Foto: Il tenente cappellano don Ernesto Tapparo, ritratto a Srebreno, in terra dalmata, ai confini con il Montenegro. 

Nato a Rosario di Santa Fé in Argentina, tornato nella terra degli avi a San Benigno e divenuto sacerdote della diocesi di Ivrea, don Tapparo è mobilitato per esigenze belliche nel maggio 1941. Trascorre oltre sette mesi col Battaglione Ivrea in territorio dichiarato in stato di guerra sul fronte occidentale, poi viene imbarcato a Bari con lo stesso battaglione il 14 gennaio 1942 per destinazione sconosciuta, oltremare. Sbarca in Dalmazia, nel porto di Dubrovnik-Ragusa, il 16 successivo, e da lì segue l’Ivrea nelle operazioni in Jugoslavia. Nell’estate del 1942 le truppe vengono comandate di raggiungere il Montenegro e presidiare il Sangiaccato in sostituzione della Divisione alpina Pusteria. Nel frattempo, don Tapparo viene spostato alla Sezione Sanitaria Divisionale 305 dove continua ad esercitare, assiduamente e indefessamente, il suo ministero di vicinanza e di sostegno morale e spirituale ai militari: i suoi alpini e i suoi ufficiali.

Il presidio del Sangiaccato dura poco più di un anno; qui la Taurinense viene raggiunta dalla notizia del crollo del fascismo, il 25 luglio 1943. Due giorni dopo don Ernesto viene spostato al Battaglione Pinerolo (Divisione Taurinense 3° Reggimento Alpini). Ad agosto il territorio viene lasciato ai tedeschi e la Divisione viene avvicinata al mare: il Comando divisionale si insedia a Nikšić, il Pinerolo più in basso a sud-ovest, a Vilusi. Alla sera dell’8 settembre piomba su tutti la notizia dell’armistizio e l’incognita del futuro.

Sono 650mila uomini in tutti i Balcani, abbandonati dalla Patria, senza un ordine organico se non quello – generico – di cessare le ostilità contro gli angloamericani e reagire “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”, non coordinati, impreparati a quell’evenienza, disorientati; mentre i tedeschi attuano immediatamente, in modo ferreo e sistematico, il Piano Achse da tempo predisposto: in caso di armistizio italiano, occupare il territorio e disarmare le truppe; con le buone dove si può, altrimenti con la violenza e l’inganno.

Il destino del cappellano militare tenente don Ernesto Tapparo si gioca in questo contesto. Nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre partecipa col suo battaglione alle convulse, disorganizzate e disordinate operazioni di resistenza antitedesca ordinate dai comandi locali in soccorso della divisione Marche nella Dalmazia meridionale. Azioni suicide in cui vengono sacrificate le formazioni, senza una strategia, senza adeguato coordinamento, supporto e tempestività. Ed è durante una di queste azioni, la battaglia di Gruda, che viene ferito in un incidente e trasportato all’ospedale di Zelenika di Castelnuovo (Herceg Novi): “I tedeschi girano sulle nostre macchine, – appunta – quanta pena! I civili cominciano a svaligiare la nostra sussistenza e portano ogni ben di Dio alle loro case”.

Nel giro di pochi giorni, è preso dai tedeschi e tradotto in prigionia, ma nel frattempo assiste alla resa di tanti reparti italiani: “Scendono gli alpini che si sono arresi e passano in parte davanti al mio ospedale. È sceso pure tutto il mio battaglione”. Comincia il calvario della fame, del freddo, delle umiliazioni (internati militari senza tutele, IMI, e non prigionieri di guerra protetti dalle convenzioni internazionali), dello sdegno: “Siamo in 43 in carro bestiame con bagagli. Ci sono 1 colonnello, 3 tenenti colonnello, 2 maggiori e dei feriti. È questo il trattamento dei feriti? Porci. Ci chiudono nel vagone”.

