Mentre esplode lo scontro sul referendum, i due Poli sono impegnati su due temi politici essenziali: il destra-centro nel ridisegnare il rapporto con Trump dopo la sconfessione sui dazi della Suprema Corte USA; il “campo largo” nella ricerca di un terzo nome per la leadership, per porre fine alla “guerra” intestina Conte-Schlein.

Meloni-Trump. La premier, alleata del movimento MAGA che governa gli Stati Uniti, è messa a dura prova dalla sentenza dei 9 giudici “supremi”: il “no” ai dazi non entra nel merito specifico del provvedimento, ma censura Trump perché ha esorbitato dai suoi poteri, legiferando senza il voto del Congresso e quindi violando la Costituzione americana che divide le funzioni del Governo, del Parlamento e della Magistratura. In altre parole, l’inquilino della Casa Bianca ha compiuto un atto arbitrario e autoritario, contrario allo spirito liberal-democratico della Carta a stelle e strisce. Come può la Meloni, presidente di un Paese di tradizioni liberal-democratiche, restare alleata “silenziosa” del Tycoon? Come può accettare questa linea autoritaria?

L’attacco ai “principi” da parte della Casa Bianca ha conseguenze ben visibili in politica estera: la nascita del “Board of peace” presieduto da Trump è in aperta concorrenza con l’ONU e si caratterizza per l’assenza dei Palestinesi e per i poteri di veto concessi in esclusiva alla Casa Bianca; la Santa Sede, fedele al multilateralismo e all’eguaglianza di tutti i popoli, non ha aderito, diversamente dall’Italia (seppure come “osservatore”). Washington ha protestato per l’assenza del Papa “americano”, con una gaffe diplomatica che ricorda l’infortunio dell’URSS sulla chiesa di Pio XII: “Quante divisioni ha?”.

Il decisionismo di Trump ha in particolare effetti molto negativi sul conflitto russo-ucraino per la posizione filo-Putin con la richiesta di resa a Kiev (mentre il Papa continua a sollecitare per il martoriato popolo ucraino una pace giusta e duratura). La Meloni può stare con Kiev e al tempo stesso con Trump? Come può fare campagna elettorale per l’ungherese Orban, che blocca gli aiuti dell’Europa all’Ucraina bombardata e affamata?

Campo largo. Non si risolve il conflitto Schlein-Conte per la guida del centro-sinistra e la candidatura a Palazzo Chigi nel 2027. Alla segretaria Dem si addebita una linea radicale e movimentista, lontana dalla tradizione Ds e popolare, vicina alla Cgil di Landini sui temi sociali, all’Associazione Coscioni (erede di Pannella) sui nodi etici, ai Verdi sull’economia. A sua volta Conte è ritenuto poco “progressista” per l’esperienza del Governo giallo-verde con Salvini e Di Maio (ostili agli immigrati), incerto sulla politica estera per la “neutralità” sulla guerra Mosca-Kiev.

In questo stallo il “Quotidiano Nazionale” ha pubblicato un sondaggio autorevole sulle preferenze per Palazzo Chigi nel centro-sinistra: a sorpresa emerge la sindaca di Genova Silvia Salis (55%), dell’area riformista, che si dichiara “madre, moglie, cattolica”; staccati Conte (40%), Landini (39%) e Schlein (33%). La Salis, proposta inizialmente dall’ex premier Renzi (già co-autore della candidatura Mattarella al Quirinale), ha allargato i suoi consensi con una forte scelta “europeista”, rilanciando contestualmente il ruolo dei corpi intermedi e delle autonomie locali.

In altre parole riemerge il modello Prodi, con un’intesa tra sinistra e centro, superando lo schema bipolare destra-sinistra. Tra le componenti riformiste del “campo largo” sono presenti anche le eventuali candidature dell’ex premier Paolo Gentiloni e dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli (vicino a Draghi, di cui fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).

Intanto il Governo sta preparando una riforma della legge elettorale, che darebbe la maggioranza assoluta alla coalizione che superi il 40% dei voti espressi. Il cammino parlamentare delle nuove norme non si presenta facile, anche per il ruolo di due forze che si sono orientate a presentarsi da sole: “Azione” del centrista Calenda (ex ministro) e “Futuro nazionale” dell’ex leghista Vannacci, estrema destra. Resta poi la valutazione di ordine costituzionale del Capo dello Stato che, come si è visto nella vicenda referendaria, è rigoroso nella difesa della Carta.