Elly Schlein ha detto “no” al federatore del campo largo, proposto da mezzo Pd e dal M5S, optando per lo scontro diretto nelle “primarie” con Giuseppe Conte; ha motivato la scelta con una linea politica radicale, sostenendo che da vent’anni il centrosinistra perde con una posizione moderata. Ma la realtà storica sembra diversa: nel ‘96 e nel 2006 Romano Prodi vinse contro Berlusconi con una proposta riformista, mentre Achille Occhetto, segretario del Pds, subì la sconfitta; sorte non migliore toccò nel 2013 al post-comunista Pierluigi Bersani. Il nuovo segretario dem Matteo Renzi, l’anno dopo, ottenne il 41% dei voti alle Europee con un programma moderato e riformista (poi il successo fu buttato alle ortiche con un referendum istituzionale “autoritario”, così come quello sulla Giustizia della Meloni).

Se poi la segretaria dem si riferisce alla sconfitta del prodiano Enrico Letta, fu decisa dalla rottura Pd-M5S; ma oggi il rapporto non appare migliore, e non solo per il prossimo scontro ai gazebo Conte-Schlein; “la Repubblica”, il foglio progressista fondato da Eugenio Scalfari, ha titolato la prima pagina: “Primarie, rebus Kiev”. Perché, anche dopo l’accordo Trump-Putin sul gasolio russo, il M5S ha rifiutato ogni ipotesi di sostegno militare all’Ucraina, diversamente dal Pd (il diritto di Kiev alla legittima difesa è stato recentemente ribadito dal card. Parolin, Segretario di Stato Vaticano).

Altro tema di scontro tra dem e pentastellati riguarda il perimetro delle alleanze, perché Conte non vuole Renzi, anche a costo di perdere il 2-3 per cento dell’elettorato centrista, che potrebbe essere determinante per raggiungere il quorum maggioritario del 42%, previsto dalla nuova legge elettorale (soggetto tuttavia al giudizio finale della Corte Costituzionale); sicuramente nel campo largo due liste centriste: “Più uno” del prefetto Franco Gabrielli, già capo della Polizia, e del giurista Ernesto Ruffini (programma Popolarismo e giustizia sociale); Formazione civica guidata dall’assessore romano Onorato e sostenuta dal Movimento Pentastellato.

Nel destra-centro la preoccupazione maggiore della Meloni è raggiungere alle politiche il 42%; si spiega in questo modo l’accordo con la discussa formazione politica siciliana di Cateno De Luca, valutata nei sondaggi all’1%. La coalizione di governo continua a soffrire le crisi di Forza Italia e della Lega, sempre più in contrasto, dalle candidature per il Sindaco di Milano alla politica estera. In particolare sull’Ucraina Salvini ha sposato la linea Trump-Putin contro Kiev, mettendo in difficoltà non solo il ministro degli Esteri Tajani, ma soprattutto la premier, sinora sostenitrice di Zelensky. Per intanto i nuovi aiuti per Kiev sono fermi, per l’opposizione della Lega, con una linea parallela a Conte (e a Vannacci).

Questa debolezza politica ostacola il governo nella trattativa con Bruxelles sulle scottanti questioni economiche, dal carovita alla politica energetica. Roma, spesso critica con Bruxelles (Lega e Fratelli d’Italia hanno bocciato la relazione autunnale di Ursula von der Leyen), si comporta spesso come una forza d’opposizione, alla maniera di Bonelli e Fratoianni.

In questo frangente confuso e incerto sono passate quasi inosservate le dichiarazioni al “Corriere” dell’on. Casini, già presidente della Camera, braccio destro dell’on. Forlani, alleato con il governo Berlusconi-Fini, poi transitato nel centro-sinistra (come indipendente). L’autorevole esponente centrista, dopo 44 anni di attività parlamentare, ha annunciato la rinuncia alla candidatura. Perché? Casini non l’ha detto; molti media ritengono che il politico bolognese si prepari ad una candidatura al Quirinale nell’ipotesi di un “pareggio” alle politiche per la fragilità dei due Poli. Significa che lo “stabilicum” o “melonellum” non gode di ampio credito anche in alte sfere politiche, che anziché alla Terza Repubblica, guardano con nostalgia alla Prima.

Il termometro sarà il voto sull’Ucraina dopo la “scomunica” di Trump: se le due coalizioni si spaccheranno o voteranno mozioni generiche, vorrà dire che l’Italia, dopo ottant’anni, è senza una politica estera.