Foto: di Ferdinando Traversa – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=185021364
Quest’anno mi ero imposto di non seguirlo. Niente dirette tv, niente serate davanti allo schermo, auspicabile blackout totale. Sembrava facile, però sono stato puntualmente disatteso: ormai il Festival non vive più solo in televisione.
Se io, che non ho visto neanche un minuto di diretta, so comunque che cosa è successo, significa che Sanremo è diventato altro. Non è più soltanto un programma della Rai. È un evento che circola ovunque. Compare nei social, passa alla radio, entra nelle conversazioni tra amici e nei titoli dei siti di notizie. Anche provando a ignorarlo, qualcosa arriva sempre. L’algoritmo sa quanto pesa questo appuntamento nella vita culturale italiana e trova il modo di infilartelo nella giornata.
La mia conoscenza di questa edizione è fatta di frammenti: clip brevi, battute isolate, piccoli momenti visti di sfuggita, meme. Molti hanno avuto la stessa esperienza: tutti sanno più o meno cosa è accaduto, però pochi hanno seguito davvero le serate dall’inizio alla fine. Un peccato, pensando al lavoro enorme di registi, tecnici e maestranze che ha costruito uno spettacolo così complesso.
Tra le cose che restano, a due settimane di distanza, spicca il fenomeno di Tony Pitony.
Un musicista con talento evidente, tecnica solida e una grande cultura musicale. Sceglie però una strada ironica e provocatoria, a tratti deprecabilmente volgare, seppur costruita con grande precisione. La vittoria nella serata delle cover racconta un percorso nuovo: un artista, formato nelle accademie, che si crea un personaggio e sboccia sui social e che arriva sul palco più tradizionale della musica italiana.
È divertente leggere quello che racconta lui stesso: la nonna che chiede al nipote di cercare sui social chi sia Tony Pitony e scopre un mondo che non avrebbe voluto conoscere. Un personaggio costruito ad hoc, l’eroe nero di cui i giovani cantano le gesta oggi.
Anche la canzone vincitrice sembra seguire questa logica. Il successo passa ormai dai social, da brevi frammenti che girano ovunque. Io, per esempio, non l’ho mai ascoltata per intero. Se la musica circola in clip di pochi secondi e se la regia di Sanremo è pensata quasi come un videoclip, grazie anche alla tecnologia Cuepilot, viene spontaneo chiedersi se tre minuti di canzone non siano già troppo lunghi per il nostro tempo. E spero ancora che la risposta sia negativa, altrimenti dove finisce la poesia?
Forse è solo l’inizio di un modo diverso di vivere la musica popolare, o forse nell’accorgercene siamo già al punto di non ritorno.


