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Sono fortunato. Lo scrivo senza falsa modestia: ho potuto studiare quello che mi piaceva, oggi lavoro in quel campo, e sto per iniziare un dottorato che mi permetterà di approfondire ancora di più le tematiche che mi aggradano. Ogni mattina ritrovo un senso in quello che faccio. Una vocazione, quasi. Mi gratifica, mi nutre, non mi pesa. Eppure una domanda mi tormenta da un po’: vale lo stesso per i miei coetanei?

I dati che seguono restano spunti più che una risposta definitiva. Li uso per pensare ad alta voce, non per fare statistica. Partiamo dai numeri più semplici. L’occupazione tra i laureati, entro un anno dal titolo, sfiora l’80%. Un dato confortante, se preso da solo. Guardato più da vicino, però, racconta un’altra storia: più di un giovane su tre svolge un lavoro che poco o nulla ha a che fare con gli anni passati a studiare. Cinque anni dopo la laurea la situazione migliora, ma resta tale, con squisita ironia della sorte, per un laureato triennale su tre.

Poi c’è la questione del piacere, quella che mi tocca più da vicino. Una recente indagine INAPP racconta che quasi la metà dei giovani considera il lavoro anzitutto un mezzo per guadagnare. Per altri è una necessità pura e semplice. Solo uno su quattro lo vive davvero come occasione di realizzazione personale; e questo mi spaventa da morire. Ho sempre rifiutato, e ringrazio per essermelo potuto permettere, qualsiasi attività lavorativa in cui non credevo e in cui non mi rispecchiavo, anche a costo di fare la fame, ma forse sono troppo idealista. In realtà poter scegliere, aspettare un’offerta migliore, rifiutare un impiego sbagliato, tutto questo costa. Costa in tempo, in sicurezza economica, in rete familiare o di benefattori alle spalle. Tra i ragazzi che vengono da famiglie agiate, il lavoro diventa occasione di realizzazione per uno su tre. Tra chi parte da contesti più fragili la quota crolla sotto uno su cinque. Che poi dipende pure dal perché uno si approccia ad un determinato mondo… (mio fratello si è iscritto quest’anno all’università perché vuole “fare i soldi”: mai approccio più lontano dal mio).

Resta poi la vexata quaestio della soddisfazione sul lavoro, quando esiste. Spesso è moderata, tiepida, incerta, schiacciata da stipendi bassi e contratti che non garantiscono stabilità, ma anche dalla passione che uno vive per quel determinato lavoro, e se forse parlare di vocazione non è sempre adatto, in molti casi invece è proprio quella l’ago della bilancia.

Forse il punto vero non riguarda “se” i giovani lavorano. Riguarda il “cosa” riconoscono in quel lavoro: gli anni di studio, i desideri coltivati, le energie spese. Molti giovani rifiutano l’idea che un impiego qualunque, spesso mal pagato e distante da ciò per cui si sono formati, basti a definire il loro futuro intero. Che poi pure riconoscersi solo nella propria professione è profondamente dannoso, e forse ne sto pagando pure io le spese… ma questo è un altro argomento.