Foto: La copertina dell’autobiografia di Gino Martinoli, “Un secolo da non dimenticare”.
Gino Levi Martinoli (Firenze, 19 marzo 1901 – Ivrea, 25 dicembre 1996), ingegnere di formazione, dirigente d’azienda, studioso dell’organizzazione del lavoro e promotore della formazione, fu un uomo capace di coniugare competenza tecnica, sensibilità sociale e impegno civile.
Primogenito di Giuseppe Levi e Lidia Tanzi, Gino crebbe in una famiglia nella quale la ricerca scientifica, la cultura e il confronto intellettuale occupavano un posto centrale. Il padre, medico e illustre anatomista di origine ebraica, insegnò in diverse università italiane, prima di approdare a Torino. La casa dei Levi fu un ambiente vivace, frequentato da giovani destinati a lasciare un segno nella cultura del Paese.
Tra i fratelli di Gino vi erano Paola, che Adriano Olivetti sposò nel 1924, e Natalia, futura scrittrice conosciuta con il cognome del marito, Leone Ginzburg. Il rapporto fra Gino Levi e Adriano Olivetti nacque negli anni degli studi al Politecnico di Torino, dove entrambi frequentavano il corso di chimica industriale. Coetanei, accomunati da interessi intellettuali e da una sensibilità politica affine, i due giovani instaurarono un’amicizia destinata a durare per tutta la vita.
Terminati gli studi e il servizio militare, Gino accettò proprio nel 1924 la proposta di Camillo Olivetti di entrare in fabbrica come operaio, per conoscere direttamente le lavorazioni meccaniche e i problemi concreti della produzione. Il trasferimento a Ivrea segnò così l’inizio di una carriera che avrebbe portato Levi a ricoprire incarichi di crescente responsabilità. Dopo un soggiorno in Germania, utile per approfondire la lingua e conoscere altre realtà industriali, si stabilì definitivamente nel Canavese. Nel 1926 sposò Piera Cheli; dal matrimonio nacque, nel 1934, il figlio Arturo.
Levi Martinoli collaborò con Camillo Olivetti alla progettazione della macchina per scrivere M40, destinata a sostituire la M20, e si occupò poi dell’organizzazione della produzione del nuovo modello. Nel 1932 fu nominato direttore tecnico, assumendo un ruolo centrale nella riorganizzazione delle lavorazioni. Il suo contributo non si limitava alla soluzione di problemi meccanici. Era interessato soprattutto ai rapporti fra progettazione, produzione e direzione aziendale: comprendere come le diverse funzioni potessero collaborare significava ridurre gli sprechi, migliorare la qualità e rendere più efficace il lavoro.
Per Martinoli, l’efficienza non era un obiettivo isolato, ma il risultato di un sistema nel quale le esigenze della produzione dovevano confrontarsi con quelle dell’innovazione e del mercato. Era un modo di pensare che si accordava con la più ampia visione olivettiana: costruire un’impresa moderna senza ridurre il lavoratore a un semplice ingranaggio. L’ascesa professionale di Martinoli fu accompagnata da un impegno antifascista che gli costò la libertà personale.
Nel 1934 venne arrestato e trascorse circa due mesi in carcere a Torino; successivamente fu sottoposto ad ammonizione con restrizioni alla libertà di movimento. La persecuzione divenne ancora più pesante con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938. Per sottrarsi almeno in parte alle conseguenze della discriminazione antiebraica, Gino abbandonò il cognome Levi e assunse quello di Martinoli, preso dalla famiglia di uno zio.
Dopo la morte di Camillo, nel dicembre 1943, Adriano fu co-stretto a riparare in Svizzera nel febbraio 1944. La conduzione
dell’azienda fu affidata a una direzione collegiale: Giuseppe Pero per l’amministrazione, Giovanni Enriques per le attività commerciali e Martinoli per la produzione. Per quest’ultimo, rimanere a Ivrea significava assumersi re-sponsabilità industriali e, insieme, affrontare rischi personali. In collaborazione con Enriques e con altri esponenti dell’ambiente aziendale, partecipò alle attività antifasciste e al sostegno della Resistenza.
Nel gennaio 1945, quando emerse il pericolo che gli stabilimenti fossero minati e distrutti dalle forze tedesche in ritirata, Enriques e Martinoli contribuirono a scongiurare la devastazione. Con la fine della guerra si concluse anche la lunga esperienza diretta di Martinoli alla Olivetti. Lasciò l’azienda nel 1945, dopo avervi trascorso oltre vent’anni, formandosi come dirigente in una delle più importanti realtà industriali italiane. La sua carriera proseguì in altri contesti produttivi, fra cui la Necchi e il settore pubblico, con incarichi che gli permisero di estendere le proprie riflessioni sull’organizzazione aziendale.
Non si allontanò, tuttavia, dai problemi che avevano caratterizzato la sua esperienza a Ivrea. Al contrario, maturò un interesse crescente per la formazione professionale, l’istruzione e le trasformazioni sociali prodotte dallo sviluppo economico.
Nel 1964 partecipò con Giuseppe De Rita e Pietro Longo alla fondazione del Censis, il Centro studi investimenti sociali, nato per approfondire i rapporti fra sviluppo economico, istruzione e trasformazioni della società italiana. Nel 1980 ne assunse la presidenza. Il rapporto con la famiglia Olivetti non si esaurì con la conclusione dell’attività in fabbrica. Martinoli, rimasto vedovo di Piera Cheli nel 1975, tornò a stabilirsi a Ivrea. Nel 1982 sposò Silvia Olivetti, sorella minore di Adriano. Il matrimonio suggellò una relazione che aveva attraversato quasi sessant’anni di storia italiana.
Morì a Ivrea il giorno di Natale del 1996, a novantacinque anni. Martinoli fu uno dei protagonisti di una stagione nella quale l’esperienza industriale piemontese seppe interrogarsi sul proprio ruolo nella modernizzazione del Paese. Ricostruirne la vicenda significa quindi restituire visibilità non solo a un collaboratore e amico degli Olivetti, ma anche a un interprete significativo di quella cultura del lavoro che ha contribuito a fare di Ivrea e del Canavese un luogo centrale della storia economica e civile italiana. Merita una lettura la sua autobiografia, “Un secolo da non dimenticare. Riflessioni e fantasie di un testimone novantacinquenne“, pubblicato da Mondadori nel 1996.




