Una domanda è posta alla fine dell’articolo di pagina 11, circa l’arrivo di altri due centri commerciali a Rivarolo. Ci si chiede come possano esserci tanti clienti da attirare nuovi centri commerciali, a fronte di numerosi posti di lavoro (e salari) persi nel tempo.
Si dice che la Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) non cresce perché le comunità stanno meglio, ma perché intercetta un consumo che cambia. Quando il reddito diminuisce, le famiglie non smettono di mangiare, ma cercano prezzi più bassi, offerte, promozioni. Il supermercato diventa il luogo dove si “razionalizzano” i (pochi) denari a disposizione; non si sceglie, si va per necessità. La Gdo prospera non nonostante la crisi, ma grazie alla crisi? Al contrario delle realtà piccole e indipendenti, la Gdo è finanziariamente solida, può permettersi margini ridotti, affitti negoziabili, trattative aggressive con i fornitori e persino periodi di perdita, pur di conquistare quote di mercato.
Con le Amministrazioni locali spesso si polemizza quando concedono nuove autorizzazioni: fanno gola gli oneri di urbanizzazione, le promesse di riqualificazione di aree dismesse e i posti di lavoro. Una Gdo che apre, dà l’illusione di una risposta immediata: ma a quali condizioni di lavoro, orario, salari?
C’è poi una dinamica quasi “culturale”. Il supermercato non vende solo beni, ma abitudine, comodità, standardizzazione. In territori impoveriti, diventa centro di gravità sociale, sostituendo pezzi di città che non ci sono più: il negozio sotto casa, il mercato, la filiera corta. I paesi si trasformano in luoghi di consumo senza produzione, dormitori di manodopera precaria e parcheggi per carrelli. Ma la Gdo redistribuisce ricchezza o i profitti prendono altre strade?
La domanda vera, allora, non è perché aprono i supermercati, ma perché abbiamo smesso di difendere e progettare il lavoro. Finché lo sviluppo verrà misurato in metri quadri commerciali e non in valore aggiunto, competenze, salari e dignità, il paradosso della domanda a pagina 11 continuerà. E continueremo a chiamare “servizi” quelli che sono, in realtà, i sintomi di un impoverimento strutturale.


