, è “pieno di luce”.
La stessa “luce” che ha “illuminato” la notte di Giuseppe, la “notte dei Magi,la “notte di Egitto”, ora è “luce” nella pagina del capitolo 4 al versetto 16.
La “luce si è levata”… la voce si è “levata”: “Venite dietro a me… ed essi lo seguirono” (versetto 21).
La “luce” dell’Amore di Dio è “davanti all’uomo”.
Cristo-luce per san Matteo, appare da quella “regione”, la Galilea, regione di “genti”, di pesca, di commercio, di scambi, di pagani…
“Una luce è sorta” (versetto 16) .
La “luce della conversione”: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (versetto 17).
Irrompe la luce di Dio, come nel libro della Genesi: “Sia la luce”, scaccerò la luce dalle tenebre, ma voglio te, uomo, accanto a me.
Ti voglio “coinvolto” nella “mia Luce”, non è solo “per te”, sarà “con te”.
Luce che irrompe e spezza le tenebre e Luce che “interpella”: “convertitevi”.
Coinvolgetevi,entrate nella mia Luce, nel mio “disegno”, nella mia rivelazione, nella mia Parola.
Entro nella vostra vita perché voi entriate nella Mia.
“Convertitevi”: voi che abitate questa terra, voi “genti” vicine e lontane.
“Convertitevi perché”.
C’è una “motivazione” per la conversione?
Sì.
“Il Regno dei cieli è vicino”.
Dio è vicino.
Dio “abita” la terra.
“Convertitevi”: cambiate.
Non dice “pentitevi” Gesù, ma “convertitevi” (metanoeite) “cambiando” mente e cuore, parametri,orizzonti, riferimenti,”rivoluzionate” il vostro modo di guardare il mondo, gli altri, voi stessi.
“Convertitevi”: trasformate voi stessi.
“Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino (énghiken)”.
E’ “vicino”, qui, nel “tempo e nello spazio”.
E’ qui, Presente che parte dal “passato” e vede il “futuro”.
“Ripete” le parole di Giovanni il Battista e le “riempie” di Presenza.
Convertitevi…è vicino.
Non è un problema di “rotta”, di “conversione ad U” ho sempre preferito il termine “convergenza”, “regolate l’angolazione delle ruote della vostra vita” ed “entrate nella Luce”.
Convertitevi…con lo sguardo e con i passi, con cammini… Incamminatevi…mettete in-cammino una nuova vita per voi…in-camminatevi verso quel Centro di Luce.
Convertite il vostro sguardo così abituato alle “tenebre” a “vedere” la Luce.
“Convertitevi” perché c’è un Regno,che sta per “venire alla Luce”.
“Viene”… in cammino…
Viene, vede, chiama.
E’ qui.
“Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide…”
I passi di Dio… le orme nel mondo…
Cammina e guarda…
Cammina e vede…
Cammina e chiama…
Cammina e invita a camminare, a in-camminarsi…
Da una barca al mondo… su quelle strade, su quelle orme, dietro a quei passi…
Uno “sguardo” e una “chiamata”…: “Venite dietro a me…”
Erano insieme…partono insieme…seguono insieme…
Un Dio che “chiama” fratelli ad essere fratelli…
Un Dio che chiama insieme a “stare insieme”…
I verbi della relazione, i verbi dell’amore, i verbi del cammino…
Camminare non è solo “muoversi”, esplorare, conoscere, andare, venire… camminare è amare, è procedere con le gambe, con la mente, con il cuore, con le mani…
Camminare… non per “prendere il largo” per navigazioni avventurose e solitarie ed abbandonare la riva, ma camminare e calpestare la terra, sulle orme del “chiamante”, “respirando” la polvere che si solleva dalle scarpe, faticando a “tenere il passo”, seguendo il “ritmo dei cammini”… non da soli.
“Vi farò pescatori di uomini” non “stravolgo” il vostro “essere”, non vi farò diventare agricoltori, allevatori,addestratori, conciatori… rimarrete “pescatori”… cambierete il “vostro sguardo”, il vostro “modo” di pescare…
“Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono”.
