Il Vangelo di questa domenica si apre con un canto di lode che sale dal cuore stesso di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”. Non è la sapienza umana la porta che apre al mistero di Dio, ma la piccolezza: quella di chi sa di non bastare a se stesso, di chi vive da figlio davanti al Padre, consapevole di dover essere custodito e accompagnato nella crescita della fede. Quanto, allora, siamo disposti a deporre l’armatura dell’autosufficienza per lasciarci semplicemente accogliere come figli?

A questi piccoli Gesù chiede di imparare da Lui mitezza e umiltà di cuore. Egli è l’umile per eccellenza: ha scelto di scendere fino al punto più basso della condizione umana, fino all’obbrobrio della croce, per innalzare noi. L’umiltà vera, infatti, non sta nel sentirsi piccoli né nel dichiararsi tali – molte volte chi si proclama nullità pensa esattamente il contrario –, ma nel farsi piccoli per amore, per sollevare chi ci sta accanto. Dio, che non ha nulla sopra di sé, non può “innalzarsi”: può solo scendere, abbassarsi, farsi dono totale e disarmato per noi.

Davanti a questa immagine, viene spontaneo chiedersi: quanto siamo capaci, noi, di abbassarci per innalzare gli altri? Quante volte, al contrario, facciamo l’esatto opposto, trasformando i fratelli in piedistalli per la nostra vanità, sminuendoli, parlandone alle spalle, pur di sentirci un poco più grandi? È un esame severo, ma necessario, se vogliamo davvero indossare il giogo leggero di cui parla il Vangelo.

E la mitezza? Gesù l’ha vissuta fino in fondo nella sua passione: oltraggiato, non rispondeva con oltraggi; sofferente, non minacciava vendetta. Ma quando ci accorgiamo, noi, di essere miti o no? Non certo nei giorni tranquilli, quando tutto fila liscio: è nello scontro, nella contestazione, nell’offesa subita che la mitezza – o la sua assenza – viene a galla. È lì, in quello spazio scomodo del conflitto, che scopriamo chi siamo davvero.

Il giogo di Cristo è dolce non perché elimini la fatica, ma perché la condividiamo con Lui, mite e umile, che cammina al nostro fianco. Accogliamo dunque l’invito di oggi: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi“. Chi di noi non lo è, in qualche misura? Lasciamoci raggiungere da questo ristoro, e impariamo, giorno dopo giorno, a farci piccoli per amore.

Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso
nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».