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L’arte di oggi e il desiderio di andare oltre. E quando penso a questo “oltre”, il nome di Franco Battiato torna con forza. A inizio mese è uscito nelle sale Il lungo viaggio, di Renato De Maria. Sono andato a vederlo con curiosità, quasi con timore, perché raccontare Battiato non è mai semplice. Il film è lineare, essenziale. Parte dall’infanzia e da un trauma che lo segna: quel naso rotto da piccolo, vissuto come difetto ingombrante. Guardandolo ho pensato a quante volte un limite diventa soglia. Nel film non ho visto tanto la costruzione di un personaggio, quanto il tentativo ostinato di diventare sé stesso.
Sulla dimensione della trascendenza, però, la mia impressione è più sfumata. Vedere Battiato senza la sua tensione spirituale è impossibile: sarebbe un ritratto mutilato. E infatti nel film questa dimensione c’è. Ma ho avuto la sensazione che venga evocata quasi per necessità, come un passaggio dovuto. Non per superficialità, piuttosto per limite strutturale. La ricerca interiore non fa cronaca, non costruisce intrecci, non genera azione. È un uomo che si guarda allo specchio, che scava dentro di sé, che alza gli occhi al cielo e insieme lo posa sugli altri uomini. Tutto questo è profondissimo, ma difficilmente “raccontabile” nei tempi e nei linguaggi di un film destinato anche alla televisione.
Così quella che potrei chiamare un’infarinatura della sua dimensione spirituale resta in superficie, accennata più che attraversata. Frasi come “Sto andando verso qualcosa di diverso da tutto” o “vorrei tendere all’essenziale” emergono come lampi veri, ma non diventano l’ossatura del racconto. E forse non potevano nemmeno diventarlo, al cinema sarebbe stato difficile.
Sono andato anche al MAXXI di Roma, dove è allestita la mostra Un’altra vita, curata da Giorgio Calcara. Anche qui il taglio è biografico. Ho trovato prezioso vedere i suoi strumenti, i sintetizzatori, e il legame con il compositore Stockhausen, di cui è presente una dedica amanuense fatta al cantautore siciliano, e puntualmente ignorata da tutti i visitatori. Ma soprattutto mi ha colpito il grande tavolo con i libri della sua biblioteca: testi orientali e monastici, ma pure lo spazio, spesso dimenticato da chi lo ascolta oggi, dedicato a volumi su Cristo e sulla contemplazione cristiana.
È lì che ho sentito più chiaramente ciò che il film può solo sfiorare: la serietà di una ricerca. L’eredità che Battiato lascia a noi giovani, oggi, è questa possibilità concreta e umana di cercare Dio. Le risposte possono essere diverse; ciò che rende vera la sua musica è questo anelito, questo desiderio ostinato di infinito. Per me… di Dio, appunto.


