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Il giovane universitario, specie se fuorisede, è lo squattrinato per antonomasia. Quando va bene si galleggia per arrivare a fine mese, si accettano compromessi che raccontarli ai figli sarebbe quasi tabù, si condivide tutto il condivisibile, si mangia in mensa, si va a piedi, si fotocopiano i libri. Alcuni si giocano la schedina nella falsa speranza di svoltare la settimana e permettersi una birra in più. Ci si vergogna a chiedere una mano ai genitori, questo è vero.
A 19 anni ce ne si è andati di casa, forse sbattendo pure la porta in faccia, e tornare a bussare alla cassa, perché purtroppo in alcuni casi di questo pensiamo si tratti, è quanto mai umiliante. Piuttosto andiamo avanti a fagioli in scatola per una settimana, piuttosto chiediamo l’ennesima proroga dell’affitto. Ma questo in fondo è anche un po’ il bello di questo genere di avventure, che senz’altro ti donano uno spiccato spirito di sopravvivenza.
Poi c’è l’altro lato della medaglia del mondo universitario, quello che non ha mai staccato il cordone ombelicale, magari vive nella città d’origine, nella cameretta di sempre, ha la macchina con il pieno sempre fatto, le tasse pagate e preoccupazione alcuna su cosa pranzare. E magari nel frattempo lavora pure, perché non bisogna stereotipare troppo.
Dietro questa divisione, però, non c’è solo carattere o capacità di arrangiarsi: c’è anche una questione economica molto concreta. Secondo l’Istat, nel 2024 oltre 1,15 milioni di giovani tra 18 e 34 anni vivevano in povertà assoluta, l’11,7% della fascia d’età; tra i giovani il rischio di povertà o esclusione sociale arriva al 23,2%. Per il fuorisede, poi, l’affitto è spesso la voce che decide tutto: una stanza in città universitaria può assorbire una parte enorme di una borsa o di un reddito da lavoro part-time, lasciando poco per trasporti, libri o l’uscita serale. Non a caso il MUR prevede contributi per le spese di locazione degli studenti fuori sede, destinati a chi ha un ISEE universitario non superiore a 20mila euro.
Il divario tra i due casi si vede anche nell’origine familiare. Nel 2024, il 66,6% dei 25-34enni con almeno un genitore laureato aveva conseguito un titolo terziario, contro il 12,9% di chi proviene da una famiglia in cui nessun genitore è andato oltre la licenza media. Lo studente che resta a casa, con spese di vitto e alloggio coperte, può investire tempo e denaro nello studio, in un tirocinio o in un’esperienza all’estero; quello che vive da solo deve spesso scegliere tra un turno in più e una lezione, tra l’affitto e la sessione d’esame.
La laurea resta comunque una leva di mobilità: sempre l’Istat rileva che oltre metà dei laureati con redditi medio-alti migliora di almeno un quarto la posizione economica della famiglia di origine. Ma il punto è che non tutti iniziano dalla stessa linea di partenza: per alcuni l’università è un’occasione di crescita, per altri una corsa a ostacoli con il conto dell’affitto sempre in tasca. E, va detto, tutti con gli stessi meriti.


