Il governo ha fissato le date del prossimo referendum. Quanti italiani sanno davvero che cosa sono chiamati a votare?
Il referendum, che la Costituzione ha immaginato come strumento di partecipazione diretta e consapevole, rischia ancora una volta di trasformarsi in qualcos’altro: un campo di battaglia ideologico, un regolamento di conti, un “pro o contro” qualcuno, più che un giudizio su norme precise. I contenuti del referendum dovrebbero stare al centro del dibattito. Invece restano sullo sfondo, coperti da slogan, schieramenti, tifoserie. Il referendum diventa un test di forza tra partiti, un sondaggio sul gradimento del governo, un’occasione per colpire l’avversario di turno. Tutto, tranne ciò che dovrebbe essere: una scelta informata dei cittadini su questioni concrete.
Se non conosci il contenuto, e se la politica oscura il referendum, diventa quasi automatico decidere di non andare a votare. Si consolida pericolosamente l’astensionismo, già alto nelle precedenti tornate elettorali. Un effetto corrosivo sulla democrazia; quando il voto perde contenuto, perde anche senso, e le persone smettono di andare alle urne. La disabitudine al voto non nasce dall’indifferenza naturale dei cittadini (anche se i cittadini potrebbero sforzarsi di essere maggiormente responsabili), ma dall’abitudine della politica di svuotare gli strumenti democratici del loro significato.
Ma come si può pretendere partecipazione, se non si investe seriamente sull’informazione, sulla chiarezza, sul rispetto dell’intelligenza degli elettori? Un referendum non dovrebbe essere “contro” qualcuno. Non dovrebbe essere un giudizio complessivo su una stagione politica, né una clava da agitare nei talk show. Dovrebbe essere un momento di responsabilità collettiva. Spiegare, discutere, capire. Anche dissentire, certo. Ma sui fatti, sulle norme, sulle conseguenze reali.
Quando la politica invade il referendum con logiche estranee, ottiene un solo risultato: allontanare ulteriormente gli italiani dalle urne. Ed è un danno che va ben oltre l’esito di una singola consultazione. È un danno alla fiducia, alla partecipazione, alla cultura democratica del Paese.


