Foto: Manifestanti ad Ivrea, foto da Il Risveglio Popolare del 1° novembre 1979.
L’esordio in Olivetti di Carlo De Benedetti non fu tra i più felici. L’azienda versava in grande crisi e, al fine di perseguire il risanamento, furono poste le basi per una progressiva riduzione del personale: “il motivo, è noto, è la situazione della Olivetti con la minaccia incombente, e sempre ripetuta dall’amministratore delegato ing. Carlo De Benedetti, del licenziamento di personale considerato in esubero dalla Direzione (10 mila in tutto il gruppo di cui 4 in Italia, 3 nel Canavese)” (Il Risveglio Popolare, 4 ottobre 1979, p. 4).
Il PCI invitò alla mobilitazione e convocò per venerdì 5 ottobre al Teatro Giacosa una manifestazione pubblica. Il lunedì successivo fu convocato un Consiglio Comunale aperto a cui parteciparono le Amministrazioni Comunali di Pozzuoli, Massa, Crema, Marcianise, Torino, Milano, Agliè; i comuni del Comprensorio, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, i Consigli di fabbrica, i rappresentanti sindacali e dei partiti. Fu Luigi Barisione, allora assessore al lavoro, a evidenziare la necessità delle istituzioni di attenzionare i problemi occupazionali del territorio: “Il Consiglio Comunale aperto va quindi inteso come uno dei momenti di lotta e difesa dell’occupazione” (Il Risveglio Popolare, 11 ottobre 1979, p. 1).
Quel numero de Il Risveglio Popolare aprì in prima pagina con un atto di forte responsabilità politica e sociale: Sua Eccellenza Mons. Luigi Bettazzi indirizzò all’Amministratore delegato di Olivetti una lettera aperta nella quale tra l’altro si legge “…non mi appello, come vede, a motivazioni religiose. […] Mi appello ai motivi umani che non possono non rendere sensibile ogni uomo che voglia contribuire al vero benessere dell’umanità, della propria e di quella altrui. Mi appello alla ragione stessa, che vede nell’uomo, in ogni uomo, un essere partecipe della storia e del progresso, e che vede nelle fortune di ogni impresa umana, anche delle imprese industriali, non solo l’affermazione dell’intelligenza e della capacità di chi dirige, ma anche il risultato dell’impegno e della laboriosità di chi produce” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
L’analisi politica di Mons. Bettazzi fu lucida e razionale; non mancò una certa stigmatizzazione verso un certo modello di imprenditoria: “È triste invece constatare come, nel recente passato italiano, troppi imprenditori, dopo aver goduto di condizioni favorevoli determinate dalla manodopera a basso costo e da facilitazioni governative, abbiano poi potuto vendere a proprio esclusivo vantaggio quanto era stato costruito con il sacrificio dei lavoratori e il contributo dell’intera collettività, magari godendosi all’estero le fortune là tranquillamente esportate, con la colpevole negligenza se non la compiacente tolleranza di chi avrebbe dovuto tutelare l’economia nazionale, dunque il bene di tutti” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Egli invitò al ripensamento delle misure in atto, nella logica del bene comune: “Ecco perché, ingegnere, al di là delle dure e naturali reazioni alle Sue dichiarazioni, la cittadinanza guarda con fiducia ai primi accenni di un’apertura al dialogo, ecco perché richiede con insistenza una partecipazione più piena e più universale, che faccia davvero dell’Olivetti un’azienda-guida per la società di domani, ponendola all’avanguardia di un nuovo tipo di rapporto fra tutte le categorie ugualmente interessate alle sorti dell’azienda, che è fonte di vita per tanti prima ancora che fonte di guadagno per pochi” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Il Risveglio Popolare del 18 ottobre pubblicò una seconda lettera aperta di Bettazzi intitolata “Caro fratello cristiano…” che aveva il seguente incipit: “sento il bisogno, come sempre, di spiegare i miei gesti e i miei scritti per confermare che essi fanno parte di un unico progetto di evangelizzazione, che sono ‘politici’ nel senso vasto di ‘aperti alla collettività’ come tutti gli atteggiamenti cristiani devono essere, tanto più quelli di un vescovo, che non vogliono cedere alla tentazione di una religiosità esclusivamente individualistica, più comoda ma mutilata” (Il Risveglio Popolare, 18 ottobre 1979, p. 1).
Il significato profondo della lettera emerse poco oltre: “Se mi preoccupo con ansia del problema dell’Olivetti […] lo faccio non soltanto per un’umana solidarietà con questi fratelli, oggi comunque in posizione di ansia e di imminente disoccupazione e quindi meritevoli delle nostre attenzioni; ma soprattutto perché proprio qui si rileva che la battaglia è molto più ampia che non per quattromila posti di lavoro, pur importantissimi per coloro che vi sono interessati. Si tratta del principio della centralità della persona umana, parte essenziale del messaggio evangelico, con tanta insistenza richiamata da Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica e nei suoi anche più recenti discorsi. […].
Il risanamento finanziario […] va controllato e messo appunto al servizio dell’occupazione. Se no davvero il lavoro umano […] diventerebbe una ‘merce’, che si ha il diritto di comprare e di buttare via secondo le leggi del mercato, anzi del profitto. E sarebbe proprio il considerarlo una ‘merce’ che porterebbe praticamente alla rinuncia di riconoscervi un’umanità, con i suoi diritti di crescita e di partecipazione” (Il Risveglio Popolare, cit., p. 1).
Una terza lettera aperta indirizzata ai lavoratori dell’Olivetti, “non c’è due senza tre (poi… basta!)”, fu pubblicata in prima pagina nel numero del 25 ottobre 1979. L’analisi portò alla conclusione che “proprio perché le vostre rivendicazioni non sono soltanto richieste di miglioramenti personali ma prospettive di una società più giusta, occorre che continuiate a farvi carico delle esigenze di tutti, soprattutto delle categorie più in difficoltà, dai disoccupati ai sottoccupati, dai giovani ai pensionati, confermando così la validità della vostra proposta globale”.
La vicenda si concluse con danni limitati: un finanziamento straordinario a fondo perduto da parte del Governo portò alla cassa integrazione per 750 lavoratori. “Questo accordo ci consente un Natale più sereno e tranquillo”, affermò su Stampa Sera del 21 dicembre 1979 l’allora sindaco di Ivrea Mario Viano.
In tutto questo, il contributo di Mons. Bettazzi nell’inquadramento della situazione fu di sicura consapevolezza del suo ruolo pastorale.

La prima pagina de Il Risveglio Popolare dell’11 ottobre 1979.


