Foto: Un allievo alle prese con le prove psicotecniche (fonte www.storiaolivetti.it).

Nel febbraio del 1954 comparve, sulla rivista Comunità, un articolo del pedagogista Aldo Visalberghi dal titolo Il testing del profitto scolastico. Adriano Olivetti ne fu profondamente colpito, a tal punto da chiedere a Visalberghi di approfondire l’argomento e scrivere un vero e proprio saggio sull’argomento. Fu così che, il 25 giugno 1955, la casa editrice Edizioni di Comunità, fondata da Adriano Olivetti nel 1946 sulla base della precedente esperienza delle Nuove Edizioni Ivrea, pubblicò il volumetto Misurazione e valutazione nel processo educativo. Nel saggio, Visalberghi associava il termine misura, proprio delle discipline scientifiche e atto ad individuare l’operazione di confronto di una grandezza fisica con un’unità di riferimento, al profitto scolastico, ovvero l’esito del processo di apprendimento: le conoscenze, le competenze e le abilità che uno studente raggiunge nei diversi contesti del sapere.

Aldo Visalberghi fu l’ispiratore della trasformazione della pedagogia in scienza dell’educazione. Nacque a Trieste il 1º agosto 1919 e morì a Roma il 12 febbraio 2007. Frequentò il liceo-ginnasio Dante Alighieri di Trieste, dove ebbe tra i suoi insegnanti Giani Stuparich.

Successivamente entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove studiò filosofia e fu allievo di Guido Calogero. In seguito, orientò i propri interessi sulla pedagogia, attraverso lo studio del pensiero di John Dewey. Durante la Seconda guerra mondiale fu sottotenente dei Granatieri di Sardegna e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla difesa di Roma a Porta San Paolo, dove venne ferito. Raggiunto il Piemonte, entrò nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, partecipando alla Resistenza e arrivando a collaborare con il Comando regionale. Fu arrestato due volte e rimase in clandestinità fino alla Liberazione. Dopo alcune esperienze di insegnamento, Visalberghi intraprese la carriera universitaria. Insegnò a Torino e Milano e nel 1962 venne chiamato alla cattedra di Pedagogia dell’Università di Roma.

Nelle sue opere scritte intorno alla metà degli anni Cinquanta, Misurazione e valutazione nel processo educativo e Esperienza e valutazione, Visalberghi mise al centro della propria attività di ricerca il concetto di “valutazione”; in questi lavori sollevò il problema della creazione di standard affidabili per valutare l’efficacia dei processi di insegnamento e di apprendimento. Da sempre, in campo scolastico, gli studenti ambiscono al “voto giusto”, ottenuto attraverso strumenti che rendano l’attribuzione nel modo più oggettivo possibile; gli insegnanti spesso utilizzano batterie di test di valutazione del profitto, simili ai test psicometrici utilizzati nell’ambito delle scienze sociali. In quegli anni si era infatti diffuso, anche in Italia, l’entusiasmo per i test oggettivi che venivano già utilizzati nel mondo anglosassone.

Ma, secondo il pedagogista, i voti così determinati erano i residui di una concezione superata, improntata ad una “inumana preminenza della funzione selettiva”. Essi, pur costituendo una necessità amministrativa, “saranno sperabilmente tolti di mezzo dal progresso educativo quando le scuole saranno volte al libero e armonico sviluppo delle attitudini individuali e delle disposizioni sociali degli allievi considerati come persone dotate di un loro valore singolare e incommensurabile”. La valutazione non può essere basata esclusivamente sulla misurazione quale meccanismo automatico di selezione, ma è espressa attraverso un giudizio complessivo che deve tener conto di molti elementi e che non può essere dedotto dal punteggio di un test oggettivo. La misurazione produce informazioni quantitative sugli esiti dell’intervento didattico, ma parziali, poiché non costituiscono il giudizio sulla complessità dell’intervento didattico.

Adriano Olivetti individuò in Aldo Visalberghi un interlocutore adatto a trattare il tema della valutazione scientifica dell’educazione. Olivetti concepiva l’impresa come una “comunità”, all’interno della quale tutti cooperavano per il progresso sociale e culturale, sia in campo scientifico e tecnico, sia in campo umanistico; per primo, fece suo il concetto di “lifelong learning”, attraverso i corsi del Centro Formazione Meccanici e dell’Istituto Tecnico, la biblioteca, le attività del Centro Culturale e le pubblicazioni delle Edizioni di Comunità.

Egli si discostò così dal taylorismo classico, che conobbe ed apprezzò durante il suo viaggio negli Stati Uniti, teoria che riteneva la formazione funzionale alla mansione: secondo Olivetti, la formazione doveva invece contribuire allo sviluppo integrale della persona, delle sue competenze, della sua cultura e delle sue possibilità di crescita professionale e sociale. Per Olivetti, la selezione del personale non era solo una verifica delle competenze tecniche e combinava diversi strumenti: le prove scritte e pratiche sulle conoscenze e sulle competenze proprie della mansione, il colloquio individuale, ove il candidato raccontava i propri interessi, le aspirazioni e le aspettative, i test psicotecnici, utili a valutare le attitudini intellettive, il colloquio psicologico e, infine, una valutazione complessiva della persona.

A tal fine, Olivetti costruì intorno alla procedura di selezione del personale una vera e propria rete di psicologi, sociologi, intellettuali e responsabili, tra cui si ricordano, fra gli altri, Cesare Musatti, che nel 1943 fondò il Centro di psicologia del lavoro su impulso di Adriano, e Francesco Novara.

Emerge così in modo chiaro la convergenza tra la visione del pedagogista Aldo Visalberghi e la concezione olivettiana della formazione e della centralità della persona. E forse, la definizione contrattualistica di scuola quale “comunità educante di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, […] volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni” deve tanto ad Adriano Olivetti e ad Aldo Visalberghi. Di recente, l’Associazione Gessetti Colorati di Ivrea ha riscoperto la figura del pedagogista.