Diamo continuità a quanto abbiamo pubblicato la settimana scorsa in questa rubrica. Tema: c’è un problema di sicurezza o un problema di educazione? O entrambe? Ma quale viene prima?
Il punto di partenza rimane sempre il terribile episodio di La Spezia dove uno studente ne ha accoltellato a morte un altro per probabili motivi sentimentali. Quando accadono situazioni come queste immediatamente viene fatto riferimento subito alla scuola e alla famiglia. Proviamo oggi ad osservare questo evento nel contesto più ampio dei linguaggi, che la stessa politica usa, e del valore del rispetto dell’altro, che la nostra società riconosce.

Perché in quella storia non ci sono solo due giovani: c’è un modello, c’è una sorta di messaggio a cui sembra ci si stia assuefacendo, che appartiene al mettere al centro solo i propri bisogni ed il proprio egoismo. Assistiamo sovente ad episodi in cui “qualcuno” decide di prendersi o accaparrarsi con la forza qualcosa che definisce utile ai propri fini. Che sia una ragazza o la Groenlandia non c’è molta differenza. Il concetto che ne è alla base è lo stesso: “io lo voglio, io me lo prendo e se tu me lo impedisci, io ti distruggo”.

Il contesto sociale attuale, in Italia, registra disuguaglianze profonde, in cui il benessere e una qualità della vita soddisfacente non sono garantiti a tutti. Ci sono persone che vivono in condizioni di povertà e di precarietà insostenibile, soprattutto in un contesto sociale in cui l’apparire prende il sopravvento, in cui si dimostra di valere solo se si è in grado di “sfoggiare” gli status del momento. Avere o non avere diventa il limite su cui spesso proprio i giovani valutano la propria persona, cercano il proprio posto nel mondo, si identificano e si sentono realizzati o meno.

Se il mondo che ci circonda ci invita ad avere a tutti i costi o ci illude di poter pretendere quello di cui riteniamo di aver bisogno senza preoccuparci dell’altro, chiunque esso sia, non ci dobbiamo stupire se osserviamo, proprio nei giovani, comportamenti inappropriati, dannosi e con conseguenze criminali. Tutte le politiche che si basano su messaggi del tipo “prima…”, oppure “dobbiamo riprenderci quello che appartiene…”, che cercano a tutti i costi un nemico da combattere, che ampliano la distanza tra i cittadini, sono responsabili dell’aumento dei casi di violenza. Tutte le politiche che alzano barricate, che investono sulla repressione anziché sull’educazione e sulla autoeducazione, che non sono capaci di rivedere se stesse alla luce delle conseguenze che generano, obbligano tutti a vivere in un contesto di chiusura, di paura e di grettezza mentale.

Le due vite che si sono spezzate in quell’istituto scolastico di La Spezia raccontano di essere figlie delle differenze sociali e culturali, delle idee di esclusione e della mancanza di integrazione, di tutte quelle risposte impulsive, non meditate, di tutti gli slogan gridati, di tutta la fragilità di un sistema che genera disuguaglianze.