La nuova legge elettorale, varata dal Senato tra aspre polemiche e in attesa della terza lettura (blindata) alla Camera, non prevede il ballottaggio, mantiene l’indicazione del premier, introduce (parzialmente) le preferenze, alza – moltissimo – le firme richieste per presentare nuove liste; soprattutto è un sistema proporzionale con un largo premio di maggioranza alla coalizione che raggiunga il 42 % dei voti. Questa è la vera sfida della Meloni perché oggi, con la secessione dell’ultra-destra di Vannacci (dato nei sondaggi all’8%), il destra-centro non va oltre il 40%, per la crisi di Forza Italia (7%) e Lega (5%).
La premier conta poi sullo scontro in atto nel “campo largo” tra Conte e le Schlein; il leader pentastellato, prima dell’inizio delle trattative nel centro-sinistra, ha posto tre condizioni irrinunciabili: l’indizione delle primarie in tempi brevi, il “no” agli aiuti, anche militari, all’Ucraina, il veto alla presenza in coalizione dei Centristi di Renzi, anche se oggi il “campo largo”, maggioritario sulla carta, perderebbe il primato senza l’intesa con l’area riformista, come hanno dichiarato esponenti diversi, da Prodi a D’Alema.
Paradossalmente il 42% potrebbe sfuggire ad entrambi i Poli, anche per la presenza di liste autonome, dai Centristi di Calenda al gen. Vannacci, dai Valdostani agli Alto-Atesini sino ai contestatori del Sud. In questo caso si tornerebbe al Parlamento della prima Repubblica, con il tramonto del sistema bipolare Berlusconi-Prodi e la rinascita delle “larghe intese”, garantite dal Quirinale.
I due Poli utilizzeranno i mesi che ci separano dal voto per invertire la rotta e mantenere il bipolarismo. Ma i problemi da affrontare sono molti.
Il primo riguarda la politica estera, con particolare attenzione al conflitto russo-ucraino: la Meloni e la Schlein sono solidali con Kiev, aggredita da Mosca da oltre quattro anni; ma Salvini e Conte propongono una linea sostanzialmente neutralista e filo-russa, anti-Bruxelles. Come potranno scegliere gli elettori se i programmi saranno generici per essere unitari?
La politica estera è il cardine della linea di governo e l’europeismo è la rotta dell’Italia dal dopo-guerra. Non possiamo ridurre il sostegno alla UE per sopire i dissidi nelle due coalizioni, specialmente di fronte all’avanzata dell’ultra-destra in Germania e Francia. Allo stesso modo – con il coraggio dimostrato da Papa Leone contro la guerra di Trump e Netanyahu in Iran – occorre contestare concretamente il governo israeliano sulle occupazioni a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.
Nel centro-destra e poi essenziale la definizione delle nuove leadership e dei programmi in Forza Italia e Lega; tra gli Azzurri e ormai palese il conflitto tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, tra la Famiglia (che copre i debiti del partito) e il segretario – vice premier, accusato di eccessiva “vicinanza” alla Meloni. Nella Lega le Regioni del Nord chiedono il ritorno alla linea Bossi e contestano l’inseguimento di Vannacci da parte di Salvini.
Il duello Conte-Schlein e il contrasto radicali-riformisti sono i veri problemi del “campo largo”: ai tempi della prima Repubblica la soluzione sarebbe stata la scelta “comune” di una terza figura; ora i due leader paiono irremovibili, con il rischio di ridurre la contesa elettorale ad un “duello personale”. Quanto al rapporto sinistra-centro, va rilevato che in Italia, da sola, la sinistra non ha mai vinto una elezione politica (regionali e comunali sono un’altra cosa). È entrata in maggioranza con Moro, al governo con Prodi.
Ci sono contestualmente i problemi giornalieri di governo, dal caro-vita alle crisi industriali, dai temi etici all’immigrazione. Anziché un improduttivo muro contro muro, è necessario un confronto serio, puntando alla soluzione dei problemi, nell’interesse generale del Paese, non pensando soltanto alla perenne campagna elettorale. Anche per accrescere la fiducia degli italiani verso le istituzioni democratiche.



