C’è un dettaglio, nel racconto della risurrezione di Lazzaro: Gesù non si affretta. Riceve la notizia, sa, ama, e resta due giorni dov’è. È un ritardo che ferisce. È il ritardo che tutti, prima o poi, sperimentiamo nella preghiera. Il Vangelo ha il coraggio di dirlo senza attenuarlo: “Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase due giorni”. L’amore di Cristo non coincide con l’immediatezza. Anzi, sembra attraversare una distanza. Dio non è il garante dei nostri tempi; non interviene per evitare ogni perdita, non arriva sempre “in tempo” secondo la nostra misura. E tuttavia, proprio in questo, rivela qualcosa di più grande della soluzione del problema.
Marta chiede, implicitamente, un intervento puntuale: “Se tu fossi stato qui…”. È la fede che crede nella presenza efficace di Gesù dentro i limiti del tempo umano. Ma Gesù la spinge oltre: non promette solo una risurrezione futura, né si limita a compiere un miracolo, e pronuncia una delle parole più vertiginose del Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita”. Io sono. La risposta di Dio alla morte non è anzitutto un evento, ma una presenza.
La fede cristiana non è credere che le cose andranno bene, ma che qualcuno è presente anche quando tutto sembra perduto. Eppure, questo Io sono non cancella il dolore. Il testo insiste: Gesù “si commosse profondamente”, “si turbò”, “scoppiò in pianto”. Dio piange. Non è una scena di facciata, non è pedagogia emotiva. È rivelazione: Dio non guarda la morte dall’alto, ma la attraversa. Non consola a distanza, ma entra nel lutto. Le lacrime di Cristo non risolvono il problema, Lazzaro è ancora nel sepolcro, ma lo abitano. Se cerchiamo una fede che protegge dal dolore, questo Vangelo ne capovolge la prospettiva: Dio non elimina il dramma, lo condivide fino in fondo.
Dio chiama Lazzaro fuori dalla morte, ma sono gli altri a scioglierlo dalle bende. È una immagine potente della Chiesa: comunità chiamata non a sostituirsi a Dio, ma a rendere praticabile la vita che Dio dona. Giovanni insiste: Lazzaro è morto da quattro giorni. Nel giudaismo del tempo, il quarto giorno segnava la fine di ogni speranza. È lì che arriva Gesù. Non prima. Questo Vangelo non parla solo della morte biologica. Parla di tutte le situazioni in cui diciamo: “È troppo tardi”. Relazioni spezzate, vocazioni smarrite, colpe sedimentate, speranze consumate… Il “quarto giorno” è il luogo in cui l’uomo smette di aspettarsi qualcosa, ma è proprio lì che risuona la voce: “Vieni fuori”. La fede a cui il Vangelo conduce è più radicale: credere che Dio è già all’opera anche quando sembra assente, e che la sua gloria non coincide con l’evitare la morte, ma con il trasformarla dall’interno.
Gv 11,1-45 (Forma breve)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio,
Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita;
chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io so che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.


