L’ho scoperto relativamente tardi, durante una conferenza:
il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni utilizza l’intelligenza artificiale, in particolare ChatGPT, come forma di supporto psicologico. Perché dico di averlo scoperto in ritardo? Confrontandomi con amici, ho capito che il tema era già da tempo al centro di inchieste giornalistiche e approfondimenti televisivi.

È interessante osservare il meccanismo che spinge molti giovani a rivolgersi a questi strumenti. Come spiegava la professoressa Murtarelli che ha tenuto la conferenza, il linguaggio dell’IA è costruito per creare “consonanza”, per restituire risposte che si avvicinano al modo di pensare dell’utente. Questo genera una sensazione di ascolto e comprensione immediata. In un contesto segnato da difficoltà economiche, da una fatica crescente nel chiedere aiuto e da una certa vergogna nel manifestare la propria fragilità, l’IA diventa una presenza silenziosa e sempre accessibile.

La mia preoccupazione, però, riguarda un passaggio ulteriore. Se l’utilizzo come supporto psicologico è ormai diffuso, è plausibile che lo stesso accada per l’accompagnamento spirituale e il discernimento. Negli ultimi anni, influencer cattolici e missionari digitali hanno già occupato uno spazio che un tempo apparteneva al parroco o al sacerdote di riferimento. Le domande esistenziali restano, ma la risposta la si ricerca nel digitale.

Ho fatto un esperimento con un amico sacerdote francescano. Gli ho chiesto di raccontare a ChatGPT una una sua finta crisi vocazionale, segnata da tensioni comunitarie e delusioni. La risposta suggeriva serenamente di lasciare il convento, ricordando che la vita cristiana può essere vissuta anche fuori dalla vita religiosa. Una risposta facile, formalmente corretta, ma estranea a qualsiasi percorso di discernimento. Non orientata alla maturazione spirituale della persona, bensì alla soluzione più semplice e socialmente accettabile. In un contesto di fragilità reale, un simile suggerimento può lasciare tracce profonde. Figuriamoci in un ragazzo di 14 anni in cerca di Dio.

Il nodo centrale resta quello educativo: serve una formazione critica e anticipata sull’IA. Oggi nelle scuole superiori questo lavoro è sporadico; avrebbe senso iniziare prima. I ragazzi sanno usare questi strumenti, ma spesso non ne comprendono la natura artificiale. Non sono persone, né guide interiori: confondere i piani, soprattutto in età fragile, rischia di produrre effetti che pagheremo nel tempo.