Il Governo Meloni ha deciso di dare la massima priorità alla riforma della legge elettorale, nonostante i gravi problemi posti dalle guerre in Medio Oriente e nel cuore dell’Europa sul piano politico ed economico-sociale (con la recessione alle porte). La premier – indebolita nel disegno sovranista dopo la rottura con Trump, fiaccata dalla sconfitta nel referendum sulla giustizia, disturbata mediaticamente dalle continue disavventure ministeriali (Nordio, Santanchè, Delmastro, ed ora il titolare della Cultura Giuli) – punta ogni carta sul “totem del bipolarismo”, come ha scritto su La Stampa la politologa Flavia Perina. Meloni ha ottenuto dal destra-centro l’indicazione a premier nel programma elettorale, la concessione di un premio ampiamente maggioritario per la prima coalizione espressa dalle urne (anche qualora ottenesse consensi in misura di molto inferiore al 50% dei voti), l’eliminazione dei collegi uninominali … In questo quadro, se vincesse alle prossime politiche si assicurerebbe altri cinque anni di Governo, se perdesse resterebbe comunque capo indiscusso dell’opposizione relegando a un ruolo assolutamente marginale Lega e Forza Italia.
La Presidente del Consiglio insiste molto sulla durata dei Governi: ma la stabilità può prevalere sulla qualità? Possiamo ritenere i governi Ciampi e Draghi, di larghe intese, inferiori agli altri Esecutivi della seconda Repubblica? Quale ruolo resterebbe poi al Quirinale se privato del compito più importante?
Nel “campo largo” le offerte di dialogo sulla legge elettorale hanno avuto sinora una risposta negativa, ma con sfumature diverse: il presidente del Pd Stefano Bonaccini, riformista, ha chiarito che non si cambia la legge alla vigilia del voto, anche perché ci sono questioni più urgenti; la segretaria Elly Schlein, dopo l’incontro in Canada con Obama, ha rilanciato il bipolarismo destra-sinistra, candidandosi indirettamente a Palazzo Chigi.
Ma dal mondo anglosassone, patria del bipolarismo, stanno giungendo segnali negativi sul modello dell’uomo solo al comando. Il caso Trump è da dottrina politica: gli USA sono in guerra in Medio Oriente, il mondo è nel caos, ma il Congresso (sede della democrazia) non ha potuto discuterne perché i Repubblicani – per coprire il Tycoon – l’hanno impedito, nonostante i sondaggi abbiano certificato l’ampio “no” alla guerra degli elettori. In concreto l’interesse di parte prevale sul “bene comune” e Trump, come Putin, si trasforma da Presidente ad Autocrate. In questo caso la conclamata “stabilità” di governo diviene una sconfitta dell’intera Nazione.
A Londra, culla della democrazia, la crisi del bipolarismo è diversa, ma non meno grave: i due partiti storici, i Laburisti con il premier Starmer, ed i Conservatori (eredi di Churchill) sono stati scavalcati alle elezioni amministrative dalla destra sovranista di Reform (pro-Brexit) e dalla sinistra radicale guidata dai Verdi; inoltre la Scozia e il Galles sono passati agli Indipendentisti, mettendo a rischio l’unità del Regno Unito. In concreto la società britannica, composita, multi-etnica, non si riconosce più nello schema classico destra-sinistra ed il sistema politico rischia di andare in una crisi profonda.
Anche nella Francia gollista del centrista Macron il sistema dell’uomo solo al comando non funziona più, con crisi di governo a ripetizione, nonostante il sistema elettorale protegga l’Eliseo.
Per tornare all’Italia non è auspicabile una legge “ad personam”, con l’accentuazione dei toni personalistici sulle questioni programmatiche. L’architrave costruita dalla Costituzione, con ruoli diversi del Quirinale, di Palazzo Chigi e del Parlamento, non può essere sostituita con leggerezza. Per questo lascia perplessi una riforma alla vigilia del voto, anche se questa misura è già stata attuata da precedenti governi, di segno politico diverso.
È poi essenziale un contesto politico e culturale in cui l’impegno pubblico – come ha ricordato Papa Leone – sia considerato un servizio; non può reggere la logica di Trump che vede nell’avversario un nemico da abbattere.
Maggioranza e opposizione devono, in modo diverso, concorrere allo sviluppo civile e democratico del Paese, non logorarsi in una sfida senza prospettive, dominati dalla gestione del potere.


