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È tempo di pulizia di arbusti e di abbattimenti di piante nelle nostre campagne. Dalla visuale lasciata libera appaiono estensioni di pannelli fotovoltaici che, prima della pulizia, sembravano non esserci mai stati. Invece c’erano.

E nuove installazioni di impianti a terra stanno sorgendo a una certa velocità. Qui si apre un conflitto: da una parte la transizione energetica, dall’altra la tutela del suolo agricolo. L’approvazione in Giunta regionale del disegno di legge su disciplina e individuazione di aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili cerca di proteggere i terreni agricoli dall’assalto della speculazione energetica.

Altre aree vengono “consigliate”: quelle industriali dismesse, quelle intercluse di svincoli o di pertinenza di autostrade e ferrovie, le discariche, i tetti dei fabbricati, aree già compromesse. Fin qui, tutto condivisibile. Il suolo non è una risorsa infinita. In Piemonte oltre il 6,6% del territorio è consumato, e continuare a coprirlo, anche con pannelli “verdi”, rischia di sostituire un problema con un altro. Nell’osservatore anche meno esperto, una domanda sorge: ma quei terreni agricoli sono davvero tutti produttivi, o molti sono già abbandonati?

Perché, allora, i proprietari scelgono di affittarli o venderli per il fotovoltaico? La risposta è semplice e riguarda l’economia reale: in molte aree marginali l’agricoltura non è più sostenibile. I ricavi sono bassi, i costi alti, il ricambio generazionale fragile. Il fotovoltaico, al contrario, garantisce rendite certe e senza rischio. E qui emerge la contraddizione. Vietare gli impianti nei campi può proteggere il paesaggio, ma non restituisce automaticamente vitalità all’agricoltura.

Un terreno abbandonato non torna fertile per decreto. La Regione prova a mediare con l’agrivoltaico, imponendo che la produzione agricola resti significativa. È una strada interessante, ma ancora tutta da verificare su larga scala. Il nodo, dunque, non è scegliere tra energia e agricoltura, è capire quale agricoltura si vuole salvare e dove. Se il suolo è davvero un bene da tutelare, allora serve una politica agricola che renda conveniente coltivarlo, non solo impedirne l’uso alternativo. Altrimenti il rischio è evidente: campi lasciati a se stessi, senza pannelli, ma anche senza raccolti. E una transizione ecologica che, invece di integrare, finisce per dividere.