Ma inizia anche la resistenza inflessibile, adamantina, alle richieste e alle profferte tedesche e saloine: “In mezzo a noi non possiamo fidarci perché ci sono dei filofascisti che ascoltano e fanno la spia; vigliacchi e traditori della Patria! Incominciamo bene, invece di essere tutti uniti. […] Il generale Baudino ci raccomanda propaganda fra i soldati, di non aderire. […] Parlo col tenente Sommariva (rappresentante di Salò incaricato di persuadere i prigionieri alla collaborazione con la repubblica, ndr) da solo e resto del mio parere”. Il 2 maggio ‘44 scrive alla zia: “Non aspettatemi fino alla fine della guerra, perché io sono cappellano degli ufficiali che non hanno aderito alla repubblica, quindi non rientreremo mai, fino a che non sia finito tutto. Rientrano solo gli ufficiali repubblicani fascisti”.

I suoi diari coprono l’intero 1943 e tutto il periodo della prigionia: dal 12 ottobre, quando inizia il lungo viaggio, pigiato in un vagone bestiame, fino al campo di Neu Versen nella Bassa Sassonia; poi il passaggio nei campi polacchi di Chelm e di Deblin e il ritorno nei lager della Bassa Sassonia (Oberlangen, Wesuwe, Sandbostel, Wietzendorf); fino alla liberazione portata dagli inglesi nell’aprile del 1945: “Ci svegliamo e i tedeschi non ci sono più. Deo Gratias. Quanta aria buona hanno respirato i miei polmoni… tutti si abbracciano e si baciano… Liberi. Vado a spasso pel paese, libero. [..] Ufficiali sulle piante, sui tetti, sui reticolati. – annota nel campo di Wietzen-dorf – Deo Gratias, Deo Gratias. Anche questo giorno è arrivato. Deo Gratias. Non so esprimere ciò che sento… Mille Deo Gratias”.

Attraverso i diari – uno dei quali, quello del ‘44, davvero stringato, essenziale, scarno, a testimonianza di condizioni di esistenza difficili, spesso estreme (La fame è tanta che non posso dirvelo. Il freddo è molto e il riscaldamento pressoché nullo. Non ti chiedo che pane…, scrive alla sorella) – prende vita la figura di un uomo, un cappellano militare, forte, determinato, profondamente calato nella sua missione di uomo di Dio al servizio dei soldati; pratico nelle valutazioni, nelle azioni e nelle decisioni; sicuramente poco diplomatico ma schietto, attento alle situazioni e ai bisogni di chi ha intorno, pronto a prestarsi ed a intervenire. Don Ernesto non si tira mai indietro, nonostante i frequenti momenti di debolezza fisica e di scoramento, vissuti comunque sempre con fede incrollabile e fiducia certa nell’aiuto dell’Alto: la Provvidenza non ci abbandona… E un Deo Gratias sempre accompagna i momenti più sereni come quelli più cupi.

Liberato nell’aprile del ’45, don Tapparo tornerà in Italia, nell’amata San Benigno dai suoi cari, solo cinque mesi dopo. Nel ‘50 verrà decorato con Croce di Guerra al Valor Militare, per aver mantenuto all’atto dell’armistizio “contegno consono alle leggi dell’onore militare” e per aver svolto, incurante del pericolo, nel corso di tragici eventi, “a sua nobile missione ravvivando tra gli alpini catturati il senso del dovere”. Nel 1983 otterrà il riconoscimento dell’autorizzazione a fregiarsi del distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà, “essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza”.

Tornato dal lager, don Tapparo trascorrerà il resto della vita intrecciando il suo ministero di sacerdote con un forte impegno rivolto ai giovani, come assistente della Gioventù Cattolica presso l’Oratorio San Giuseppe di Ivrea, prima, e poi alla casa alpina “Gino Pistoni” a Gressoney St. Jean, da lui fortemente voluta. Rivolgerà le sue cure anche agli anziani e ai sofferenti, per i quali sarà tra i fondatori della Casa di Inverso.

Venuto a mancare il 23 agosto 1998, riposa nel cimitero di San Benigno.