Vent’anni fa il regista tedesco Von Donnersmarck raccontò ne “Le vite degli altri” l’oppressiva convivenza con la Stasi, la polizia segreta tedesca della Germania Est nel dopoguerra. Oggi la regista giapponese Hikari, con quasi il medesimo (sotto)titolo (“Nelle vite degli altri”), ci racconta una storia differente, figlia della solitudine di oggi.

Hikari è uno pseudonimo: il vero nome è Mitsuyo Miyazaki, ma non è parente del celebre disegnatore, anche se ne condivide una certa atmosfera sognante e rarefatta. La regista intende narrare le contraddizioni della vita contemporanea e per farlo si è trasferita negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove si è laureata in teatro.

Questa la storia: per dare un’occhiata alle vite degli altri e di conseguenza alla propria.
Philip Vandarploeug è un attore americano che, affascinato dai Paesi orientali, si è trasferito in Giappone, ma ora ha qualche difficoltà finanziaria: è difficile trovare lavoro e, anche se in passato ha riscosso un certo successo con la pubblicità di un dentifricio, ora non riesce a sbarcare il lunario. Gli annunci sul giornale non offrono grandi soluzioni, finchè un giorno la sua agente gli propone di fare la comparsa a un funerale, di interpretare cioè il parente addolorato di un morto che neppure conosce.

Philip viene così a conoscenza di un mondo piuttosto frequentato: c’è chi ha bisogno di un finto marito, o di un padre che vada a parlare con i professori a scuola, oppure c’è un uomo costantemente osservato dalla figlia. Tutto andrebbe liscio, se per il nostro protagonista non fosse così difficile non affezionarsi alle persone: è difficile abbandonare la bambina a cui si è legato, anche se solo per contratto.

In questo modo si finisce comunque per essere coinvolti emotivamente. Ma queste “finte famiglie” raccontano molto anche della società moderna, divisa tra solitudine e bisogno di affetto (anche non reale).

Rental family

di Hikari
paese: Giappone 2025
genere: drammatico
interpreti: Brendan Fraser, Takeiro Hira, Mari Yamamoto, Shannon Mahina Gorman, Akira Emoto
durata: 1 ora e 50 minuti
giudizio Cei: consigliabile, problematico-poetico, adatto per dibattiti