Lunedì sera, all’Abbazia di San Benigno, si è svolto l’incontro con la comunità che era stata guidata da don Mario Viano fino alle sue dimissioni (cioè dopo la perquisizione dei carabinieri in canonica e l’indagine avviata dalla Procura di Ivrea nei giorni poco prima della Settimana Santa). Un primo incontro si era tenuto la settimana prima a Bosconero, altra parrocchia retta da don Mario.
Quello di San Benigno voleva essere un momento per ricucire, ascoltarsi dopo settimane difficili, provare a comprendere ciò che era accaduto e ritrovare la strada della comunione. Un centinaio di persone (tra cui alcune provenienti da Bosconero e già presenti al primo incontro, caratterizzate da accenti polemici e con l’intento di riproporre le stesse domande a cui il vescovo aveva già risposto la settimana precedente), si sono incontrate con il vescovo Daniele, che si era mosso da Ivrea con l’intenzione, ancora una volta, di ritrovarsi per parlare, in pace e serenità.
E va detto che questo è accaduto, ed è un motivo di cui rallegrarsi. Una comunità adulta sa trovare le ragioni per riprendere la strada, sa riconoscere il proprio ruolo dentro la Chiesa, sa comprendere il difficile compito di chi è chiamato a gestire, suo malgrado, un evento complesso vissuto da un sacerdote della Diocesi. Essere lì ha offerto la possibilità di percepire questa atmosfera, e cogliere la profondità degli interventi.
Il vescovo è rientrato ad Ivrea felice nell’aver incontrato una comunità pensante e matura, che ha saputo ben definire il confine esistente fra l’affetto per il suo ex parroco e la delicatezza dei passaggi che ora egli e la Diocesi dovranno affrontare, e che si è mostrata veramente consapevole delle dinamiche nella Chiesa.
Durante l’incontro, tuttavia, non sono mancate alcune rimostranze, accuse già ascoltate e domande ripetute come se nessuna risposta fosse mai arrivata. Così, accanto alla sincera volontà di ricominciare, e davanti ad un corposo gruppo di parrocchiani che mostrava una convinta maturità umana e cristiana, si è riaffacciato il rischio di rimanere prigionieri di una vicenda che continua a ferire (gratuitamente, oltretutto) e a stancare molti. Voler bene a una persona non significa chiudere gli occhi davanti ai fatti, stabilire in anticipo come si concluderà un’indagine o trasformare ogni posizione assunta nel frattempo (in questo caso dal vescovo) in una prova di ostilità nei suoi confronti.
Lunedì sera il vescovo Daniele ha ripercorso le scelte compiute in quei giorni difficili. Ha spiegato ancora una volta come abbia gestito una situazione delicata e tutt’altro che comoda, ponderando le decisioni, consultandosi e valutandone le conseguenze. Le dimissioni dall’incarico pastorale, ha chiarito monsignor Salera, rispondevano anche alla necessità di consentire a don Mario di affrontare la propria situazione senza essere ulteriormente esposto al clamore pubblico. La scelta di non entrare nei dettagli personali e di ricorrere inizialmente a spiegazioni improntate alla discrezione mirava a evitare che una vicenda già dolorosa si trasformasse in una gogna mediatica. Una gogna che, come ha osservato qualcuno durante l’incontro, è stata alimentata anche da chi, sul posto, ha preferito comportarsi da “tifoso” anziché da persona ragionevole.
Nel frattempo, per il vescovo, occorreva garantire che due comunità parrocchiali non rimanessero senza una guida. In un momento nel quale ogni parola rischiava di essere amplificata, interpretata o usata contro qualcuno, scegliere la prudenza non ha significato sottrarsi alle proprie responsabilità, compresa quella di mantenere un silenzio rispettoso.
Lo hanno ricordato anche i salesiani, attraverso un lungo e appassionato intervento di don Pier Majnetti, direttore dell’istituto di San Benigno. In quella fase difficile hanno scelto di non essere “tifosi” di una parte o dell’altra, continuando a voler bene a don Mario e alle comunità, invitando tutti a non cadere nella trappola del conflitto. Don Pier ha ricordato quei giorni e la necessità di lavorare per la serenità di ciascuno, mantenendo la calma di fronte al frastornamento provocato soprattutto dall’assalto dei media. Le sue sono state parole forti, capaci di offrire un conforto umano e spirituale a un vescovo che non si è sottratto alla scomoda responsabilità di gestire questa vicenda.
Anche la Diocesi nel suo complesso ha sofferto per essere stata trascinata in una contrapposizione ormai di troppo lunga durata. Non vi è stata una richiesta di obbedienza cieca, né un tentativo di mettere a tacere le domande; ma vi è, ancora oggi, un richiamo alla decenza, tanto più necessario quando si parla della Chiesa. Dopo tante parole, è arrivato il momento della misura, con la coscienza di chi sa mettere i pezzi del puzzle al posto giusto, invece di collocarli dove più conviene.
Un ulteriore aspetto emerso durante la serata è stato la difficoltà, da parte di alcuni, di uscire da una contrapposizione che sembra ormai autoalimentarsi, sostenuta (ma fino a quando?) anche da ricostruzioni giornalistiche che ricominciano sempre daccapo la narrazione e che – va ribadito – non raccontano la verità degli eventi ma la loro manipolazione. Appunto quella, la sola, che può spingere a buttare sul tavolo dell’incontro anche l’insinuazione che un intervento fatto settimane fa da monsignor Pier Giorgio Debernardi, che a San Benigno è considerato una “istituzione”, sia stato pilotato. Ma chi, a questo punto è veramente pilotato? Chi sono i mandanti di questa strategia denigratoria?
È forse giunto il momento di interrogarci anche sulle nostre abitudini e sulla responsabilità che accompagna ogni nostra scelta di lettura, rifiutando la capziosità e allontanando un approccio ingenuo alle vicende raccontate. L’attenzione che dedichiamo a una testata, infatti, non sempre esprime con chiarezza il nostro dissenso: un clic, una visita al sito, l’acquisto in edicola possono essere interpretati come segnali di interesse e contribuire ad accrescerne la visibilità. Per questo, di fronte a un’informazione che riteniamo ripetutamente parziale o lontana dai fatti, non basta manifestare il proprio disappunto: occorre anche valutare consapevolmente a chi concedere la nostra attenzione e fiducia, a dire basta allo scempio della verità con quella che è la nostra forza. Siamo chiamati a esercitare con maggiore consapevolezza la nostra libertà di lettori. Non possiamo affidarci soltanto alla speranza che certe modalità di fare informazione cambino spontaneamente: possiamo, invece, scegliere quali voci (non) ascoltare, quali contenuti (non) condividere e quali narrazioni (non) contribuire ad amplificare.
Quando la verità delle persone rischia di essere oscurata da ricostruzioni col solo obiettivo di ferire, insinuare o alimentare pregiudizi, prendere le distanze non significa sottrarsi al confronto, ma rifiutare di diventarne, anche involontariamente, complici. È una forma di responsabilità civile e morale: non rispondere al rumore con altro rumore, ma difendere la verità attraverso scelte coerenti, ferme e consapevoli. È necessario porre la maggiore distanza possibile con la “macchina del fango”, ricordando, per contro, altri esempi di informazione dove le situazioni vengono trattate con verità, serietà, equilibrio e rispetto per le persone coinvolte.
Sant’Anselmo, che frate non era, ma monaco, nel De veritate lega la verità alla rettitudine: “la verità non consiste nel piegare le parole a ciò che si vuole sostenere, ma nel riconoscere ciò che esse devono significare”.


