La positiva novità del referendum sulla giustizia è svanita: l’astensione dal voto riprende a crescere. Un elettore su due (sondaggio La Stampa) non intende partecipare alle prossime consultazioni Politiche. È un giudizio critico sulle forze partitiche, che dovrebbero riflettere su questa diserzione.
Anzitutto non regge questo clima di perenne campagna elettorale ad un anno dalle urne, con una contrapposizione sistematica su tutto, sempre ben oltre il merito dei temi in discussione.
Ci sono poi le confusioni, le incertezze programmatiche e politiche nei poli, a cominciare dalla politica estera. Emblematica la vicenda della riunione Nato, ad Ankara: la premier Meloni è giunta all’ultimo minuto per non incontrare Trump, che continua ad attaccarla senza ritegno. Ma la vicenda ormai supera la questione personale (disgustosa per Trump) perché coinvolge la pretesa della Casa Bianca di aver rapporti di dominio su tutti i Paesi Nato, a cominciare dall’Italia. Palazzo Chigi ha detto no (dopo le aperture iniziali alla dottrina Maga), ma la nuova collocazione resta incerta, anche per la linea diversa di Salvini, filo-Trump e filo-Putin, anti-Europa. Sull’Ucraina il sostegno dell’Italia si è fatto più debole, ed ora si apre il fronte francese con la candidatura presidenziale di Marine Le Pen, sovranista, anti-Bruxelles, sostenuta dal Carroccio.
Un segnale di imbarazzo si è colto ancora una volta sul tema drammatico dell’immigrazione: il Governo è rimasto silenzioso di fronte al forte appello di Papa Leone da Lampedusa, mentre aveva preso posizione contro gli insulti di Trump. Probabilmente Palazzo Chigi non vuole rompere definitivamente i ponti con il generale Vannacci, teorico della “remigrazione”, trumpiano e putiniano. Ed anche sulla nuova legge elettorale la Lega (aiutata da Tajani) frena: contraria sulle preferenze, ostile al nome della Meloni sulla scheda…
Complessivamente il destra-centro, caduto l’ombrello di Trump, è alla ricerca di un nuovo equilibrio geo-politico, che per ora non si intravede; per questo Fratelli d’Italia punta sulla persona della Meloni. E il programma?
Nel campo largo la verità l’ha indicata Conte: le trattative sul programma cominceranno ad ottobre, terminate le consultazioni popolari del M5S. Nel frattempo ogni partito “viaggia da solo”. Lo si è visto proprio sulla politica estera: Pentastellati e Alternativa Verdì-Sinistra sono contrari a nuovi aiuti a Kiev, il Pd a favore (con prudenza), i Centristi manifestano pieno sostegno a Zelensky. Il neutralismo nel conflitto russo-ucraino “de facto” favorisce Putin che conduce in Europa la politica disgregatrice avallata da Trump nei colloqui in Alaska. Si può ignorare l’alleanza effettiva tra la Casa Bianca e il Cremlino?
Il centro-sinistra ha poi sempre aperta la quesitone del leader (Schlein, Conte o un esterno?) mentre cerca una difficile coabitazione tra radicali e riformisti. Dopo la regia a quattro, senza Renzi, (Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni), ambienti vicini alle segreterie Dem e M5S cercano di varare una o due formazioni centriste, con l’assessore romano Onorato e il professor Ruffini. Ma siamo lontani dallo spirito fondativo dell’Ulivo e del Pd, con l’impegno di Prodi per una presenza pluralistica delle culture di riferimento.
Infine il Terzo Polo di Calenda continua ad oscillare tra il 3 e il 4 per cento, pur con adesioni autorevoli di Centristi. Resterà autonomo anche dopo il voto, o sarà disponibile ad un appoggio alla Meloni in funzione anti-Vannacci? Non è una questione da poco.
La debolezza dei Poli e la crescente astensione rende difficile per i sondaggisti raggiungere la soglia maggioritaria del 42% prevista dal ddl governativo. In ogni caso sarebbe giusto consegnare per cinque anni il potere ad una coalizione votata da un quinto degli italiani? Sarebbe rispettata, nella sostanza, la dimensione democratica della Carta Costituzionale? Per questo, anziché logorarsi sulla legge elettorale, il Parlamento farebbe meglio a dedicare quest’ultimo anno della legislatura ai temi più urgenti, a cominciare dalle guerre aperte.



