C’è un momento preciso in cui qualcosa cambia nel racconto della Passione: il tradimento di Giuda. Prima di quel momento, Gesù era percepito come forte e autorevole. Da Giuda in poi scatta qualcosa di terribile nell’animo umano: la ferocia verso il debole. Pietro lo rinnega, la folla lo abbandona, Pilato si lava le mani.
I soldati trovano persino il tempo di intrecciare una corona di spine per deriderlo. È lo stesso meccanismo che conosciamo ogni giorno: nell’emarginazione del povero, nel silenzio complice davanti all’ingiustizia, nell’indifferenza verso chi non ha voce.
E dobbiamo chiederci con onestà davanti a quale Gesù crocifisso nei fratelli anche noi stiamo lavando le mani, quale ingiustizia stiamo guardando senza fare, senza rischiare nulla.
Pilato pensava di potersene lavare le mani, – ma anche quella è una scelta, la scelta della vigliaccheria elegante. Come lui, anche noi siamo tentati di preferire una fede senza spigoli, una chiesa degli applausi e dei grandi numeri, lontana dalla condivisione della povertà. Abbiamo paura di avere la sorte dei poveri, la sorte di Cristo.
Gesù, in tutta la Passione, tace. È un silenzio che non è rassegnazione, ma libertà piena di chi non ha nulla da dimostrare al mondo. Solo una volta grida, e quel grido è la preghiera più umana mai pronunciata: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. È la voce di ogni uomo che soffre e che, nonostante tutto, continua a chiamarLo “mio”. Anche nei nostri momenti di buio e di abbandono, siamo chiamati a non chiuderci nel silenzio amaro, ma a gridare ancora la nostra sofferenza a Lui, con quella fiducia abbandonata che è la vera libertà dei figli di Dio.
Ed ecco il paradosso: proprio quando tutto sembra finito, un soldato pagano pronuncia per primo la verità: “Davvero costui era Figlio di Dio!”. La resurrezione non cancella la croce, la attraversa. L’ultima parola è sempre quella di Dio. Ed è una parola di vita.
Mt 26,14- 27,66 (Forma breve)
[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».


