Foto generata con IA

Riordinando i miei archivi mi sono imbattuto in alcune lettere di mio zio Gianfranco, scritte tra il 1942 e 1943, mentre era rifugiato in Svizzera. Rientrato in Italia per unirsi alla Resistenza, cadde in combattimento con il nome di battaglia Brambillino. Quelle lettere mi hanno riportato agli anni più bui della nostra storia.

Eppure, proprio in quel periodo ebbe luogo “un minuscolo puntino di bene“. È la storia del campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, in Calabria. Nato per applicare le leggi razziali, arrivò a ospitare circa 2mila700 ebrei stranieri, diventando il più grande campo di internamento fascista d’Italia.

Lo storico Jonathan Steinberg definì Ferramonti “il più grande kibbutz del continente europeo”. Non perché non fosse un campo di internamento, ma perché vi nacque una vera comunità: una scuola, una biblioteca, concerti, spettacoli teatrali, assistenza ai malati e libertà di culto. Grazie a uomini che scelsero di non rinunciare alla propria coscienza.

Tra questi spicca il direttore del campo, Paolo Salvatore. Aveva lavorato a Ponza e Ventotene, in contatto con numerosi oppositori del regime. A Ferramonti, pur rimanendo un funzionario dello Stato e applicando i regolamenti, scelse di esercitare la propria autorità mettendo al centro la dignità della persona. Dal 1941 gli fu accanto padre Callisto Lopinot, frate cappuccino, cappellano dei cattolici del campo e punto di riferimento per tutti gli internati. Fu in costante collegamento con la Santa Sede, in particolare con mons. Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, e lasciò un prezioso diario che costituisce oggi una delle principali testimonianze sulla vita del campo di Ferramonti.

Ma non si trattò del capolavoro di due uomini. Fu il frutto di una comunità: il maresciallo dei Carabinieri Gaetano Marrari, i medici, la solidarietà ebraica, la popolazione di Tarsia e gli stessi internati. Ciascuno fece la propria parte. Insieme dimostrarono che anche il bene può organizzarsi. Oggi, mentre le immagini delle guerre ci dicono che il Male può diventare sistema, Ferramonti ci insegna che una comunità può scegliere di custodire la dignità dell’uomo.

Grazie a un frate “curatore di anime e missionario” (Israel Kalt) e a “un funzionario cortese che voleva ostentare la sua umana comprensione per le nostre condizioni” (Giorgio Amendola).