L’attento lettore ricorderà la storia del giovane Remo, il quale essendo stato allontanato da un suo coetaneo di Brosso mentre invitava al ballo una giovane e graziosa signorina, decise di vendicarsi quando questi venne a trovare una delle sue morose a Vico [n.d.r.].
Avendone studiato gli orari e gli itinerari, lo attese nascosto dietro la fontana che si trova in Piè di Vico, all’angolo tra via dei Martiri e via 13 marzo 1821 e, giocando di sorpresa, visto arrivare nel buio una sagoma maschile, si tolse la giacca, gliela gettò in testa e iniziò a percuotere sonoramente il malcapitato preso di sorpresa. Infine, ripresa la giacca, scappò col favore delle tenebre. Ma le tenebre gli avevano giocato un tiro mancino. Il giorno seguente, a pranzo, sentì la madre che raccontava incredula al marito che aveva sentito in negozio che la sera prima qualche malandrino aveva teso un agguato al povero segretario comunale, malmenandolo brutalmente. A Remo si gelò il sangue nelle vene e fu rassicurato solo dopo aver sentito che la madre continuava dicendo: “Purtroppo non ci sono testimoni e il segretario non ha riconosciuto l’aggressore.”
Remo non raccontò mai alla mamma, neppure anni dopo, di essere stato l’involontario protagonista di quella sciagurata aggressione. Egli, nei primi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, venne dato per disperso in guerra, ma la madre non volle credere che non l’avrebbe più visto e continuò a dire alle sorelle che un giorno avrebbe sentito nuovamente in cortile l’inconfondibile fischio che lui faceva ogni volta che tornava dal lavoro. E poche settimane appresso così avvenne.
Si diceva prima che i rivali vichesi, con animo screanzato, definissero i brossesi come persone scimunite e perciò raccontavano storielle inverosimili come quella di aver posto un enorme lenzuolo che dalla punta del campanile di Brosso giungeva a terra, il quale ogni sera veniva tagliato appositamente, per cui i brossesi si incantavano ad ammirare la loro torre campanaria che, secondo loro, diventava sempre più alta poiché il lenzuolo si accorciava, oppure come la storia del brossese che, dopo aver fatto fieno tutta la mattina, si era coricato nel prato per riposare. Il riposino era durato piuttosto a lungo e quindi alcuni compaesani gli si erano avvicinati per capire cosa succedesse e uno di loro, osservandolo bene, concluse che era sicuramente morto. Discutendo, decisero di riportarlo a casa sua ma si posero la questione su quale fosse la strada più corta, al che il ragazzo, steso e fino a quel momento inerte, si sollevò seduto e disse “Mah, quando ero vivo passavo per la Bora doo Curiglio, ora che sono morto però fate come meglio credete”, poi si stese nuovamente e fu infine condotto a casa a spalle per la strada da lui indicata.
Un triste racconto, vero questa volta, riguarda una certa Ugolina, gestrice della locanda Corona Grossa di Vico, la quale innamoratasi di un giovane siciliano, avventore per un certo periodo del suo albergo, decise di seguirlo nella sua terra per sposarlo. Presero gli accordi che lui sarebbe partito prima e lei lo avrebbe raggiunto in un secondo tempo, dopo aver sistemato alcuni affari. Il ragazzo partì dal porto di Genova alla volta di Catania con molti bauli, alcuni dei quali contenevano anche il corredo di Ugolina, ma non arrivò mai nella sua terra perché la nave colò sciaguratamente a picco durante il tragitto. Ugolina rimase quindi a Vico a lavorare nel suo albergo e insegnò il mestiere anche a Tonino, il figlio di suo fratello, che poi gestì per anni l’altra Locanda detta dell’Universo.
Terminerei con un racconto più leggero e anche un po’ pungente. Sempre a Vico, un sedicente casanova sposato con prole, faceva una corte spietata ad una signora anch’essa maritata. Questa lo aveva sempre rifiutato finché, estenuata, un giorno rispose “Va bene, mi concederò a te, ma a patto che tu mi regali una toma intera”. L’uomo accettò e chiese dove e quando avrebbero potuto incontrarsi per consumare il rapporto. Lei rispose: “Dopo-domani notte alle dieci nell’arian del forn” (ossia nello scannafosso presente tra la costruzione che ospitava il forno pubblico e la proprietà vicina).
L’astuta donna ebbe tutto il tempo di avvisare la moglie del suo spasimante e di proporle di tendergli un tiro mancino, ovvero di andare lei stessa all’appuntamento, tanto, le disse: “È notte, lì è buio pesto, non si accorgerà che sei tu e non io. Sta a te essere astuta e non farti riconoscere”. La moglie accettò.
La sera in questione l’uomo si recò all’ora prestabilita nel luogo convenuto e trovò delle dolci braccia femminili ad attenderlo. Queste lo avvolsero in un morbido abbraccio e i due consumarono. Al termine del “convegno amoroso”, come si definiva all’epoca, l’uomo espresse tutta la sua soddisfazione asserendo di non aver mai provato una sensazione simile a quella sera in vita sua. Consegnò la toma e andò a farsi un bicchiere alla Corona Grossa.
Il giorno seguente a pranzo la moglie mise in tavola la polenta e incominciò a tagliare delle generose fette di toma per lei, per i suoceri e per i figli, esagerando alquanto come non faceva mai anche a causa della proverbiale avarizia del marito che controllava ogni spreco. Fu a quel punto che l’uomo batté un pugno sul tavolo chiedendo alla donna se fosse impazzita a fare delle porzioni tanto abbondanti, e continuò dicendo che lui lavorava alacremente per portare il pane in tavola mentre lei stava a casa a oziare e si permetteva anche di sprecare. La donna, con tutta calma tagliò un’ultima enorme fetta, la porse al marito dicendo: “Tranquillo, questa la offro io. Sai l’ho guadagnata ieri sera con un lavoro che ho fatto nell’arian del forn. Una sensazione mai provata, credimi.” e lo abbracciò alla stessa maniera della sera precedente.
Presumo sia calato un gelido silenzio.



