L’accoltellamento di un giovane ad opera di un coetaneo in una scuola di La Spezia ha ulteriormente alzato l’asticella sul tema sicurezza, sviando elegantemente sul tema che sta molto all’origine della (in)sicurezza; quello dell’educazione. Il fatto di La Spezia, nei tanti commenti che ne sono seguiti, ha pesantemente rimesso al centro il ruolo della scuola, gettandole sulle spalle le sue responsabilità, le tante (probabilmente troppe) cose che dovrebbe fare come se fosse l’unica istituzione educante. Di questo tema abbiamo già scritto più volte, come pure della responsabilità educante delle famiglie, anch’essa spuntata nei commenti.

Ma sono solo queste due “istituzioni” ad essere educanti? Non appare mai una riflessione sul ruolo educante anche delle varie componenti della nostra società: dalla politica allo sport, dai giornali alla televisione e tanto altro… Perché è la società intera a educare; attraverso i linguaggi che usa, i toni che legittima, i modelli che premia: (dis)educa quando normalizza l’insulto, quando trasforma l’aggressività in spettacolo, quando riduce la complessità a slogan urlati; (dis)educa quando la politica parla per nemici, lo sport giustifica l’odio in nome della rivalità, il giornalismo rincorre il sensazionalismo, l’economia celebra il successo a qualsiasi costo; (dis)educa quando dice una cosa e ne pratica un’altra.

Si chiede ai giovani rispetto, ma si offre loro uno spazio pubblico dominato dalla derisione. Si invoca il dialogo, ma si costruiscono carriere sull’umiliazione dell’altro. Si parla di regole, ma si accetta (o si applaude) chi le aggira. In questo cortocircuito educativo, la scuola e la famiglia diventano comodi capri espiatori: le uniche istituzioni a cui si chiede coerenza, mentre tutto il resto del sistema può permettersi l’irresponsabilità.

La politica è forse l’esempio più evidente. Il linguaggio politico degli ultimi anni ha sdoganato l’insulto, la semplificazione brutale, la disumanizzazione dell’altro. Il messaggio che passa è che per affermarsi bisogna alzare la voce e non argomentare; colpire e non comprendere. Anche lo sport spesso tradisce la sua funzione educativa, quando l’avversario diventa un nemico, l’arbitro un bersaglio, la sconfitta un’ingiustizia da vendicare. Il giornalismo non è innocente: titoli gridati, cronaca spettacolarizzata, semplificazioni estreme costruiscono una visione del mondo in cui conta solo l’impatto emotivo, non la verità; la reazione immediata, non la riflessione.

Non esiste un’educazione neutra. Ogni parola pubblica educa o diseduca. Ogni tono costruisce comportamenti. Ogni modello indica una direzione. Pensare che la scuola e la famiglia possano compensare da sole una società che urla, semplifica e aggredisce è ingenuo. Se davvero vogliamo giovani più responsabili, dobbiamo diventare adulti più responsabili nello spazio pubblico. Politici, giornalisti, dirigenti sportivi, imprenditori, influencer… tutti soggetti educanti. La domanda allora non è più “cosa non fanno scuola e famiglia?”, ma “che esempio stiamo dando come società?”.