Foto: Palazzo Santa Chiara a Chivasso, ex convento e oggi sede del Municipio.

Nella diocesi di Ivrea non mancò la presenza del monachesimo femminile. La più importante consiste nel monastero benedettino di San Michele al monte (cfr. C. Sereno, Il monastero cistercense femminile di S. Michele d’Ivrea, Deputazione Subalpina di Storia Patria, Torino 2009). Sorto nel XII secolo nei pressi del lago omonimo e trasferito all’interno della città in seguito al Concilio di Trento, sopravvisse alla soppressione napoleonica; ospitato infine in una villa di Montalto Dora, raggiunse la metà del secolo scorso. Il monastero di Busano, presso Valperga, dipendeva dall’abbazia di Fruttuaria. La maggior parte di essi era legata all’autorità del vescovo: a Torino quello di San Pietro, ad Asti quello di Sant’Anastasio, a Tortona quello di Santa Eufemia; ancora, il monastero di Brione a Val della Torre, Santa Maria delle Grazie a Castino nell’Albese e San Pietro a Lenta nel Vercellese (cfr. E. Destefanis, Monasteri piemontesi nell’altomedioevo (secoli VIII-X), Fenestella, 2002).

Agli inizi del XIII secolo anche Chiara fece una scelta radicale incentrata nell’imitazione di Cristo povero, che intendeva favorire la riforma della Chiesa, nelle cui istituzioni si erano infiltrati eccessi di potere e di ricchezza. Le Povere Dame di San Damiano, dette in seguito Clarisse, si diffusero rapidamente in tutta la penisola. A Ivrea il monastero di Santa Chiara sorse per iniziativa del vescovo Alberto tra la fine del secolo XIII e gli inizi del XIV (cfr. Dal Convento di S. Chiara a Piazza Ottinetti. Trasformazioni di uno spazio urbano, a c. di G. Berattino, P. Buffo, S. Coppo, F. Quaccia, Bollettino n. 12, ASAC, 2012).

Nel 1303 il vescovo Alberto, dei Gonzaga di Mantova, francescano, procurò ad alcune sorores, provenienti dal novarese, una dimora provvisoria presso la Scala del Comune, attuale via della Cattedrale. Ma già l’anno successivo poterono trasferirsi in un edificio più idoneo presso la porta di Bando e nel 1310, grazie a donazioni, avviarono la costruzione di un vero monastero. “Nella nuova realtà religiosa entrano esponenti delle principali famiglie eporediesi… Evidente è l’incontro tra le attese religiose della società laicale e l’iniziativa di Alberto, che agisce sia in quanto vescovo sia in quanto membro di prestigio dei Minori, in grado di avvalersi delle strutture del proprio Ordine” (A. Piazza, in Storia della chiesa di Ivrea dalle origini al XV secolo, 1998). La vita delle Clarisse, allora come ancor oggi, era caratterizzata dalla povertà, cui si accompagnava la fiducia nella divina provvidenza, dalla preghiera liturgica, che si prolungava in quella contemplativa, e dallo spirito di fraternità, vissuta nella semplicità e nella gioia.

La chiesa del convento era a unica navata con sei cappelle. Sull’altare maggiore era collocata la tavola della Natività, con Santa Chiara che reca l’ostensorio, di Defendente Ferrari (1519). Tra il 1675 e il 1684 fu costruita una nuova chiesa in stile barocco. L’apparato decorativo comprendeva S. Francesco e S. Chiara dipinti sulla volta. Il nuovo edificio del monastero sarà ultimato solamente nel 1791. Già requisito dal Governo sabaudo per ragioni belliche, fu occupato da quello napoleonico che lo destinò a caserma della Gendarmeria imperiale.  “Il tramonto dell’antico regime e l’epopea napoleonica segnarono la scomparsa di quella secolare e ricca esperienza religiosa” (F. Quaccia, cit.). Dopo la restaurazione, il monastero fu ceduto alla Città per ospitare una caserma di cavalleria. Nel 1816 l’Amministrazione comunale deliberò di “formare una piazza”, l’attuale Piazza Ottinetti, “luogo di rappresentanza e di commercio”, utilizzando e prolungando i chiostri porticati del monastero e abbattendo la chiesa di Santa Chiara. Nel 1837 le autorità cittadine donarono al vescovo Luigi Moreno la pala d’altare, ora custodita nella sala adiacente la sacrestia del duomo. La lapide di fondazione del monastero è invece conservata nel Museo diocesano.

A Chivasso, allora capitale del Monferrato, i frati Minori si erano insediati fin dalla prima metà del secolo XIII. Dopo i Conventuali (convento di San Francesco) vi erano giunti i frati Minori dell’Osservanza (convento di San Bernardino). A San Francesco si ispiravano anche i Terziari francescani. Tra queste era la nipote del beato Angelo Carletti, frate Minore dell’Osservanza, maestro di teologia e superiore del suo Ordine. Dedita alla preghiera e alle opere della carità, Bartolomea Carletti si prendeva cura dei poveri e degli ammalati. Il numero delle nubili e delle vedove che chiedevano di fare parte delle Terziarie francescane andava crescendo. Alcune di esse cominciarono a condurre vita comune. Con l’aiuto di Angelo, Bartolomea fondò un vero e proprio monastero del Secondo Ordine. “All’antico monastero, alzata che ebbero una sufficiente abitazione, esse gettarono le fondamenta di una piccola chiesa nel sito appunto ove oggidì esiste il bastione detto di Santa Chiara” (G. Borla, Memorie istorico cronologiche della città di Chivasso, 1773). Lo stesso Angelo Carletti scrisse la Regola del nuovo monastero.

Nel 1508 la beata Bartolomea morì in fama di santità. Il suo corpo, sepolto nella sacrestia di San Bernardino, venne poi traslato nella chiesa di Santa Maria degli Angeli; dall’inizio dell’Ottocento è conservato nel Duomo cittadino. “Atterrata la chiesa e parte del monastero per ordine del re Francesco di Francia, che determinato aveva l’erezione del suddetto bastione, spostarono le Madri le loro celle verso levante e mezzogiorno, …e rialzarono la chiesa dedicata parimenti alla Beata Vergine Maria degli Angeli” (G. Borla, cit.). Il monastero andò distrutto nel 1639 durante la guerra civile piemontese. Nel 1739 si diede inizio a un grandioso ampliamento, che però rimase incompiuto, su disegno del padre gesuita Antonio Falletti dei marchesi di Barolo (cfr. L. Dell’Olmo, R. Scuccimarra, Storia di Chivasso e del Chivassese. Secoli XVI-XVIII, 1986). Requisito nel 1799 dal Governo francese e utilizzato come caserma militare, l’antico monastero delle Clarisse è diventato sede del Municipio di Chivasso. La chiesa più grande, che sorgeva all’angolo dell’edificio, è stata trasformata in abitazione. La più piccola, al suo interno, è diventata il grazioso Teatro civico.