Due italiani, Mario Draghi e Giorgia Meloni, emergono in Europacon due linee opposte: europeista convinto e federalista l’ex presidente BCE; nazionalista, anti-federalista, schierata per un’Europa filo-trumpiana, la premier.
Draghi teme la dissoluzione del Vecchio Continente di fronte alla sfida dei nuovi autocrati (Trump, Putin, XI), denuncia la dispersione dell’UE in 27 Stati (con diritto di veto), sollecita un nuovo ruolo politico, sociale, culturale e non solo economico di Bruxelles, con decisioni rapide, a maggioranza, superando la paralisi dell’unanimità. Con gli USA di Trump occorre non mostrare alcuna debolezza, perché il modello “Maga” (“Rendiamo l’America di nuovo grande”) è la negazione del multilateralismo che ha garantito all’Europa ottant’anni di pace, sostituito, con l’attacco di Putin a Kiev, dalla logica del “più forte” contro lo Stato di diritto.
La linea Draghi è stata sostanzialmente rilanciata nella recente Conferenza di Monaco dal “ministro degli Esteri” dell’UE, l’estone Kaja Kallas: ha ricordato il peso economico e politico di un’Europa unita, che resta ben superiore alla Russia di Putin, “stremata” da 4 anni di una guerra atroce e ingiusta. Contestualmente, Kallas ha rimproverato gli USA di Trump per l’esclusione di Bruxelles dalla trattativa sull’Ucraina e per la “mano tesa” allo Zar sulle pretese territoriali. Contestualmente cinque Governi europei hanno diffuso una nuova indagine sull’assassinio del principale oppositore russo, Navalny, chiamando in causa il Cremlino. La legge del “più forte”, rivendicata da Trump nel conflitto russo-ucraino, non trova spazio a Bruxelles (peraltro Draghi era stato tra i primi ad accorrere a Kiev, sfidando le bombe dello Zar).
Paradossalmente anche il “freddo” cancelliere tedesco Merz, attaccando a Monaco la linea “Maga” di Trump, ha riconosciuto che l’Europa non può essere subalterna alla Casa Bianca; i rapporti atlantici sono definitivamente cambiati e Bruxelles deve muoversi in autonomia, con una guida unitaria e forte, evitando di essere emarginata sul terreno geo-politico.
La linea Meloni, invece, punta all’amicizia con Trump e difende il manifesto “Maga” della destra americana, nonostante la forte chiusura ai migranti e agli altri popoli; prevale l’origine politica della premier nel Movimento sociale di Almirante, con un ruolo marginale dei due vice Salvini e Tajani (da notare che la stessa Marina Berlusconi, eminenza grigia di Forza Italia, ha espresso forti critiche all’autoritarismo della Casa Bianca). Il Governo italiano difende a Bruxelles il diritto di veto di ogni nazione, con un sovranismo che tende a spegnere le spinte federaliste: per questo la Meloni sostiene Orban nel prossimo voto in Ungheria, allo stesso modo del segretario di Stato USA Rubio.
La partecipazione dell’Italia, come osservatore, al trumpiano “board of peace” per la Palestina, avviene senza alcun accordo in sede europea, con 2 nazioni a pieno titolo (Ungheria e Bulgaria) e 4 “spettatrici” (oltre a Roma, con Tajani, ci sono Grecia, Cipro e Romania): la stessa UE ha una presenza “esterna” con la commissaria per il Mediterraneo, distinguendo l’impegno per Gaza dalla pretesa di sostituire l’ONU con l’organismo presieduto da Trump; peraltro su Gaza fa specie l’assenza dei Palestinesi e il silenzio sulle recenti annessioni di Israele in Cisgiordania. Anche la Santa Sede non partecipa al board USA. Un comitato che nasce monco ma con una linea “Maga” ben chiara: l’egemonia degli USA di Trump, lo spegnimento del Palazzo di vetro di New York, simbolo del multilateralismo, espressione democratica di 200 Paesi.
Siamo di fronte ad un sovvertimento della scala dei valori emersa dopo la seconda guerra mondiale; la politica estera, lo scontro Draghi-Meloni, meritano adeguata attenzione perché è in gioco il futuro dell’Europa e delle sue popolazioni in un quadro mondiale capovolto. È una scelta decisiva, più rilevante degli scontri quotidiani di politica interna.


