Il venerdì era un giorno speciale per me negli anni ’60. Aspettavo con impazienza il ritorno di papà da scuola. Arrivava in treno dalla stazione di Casbeno, il quartiere di Varese dove insegnava matematica al mitico Istituto Tecnico Industriale Statale, l’ITIS che ha formato generazioni di tecnici e artigiani, protagonisti del boom delle piccole industrie lombarde.
Verso le tre del pomeriggio estraeva dalla tasca sinistra della giacca – portava sempre abito, giacca e cravatta – due piccoli albi orizzontali, flessibili, con copertine colorate. Era il momento più atteso della settimana. Mi arrampicavo sul bracciolo della poltrona accanto a lui mentre mi mostrava la copertina di Capitan Miki, leggeva il titolo e mi descriveva i personaggi. Poi iniziava la storia, raccontata in una sola striscia orizzontale di tre o quattro vignette in bianco e nero.

Capitan Miki era un giovanissimo capitano dei Rangers del Nevada, infallibile con la Colt e abilissimo nella lotta corpo a corpo. Non beveva mai alcolici, ma solo latte o limonata. Cavalcava il fedele Napoleone e divideva le avventure con lo scout Doppio Rhum e il Dottor Salasso, eternamente intenti a bere e a litigare. Il giovane eroe sconfiggeva puntualmente fuorilegge e imbroglioni, riportando la giustizia nel mitico West americano.

Poi arrivava il turno di Blek Macigno, il Grande Blek: trapper biondo dai muscoli possenti, con il suo gilet di castoro aperto sul petto, i pantaloni di pelle e l’inconfondibile berretto con la coda alla Davy Crockett. Insieme ai Cacciatori dei Boschi combatteva le odiate Giubbe Rosse inglesi per l’indipendenza americana, affiancato dall’eccentrico professor Occultis e dal giovane Roddy Lassiter.
Mi piacevano tantissimo. Papà era l’unico a cui riconoscevo il diritto di leggermele. Il bene e il male erano ben distinti, la forza serviva a proteggere i deboli, l’amicizia contava più dell’eroismo individuale. Roddy dimostrava che anche un ragazzo poteva essere protagonista, mentre Occultis, come Doppio Rhum, insegnava che perfino gli errori possono trasformarsi in un sorriso o in una vittoria.

Quei venerdì mi riempiono ancora di nostalgia. Non solo per le storie e i loro mitici protagonisti, ma per papà che raccontava al figlio un’avventura attesa per tutta la settimana. Attraverso quei fumetti, mi stava anche insegnando uno stile di vita.