Qui a Roma il Carnevale passa quasi in sordina. Me ne accorgo ogni anno quando nei forni compaiono le frappe, leggere e fragili, coperte di zucchero a velo. Le chiamano così. Io faccio fatica: per me restano chiacchiere, o bugie, come dice mia nonna da Pettinengo con un sorriso che sa di infanzia. Sono le bellezze delle nostre regioni, che cambiano nome alle cose e le rendono più intime.
In collegio nessuno prepara la valigia per il Carnevale; ho provato a proporre una fagiolata comunitaria, ma l’idea non ha attecchito. Le lezioni vanno avanti, gli esami pure. La vita resta ordinaria, quasi distratta.
Poi penso a un mio amico di Ivrea. Lui ha già programmato il ritorno a casa. Per lui è un appuntamento inciso in agenda mesi prima. C’è un’attesa che lo attraversa, una fedeltà alle sue radici, a una città che in quei giorni si riconosce in simboli condivisi e in riti che tengono insieme le generazioni.
E qui, lo ammetto con un filo di vergogna, da biellese al Carnevale di Ivrea non ho mai partecipato. Ne ho sentito parlare con quell’entusiasmo che ha i tratti epici e gli occhi lucidi. Ho visto immagini, letto racconti, ascoltato descrizioni accese. Ma non sono mai stato lì, in mezzo alla piazza, dentro quella storia che si ripete e si rinnova. Forse anche per questo mi affascina. Ha un sapore diverso… Avrò modo di recuperare.
Il Carnevale, in fondo, è un tempo che rompe il ritmo e concede uno spazio diverso. Ci si maschera. Si gioca. Si esagera un poco. È una sospensione delle parti rigide della vita.
Per noi giovani, abituati a costruire un’immagine e a difenderla, indossare una maschera può diventare un gesto liberante. Per qualche ora ci si permette di esplorare lati nascosti, desideri, paure. Si prende fiato.
Dentro questa leggerezza avverto anche una traccia più profonda. Il Carnevale precede la Quaresima. Viene prima di un tempo essenziale, sobrio, spoglio. La tradizione cristiana conosce il cuore umano: abbiamo bisogno di festa e di silenzio, di piazza e di deserto. La gioia condivisa prepara alla ricerca interiore. Il riso apre alla verità.
Io resto a Roma, spiluccando qualche frappa; il mio amico torna a Ivrea. Due strade diverse negli stessi giorni. In mezzo, una certezza semplice: la festa, quando è vera, ricorda a ciascuno che la vita è più ampia delle nostre maschere. E che dopo il colore e la spensieratezza viene sempre un tempo opportuno per andare in profondità.


