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Il 4 giugno è stata la “giornata internazionale per i bambini innocenti vittime di aggressioni” e purtroppo, in questo senso le cattive notizie non mancano dalla cronaca. Ci sembra doveroso sensibilizzare il lettore sull’effetto della violenza a cui assistono (o hanno assistito) i minori, che hanno subito anche indirettamente tanto da diventare testimoni di violenze famigliari. In queste situazioni il bambino prova un forte senso di ansia e di insicurezza, sviluppa sensi di colpa per non essere capace di intervenire prestare cure e soccorso alla vittima.
Il senso di responsabilità che sviluppano i testimoni di violenza per la vittima è altissimo: cercano, con i modi propri dell’età di prestare soccorso e portare aiuto, ma anche di distrarre l’aggressore, di attirare la sua attenzione su di loro per evitare che si scagli ancora sul bersaglio, cercano di attuare comportamenti per evitare la violenza. Diventano così iperprotettivi, cercano in tutti i modi di mantenere il controllo della situazione. Inutile sottolineare che tutti questi loro propositi falliscono e i bambini vivono una condizione di frustrazione e di insicurezza verso le proprie capacità personali che non fanno altro che aumentare il costante senso di angoscia. I bambini esprimono stati di agitazione, irrequietezza, manifestano disturbi del sonno, incubi notturni, enuresi ma anche un limitato accrescimento fisico.
I danni di queste violenze non rimangono circoscritti all’infanzia ma si mantengono lungo l’arco della vita e sovente, se non accompagnati da un robusto sistema di cura e di protezione, rischiano di inficiare per sempre lo sviluppo di relazioni affettive e di fiducia nell’altro, facendo aumentare il rischio di abuso di sostanze stupefacenti per annullare pensieri intrusivi, memorie e sensazioni spiacevoli, così come possono essere frequenti comportamenti autolesionistici o lo sviluppo di agorafobia.
L’orrore della morte della piccola Beatrice a Bordighera, ampiamente raccontato nelle cronache dei giorni scorsi, fa pensare all’aggravamento dello stato di stress psicologico a cui le sorelline sono andate incontro: la morte, appunto, di una sorella, che non è un argomento molto discusso, eppure è fonte di un dolore profondo, che fa sentire più soli, che non si è stati capaci di salvare e proteggere. Si sperimenta un tempo sospeso, un senso di inadeguatezza per la ridefinizione del sé, si sperimenta una profonda difficoltà nel riprendere le attività quotidiane. C’è da augurarsi che queste piccole e coraggiose bambine trovino chi dia ascolto alle loro emozioni e ai loro pensieri, siano sostenute in una crescita equilibrata, lontana da ogni altra forma di violenza, trovando il modo di perdonare, accettare e trasformare il dolore e la paura, verso qualcosa di cui poter essere orgogliose.


