I reiterati attacchi di Trump alla Meloni, inaccettabili sotto ogni profilo, cambiano la politica estera italiana, in entrambi i poli.
La premier, colpita per il rifiuto delle basi di Sigonella all’attacco USA-Israele contro l’Iran, ha difeso la sua scelta (avallata dal Quirinale) perché l’operazione Trump-Netanyahu, fuori dall’ambito Nato, era in palese violazione del diritto internazionale. Nello stesso tempo la violenza verbale della Casa Bianca contro l’Italia ha fatto naufragare ogni ipotesi di Palazzo Chigi quale mediatore tra USA e UE. Una politica coltivata da mesi cade sotto i colpi dissacranti del Tycoon: l’ideologia MAGA (prima l’America) si dimostra inesorabile con nemici e amici, con un “sovranismo” che avvicina gli Stati Uniti agli autocrati Putin e Xi.

La Meloni è stata gettata da Trump nelle braccia di Bruxelles, unica alternativa all’isolamento e alla marginalità del Paese, con il superamento delle tradizionali posizioni “sovraniste” della destra europea. Al suo fianco Tajani, con Forza Italia, europeista, sostenitore con il PPE del Governo Ursula von der Leyen.
Ma i problemi per il destra-centro vengono ancora una volta dalla Lega di Salvini, ferma sull’asse Trump-Putin, sia per fronteggiare la concorrenza del gen. Vannacci sia per contrastare la sfida interna del Carroccio del Nord (Zaia, Fedriga, Fontana, Molinari); i “nordisti”, lontani dall’estrema destra di Vannacci (“allevata” da Salvini), puntano sulle autonomie regionali e sul primato del territorio, rifiutando quindi l’intesa con il segretario.

La divaricazione di Salvini su Bruxelles, USA, Russia è un problema per il destra-centro non solo in vista delle elezioni politiche, ma anche per le prossime scelte sul sostegno all’Ucraina e sulla Nato modello Trump. Incidenti di percorso sono possibili, anche con l’anticipazione delle politiche in primavera, anziché alla scadenza naturale dell’autunno ’27.
Il “campo largo” ha solidarizzato sul piano personale con la Meloni ma ha contestato l’alleanza politica con Trump e la destra mondiale; il centro-sinistra, tuttavia, non ha risolto le sue differenze in politica estera, soprattutto sull’Ucraina, da oltre quattro anni aggredita da Putin, che rifiuta ogni ipotesi di tregua (anche quella chiesta da Leone XIV).

I Pentastellati e alleanza Verdi-Sinistra sono su una posizione neutralista, di fatto contrari a nuovi aiuti a Kiev. A sostegno dell’Ucraina, con prudenza, il Pd della Schlein, ampiamente favorevoli i centristi e i riformisti. Questa netta divaricazione non aiuta l’elaborazione di un programma comune di governo; nuove questioni sono poi sorte dalla scelta di Conte, Bonelli, Fratoianni, avallata dalla Schlein, di escludere Renzi (e ogni esponente centrista o riformista) dalla “cabina di regia” della coalizione. In concreto due livelli del “campo largo”: la sinistra che guida (Pd, M5S, AVS), l’area moderata chiamata successivamente a fornire contributi; un disegno opposto a quello elaborato nel 2007 da Prodi e Veltroni con la nascita dell’Ulivo: l’incontro alla pari tra radicali e riformisti, per una mescolanza delle culture, senza egemonie.

Sui media ci sono state reazioni critiche al percorso del “campo largo”; l’obiezione più forte sul “Corriere”, con l’editorialista Aldo Cazzullo che ha scritto del “Pd a guida centro sociale”. Peraltro l’area centrista-riformista appare molto frastagliata, senza un leader egemone, da Delrio a Ruffini, da Magi a Guerini.

Ma anche il “veto” personale a Renzi lascia perplessi, come ha scritto “la Repubblica”. È stato scartato per i suoi anni da premier, ma allo stesso modo dovrebbe essere valutato Conte, che alla guida del governo con la Lega, ha tollerato una feroce azione anti-immigrati.

I due Poli non debbono commettere l’errore di costruire maggioranze solo per vincere le elezioni; debbono pensare soprattutto al compito costituzionale di guida del Paese.