Ma come si pesca senza reti?
Con l’amore.
L’amore che si intreccerà nelle trame e negli orditi delle vite di quei cammini con altri cammini, nei “tessuti” dell’esistenza, nei “fili” che si “intrecciano”, nei “nodi” che non si sciolgono ma che non “stringono”, nei legami che non “imbrigliano” o “intrappolano” come reti che “catturano”, ma che vivono…
Fratelli chiamati… figli di un padre… per vivere quella “paternità” che diventerà condivisione filiale con i “fratelli”.
Le reti non servono, si possono abbandonare, l’amore va vissuto, va testimoniato, va annunciato… senza nulla… a mani libere, a cuore libero…
E prosegue Gesù, non si ferma… cammina, va… vede…
“Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono”.
Zebedeo senza figli… gli rimane una barca e le reti riparate…saranno usate da altri, altri pescheranno… i suoi figli sono “chiamati”… lasciano e seguono…
Le reti possono essere usate da altri a pescare, i chiamati hanno una “missione”.
“Conversione” per una “Novità”, una “notizia”
“Convertitevi”: conversione è “verbo plurale”.
Forse non ci pensiamo, ma Gesù già pensava al “noi ecclesiale”.
Il “plurale” della conversione è il “plurale” della comunità.
Molto più difficile “convertirsi alla comunità”, al “noi”, che fare un “cammino personale”…la “fatica” del cammino con gli altri, dei passi verso la vita “nuova”, “insieme”, di quella “convergenza” verso la Luce a cui tutti siamo “chiamati”.
Tutti “chiamati” nella Chiesa, all’unità in Cristo, al “cammino”… belle intenzioni ma “difficoltà di “gestione”…
Già San Paolo aveva questo “cruccio”: i membri della comunità erano divisi in “gruppetti”.
Nella lettera ai Corinzi (seconda lettura), l’apostolo: “mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie.Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo»”. La dolorosa esperienza della “divisione” che tuttavia viene “affrontata” dall’apostolo non con un “giudizio”, con una “mediazione” delle “ragioni, con rimproveri o “ricerca delle colpe”,ma con una “esortazione”: “Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire”.
Un “consiglio” apparentemente “semplice”, ma importante: “convertitevi”, mettete al centro della vostra vita Cristo. “Convergete” a Lui, a quella Luce.
Bello il verbo “esortare” (parakalô) e l’appellativo “fratelli”,
Fratelli come quei primi “chiamati”…
Fratelli in cammino, fratelli “chiamati” all’unità, alla Luce, a Cristo.
San Paolo ci presenta una “immagine di Chiesa reale”, non “perfetta o ideale”, ma “possibile”. Egli sottolinea come tutto va analizzato “alla luce della centralità di Cristo”, nell’orizzonte della “croce”, non delle “ragioni”dei singoli o dei gruppi.
L’unità della Chiesa, unità dei figli e dei fratelli.
Essere Chiesa è riconoscersi fratelli e figli e la “divisione” è la prima “insidia” che ne mina l’essenza (non dimentichiamo che il nome diavolo è derivato dal greco antico διάβολος diábolos, che significa letteralmente “calunniatore”, “accusatore”, “separatore”, e traduce l’ebraico sātān “avversario”, “contraddittore”).
E allora… né Paolo, né Apollo, né Pietro, ma Cristo… ma aggiungiamo… né Maria, né Francesca, né Giovanni, né Matteo, né Giacomo, né Beatrice… ma Cristo.
Le divisione è la de-composizione dell’unità e dunque, seguiamo l’esortazione dell’apostolo Paolo, valida per noi oggi come per la comunità di Corinto: viviamo nel principio di unità che è Cristo.
La nostra fede è nel “nome di Cristo”. Uniti nella “diversità” dei carismi, nella concordia del cuore unito, nella ricchezza delle divergenze, ma nella “convergenza” della fede.


