Con tre anni di anticipo la Meloni ha dato il via alla corsa per il Quirinale, con una netta virata a destra: il prossimo Capo dello Stato non dev’essere di centro-sinistra. A parte i riferimenti storici (De Nicola, Einaudi, Segni … non erano certamente dell’area progressista), l’uscita della premier conferma la difficoltà del destra-centro dopo la rottura con Trump e l’ascesa nei sondaggi del gen. Vannacci, ormai sopra la Lega. Perso l’aggancio con la destra mondiale, con “Maga” del Tycoon, Fratelli d’Italia non ha ancora elaborato il progetto politico alternativo, che superi il “sovranismo” e favorisca un nuovo ruolo in Europa; contestualmente la crisi della Lega mette in dubbio la tenuta della maggioranza, anche nelle urne; di qui la svolta verso Vannacci, per avere i suoi voti nella battaglia per il Colle in nome di un “candidato di destra”; inoltre la premier ha tentato una dubbia riabilitazione della “remigrazione”, cavallo di battaglia di “Futuro nazionale”, dimenticando il carattere punitivo verso gli immigrati di questa grave proposta politica.
Il radicalismo della Meloni pone anzitutto problemi all’area moderata della maggioranza, Forza Italia e la Lega del Nord, guidata da Zaia; secondo alcuni media Marina Berlusconi, per contrastare la corsa a destra, penserebbe ad un accordo politico tra i moderati di Forza Italia e i leghisti dissidenti, avendo come primo obiettivo il “no” ad ogni trattativa con Vannacci, anti-europeo, filo-Putin, nemico degli immigrati … In ogni caso la mossa della Meloni può dar luogo ad una fine anticipata della legislatura perché accresce lo scontro politico nel Paese (anche nella maggioranza), rinvia i temi più urgenti, dalle guerre aperte alle difficoltà economiche e sociali, incentra l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sui temi elettorali. C’è poi, in sottofondo, una caduta di rispetto verso l’attuale inquilino del Quirinale, che in questi anni ha retto con equilibrio e imparzialità l’alta funzione istituzionale, sostenuto dalla larga maggioranza della popolazione (secondo i sondaggi è il più apprezzato tra i politici).
Il centro-sinistra ha contestato la scelta della premier, sfidandola, con il presidente del Pd Bonaccini, ad andare subito ad elezioni anticipate; ma nel campo largo diversi problemi politici restano aperti. Anzi-tutto fa discutere la scelta di una guida a quattro (Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni), con l’esclusione di riformisti e centristi (a cominciare da Renzi); questi potranno aggiungersi successivamente, con un ruolo ovviamente consultivo. Questa linea di sinistra, sostenuta nella direzione dem dal capogruppo al Senato Boccia, è stata contestata dal leader della componente catto-dem Delrio, che ha ricordato le origini pluraliste del partito, nato dalla confluenza di post-comunisti, popolari, ambientalisti. Ma Delrio è rimasto inascoltato, né è stato incoraggiato dalla partecipazione della Schlein al Gay-Pride di Milano ove, accanto alla giusta condanna dell’omofobia, la piattaforma programmatica prevedeva il matrimonio egualitario, la maternità surrogata, l’eutanasia (modello Associazione Coscioni), l’aborto “costituzionale” …
Il “campo largo”, con questa netta scelta a sinistra, sembra ripercorrere la strada di Occhetto, il segretario Ds che rifiutò nel 1994 l’alleanza con Martinazzoli (Popolari), convinto di farcela da solo. È infine sempre aperta la questione delle “primarie”: la Schlein ha chiesto l’appoggio di Prodi, Conte partecipa ai convegni con D’Alema, Renzi chiede la presenza di un riformista (la sindaca di Genova, Silvia Salis).
Manca nei due Poli, mentre si parla di elezioni, la proposta programmatica, il disegno di società. Emerge lo scontro bipolare destra-sinistra, come negli USA, con il prevalere dei leader, del personalismo “mediatico”.
La legislatura rischia un brusco declino senza un recupero della politica come servizio al Paese, con il “bene comune” prima degli interessi di partito.



