Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)

Aristocratico ma anche rigoroso scienziato, la sua figura si inserisce perfettamente nel contesto sabaudo, dove i nobili di Antico Regime univano la gestione dei propri privilegi terrieri e politici a una profonda dedizione per gli studi scientifici e per le riforme. Carlo Allioni nacque a Torino nel 1728 da Stefano Benedetto, medico dal 1715 e dalla nobile Francesca Ponte. Seguendo le orme paterne, Carlo si laureò nel 1747 nell’Ateneo torinese, raggiungendo presto una grande fama che, malgrado la giovane età, gli valse la carica di protomedico di Vittorio Amedeo III di Savoia.
Apparteneva ad una grande famiglia che affondava le radici nell’Ottavo secolo, presente in tutti i centri più importanti del Piemonte, compreso Montalto Dora, quando il notaio Francesco Andrea vi giunse dall’angusta Dronero per sposarsi nella chiesa di S. Eusebio il 7 ottobre 1734 con la nobile Clara Maria Boniotto, figlia del notaio di Cuorgnè, Agostino, nata in Ivrea nel 1716, proprietaria di palazzo e castello a Montalto Dora.

Tornando al ramo torinese, Carlo Allioni lasciò scritti medici molto apprezzati, a riguardo delle flegmasie esantematiche note sotto il nome di migliari, malattie infiammatorie caratterizzate da febbre ed eruzioni cutanee con piccole vescicole e alla pellagra (detto anche scorbuto alpino) che imperversava notoriamente in Canavese nelle classi povere: fu tra i primissimi a studiare, descrivere e tentare di curare questa patologia, pubblicando nel 1780 il celebre saggio Ragionamento sopra la pellagra colla risposta al signor dottore Gaetano Strambio.

Studiò la pressione arteriosa associata alle febbri prima dell’invenzione del sfigmografo. Ma il suo nome, è ricordato per i suoi scritti di scienze naturali, di zoologia, di paleontologia e soprattutto di botanica che lo resero famoso nel mondo occidentale, diventando membro di numerose accademie scientifiche: nel 1756 dell’Accademia Reale di Madrid, nel 1757 dell’ Accademie di scienze di Montpellier e di Gottinga, nel 1758 della Royal Society di Londra, nel 1759 della Società botanica di Firenze e della Facoltà medica di Basilea, nel 1774 della Società fisiografica di Lunden e della Società dei Curiosi della natura di Berlino, nel 1777 dell’Accademia di agricoltura di Padova e della Società reale di medicina di Parigi, nel 1780 della Società patriottica di Milano.

La sua Flora Pedemontana, edita nel 1785 in due grossi volumi in folio con novantadue splendide tavole in rame di Francesco e di Pietro Peiroleri, che gli costò 17.000 franchi, seguita poi dall’Auctarium, è ancora oggi fondamentale per lo studio della flora del Piemonte. Ebbe rapporti con i più celebri botanici del suo tempo, e fu in intima relazione epistolare con Carlo Linneo, medico, botanico e naturalista svedese, il padre della moderna classificazione scientifica degli esseri viventi, che volle dedicare all’amico piemontese il nome d’una pianta, l’Allionia incarnata. Studiando fossili e insetti, creò un museo privato e un erbario.

Nel 1757 fu il primo aderente alla Società privata torinese, fondata in quell’anno dal fior fiore dell’intellettualità scientifica piemontese: dal chimico conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio, dal matematico, fisico e astronomo Giuseppe Luigi Lagrange, e dal medico, anatomista e fisiologo Gian Francesco Cigna. Osteggiata da Carlo Emanuele III, fu trasformata dal re Vittorio Amedeo III nel 1783, nella Reale Accademia delle Scienze, di cui fu, sino al 1801, il primo tesoriere. Anche per questa sua carica mantenne una corrispondenza estesissima con centinaia di medici e scienziati italiani e stranieri. Il motto scelto dai Soci era Veritas et utilitas ed esprimeva il duplice impegno dell’Accademia per il progresso della scienza e per la sua finalizzazione a vantaggio della società e dei servizi dello Stato piemontese.

Nominato nel 1760 professore di botanica nell’Università di Torino, si dedicò all’insegnamento con passione, girando in lungo e in largo il Piemonte raccogliendo con gli studenti erbe e piante, avvalendosi di collaboratori per i luoghi più impervi, dando un vigoroso impulso all’Orto botanico di Torino che, sotto la sua direzione, arricchì la sua collezione da 1206 specie a oltre 4500; per questa sua capacità organizzativa, nel 1777, fu nominato direttore del Museo torinese. L’erbario superò le 6000 specie, oggi è conservato nei locali dell’Orto botanico dell’Università di Torino, ma i bombardamenti aerei della RAF britannica del 1942 distrussero il suo ricco museo di scienze naturali e i suoi manoscritti.

Nel 1781, per ragioni di salute, dovette abbandonare la cattedra universitaria, ma conservò la direzione del museo sino alla sua morte, che avvenne a Torino il 30 luglio 1804. La classificazione sistemica adottata da Carlo Allioni, a scopo principalmente didattico, come sosteneva nel suo Synopsis methodica stirpium Horti Taurinensis, 1761, voleva semplificare quella di Linneo, ideandone una propria, anch’essa artificiale, composta da due nomi, (binomale latino, ad esempio la Campanula Allioni) comprendente 13 classi, ridotte poi a 12; le prime undici caratterizzate dal numero, dalla forma e dalla disposizione dei petali; la dodicesima, coincidente con la ventiquattresima di Linneo, comprendeva le piante prive di fiori: le classi erano divise in ordini, gli ordini in generi, i generi in specie, secondo i precetti di Linneo. Carlo Allioni descrisse circa 2800 piante della flora piemontese e alpina, di cui ben 237 catalogate e codificate per la prima volta per la scienza. I successivi botanici continuarono a battezzare le nuove piante identificate con l’epiteto allioni in suo onore e fu considerato e conosciuto come il Linneo piemontese.