Foto: Anonimo, ritratto immaginario di Plinio il Vecchio
Con lo sbocciare della primavera siamo attratti dal risorgere della natura e il pensiero corre a chi studiò o descrisse fiori e piante del nostro territorio. Dell’antichità si ricorda la “Naturalis Historia” o “Historiae Mundi”, opera monumentale che vide la luce nel 77 d.C. e dedicata all’imperatore Tito Flavio Vespasiano. Il suo autore, Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio, nel libro XXI paragrafo “De saliunca” scrisse: “Saliunca folio quidem subbrevi, et quod necti non possit, radici numerosae cohaeret, herba verius quam flos, densa veluti manu pressa, breviter cespes sui generis. Pannonia hanc giguit et Norici, Alpiumque aprica: urbium. Eporedia: tantae suavitatis, ut metallum esse cosperit. Vestibus interponi eam gratis simum”. La traduzione ottocentesca di Lodovico Domenichi, stampata a Venezia da Giuseppe Antonelli nel 1844, ci riferisce la corrispondenza di Ivrea come centro specifico della raccolta e del mercato della Saliunca: [La saliunca è fogliosa, ma corta, e non si può annodare. Sta attaccata a numerosa radice. E veramente si può piuttosto chiamare erba che fiore, ed è ristretta come se fosse stata premuta con la mano: in breve è un cespuglio di specie propria. Nasce in Ungheria, in Baviera, e ne’ luoghi a solatio delle Alpi e nella città d’Ivrea; ed è di si preziosa soavità che ha cominciato a essere posto tra le rendite dello stato, come le cave de’ metalli. Si usa per gentilezza a metterla fra le vesti].
Un altro autore classico, Dioscoride Pedanio, vissuto anche lui nel I sec. d.C. medico, botanico e farmacista greco, divenne celebre per aver scritto il “De Materia Medica”, importante trattato per medicina antica e medievale che restò in uso come testo di riferimento per oltre 1.500 anni. Egli però la nomina come Keltiké Nardos (Nardo celtico o Valeriana celtica).
Sulla confusione dei nomi, il botanico Giovanni Cristofolini ha scritto in: “Nicolò Leoniceno il medico umanista all’origine della Botanica moderna” articolo apparso sul “Notiziario della società Botanica Italiana (n. 4 del 2020): “Una questione intricata è quella di “Nardus celtica” e di una pianta oscura detta “Saliunca”. Il nome “Nardus celtica” è stato usato, dall’antichità al Medio Evo, principalmente per indicare varie specie di Valeriana. Quanto alla “Saliunca”, in Dioscoride è sinonimo di “Keltiké Nardos”. Viceversa, Plinio tratta Nardus celtica e Saliunca in due passi diversi, come due specie distinte. Tuttavia – rimarca Leoniceno – le proprietà medicinali che Plinio attribuisce a Saliunca sono le stesse di Nardus celtica. La descrizione di “Saliunca” fornita da Plinio è nebulosa: “Saliunca folio quidem subbrevi …. herba verius quam flos, densa veluti manu pressa breviterque caespes sui generis” [La saliunca, dalle foglie molto brevi… un’erba piuttosto che un fiore, compatta come se fosse stata pressata da una mano, è come una specie di zolla], tanto da destare il sospetto che egli non l’abbia mai vista in natura ma solo presso qualche speziale (questa ipotesi è corroborata dalla notazione successiva: “…ut metallum esse coe perit” [….ha cominciato a costare come oro]”.
Il dibattito è proseguito nel XVI secolo per apparire chiaro che – prosegue Cristofolini – “cosa Plinio intendesse per ‘Saliunca’, ma pare fondata l’asserzione di Leoniceno che Plinio non sapesse che si trattava della medesima pianta altrimenti nota come ‘Nardu celtica’”.
Se Dioscoride fu un medico e botanico citato con pregio da Dante nel Limbo del IV canto dell’Inferno, Plinio il Vecchio, citato da Dante nel “De Vulgari Eloquentia”, fu uno scrittore, naturalista e militare, nato a Como nel 23 d. C., che giovanissimo si trasferì a Roma. Qui ricoprì cariche civili e militari ma fu sempre insaziabile la sua curiosità di leggere e prendere appunti.
Nel 79 d. C. era comandante la flotta romana attraccata a Capo Miseno, al momento dell’eruzione del Vesuvio non volle abbandonare il comando e morì a Stabia asfissiato dai gas a fuoriusciti dal vulcano che seppellì Pompei ed Ercolano.
Purtroppo andarono perdute tutte le sue opere, se si escludono pochi frammenti, mentre integra ci è pervenuta la grande enciclopedia in XXXVII libri della “Naturalis Historia”.
Secondo gli storici, l’opera seppur frutto di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su 2000 volumi, di più di 500 autori diversi, non avrebbe tuttavia originalità né profondità di idee che si sommerebbe alla mancanza di critica nell’uso delle fonti, spesso in contraddizione. Esaltata nel Rinascimento, l’opera resta oggi una miniera di notizie, anche di carattere politico e morale.
La Saliunca (o Nardo celtico) è una piccola pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Valerianaceæ (o Caprifoliaceæ secondo classificazioni più recenti).
Nota fin dall’antichità, è una pianta fortemente aromatica, utilizzata per le sue proprietà profumate e medicinali. Le radici venivano raccolte, spesso con grande fatica, nelle zone alpine, similmente, nelle zone himalayane per la variante di Nardo indiano/himalayano, con cui condivideva gli usi simili. Le parti pregiate della pianta erano la radice e i fusti che, dopo l’essiccazione, venivano poste a macerare per lungo tempo in olio di oliva o di sesamo, estraendo l’essenza aromatica, creando un unguento profumato che ebbe uno straordinario successo e diffusione nella romanità che la utilizzava sia per profumare ambienti, bagni e vesti, sia che per le sue proprietà mediche.
La piantina, dal XVIII secolo, ha nome scientifico, grazie a Linneo, di “Valeriana celtica L.” e vive ancora in Occidente nelle praterie sassose tra i 1.700 e i 3.000 metri e seppur endemica è oggi rara: la si trova nell’Appennino Centrale e nelle Alpi Occidentali, dalla Liguria alla Valle d’Aosta e pochissimo sulle Alpi Orientali, sconfinando in Svizzera e nel Delfinato (Francia) e sui Pirenei. Fiorisce da giugno ad agosto e raggiunge a stento i 15 cm. di altezza.




