Don Stefano Cossavella, Giusto tra le Nazioni.

Una luce si è accesa per illuminare un tratto di storia del Canavese e del Monferrato Casalese.

A premere l’interruttore, un bambino delle Scuole elementari di Rosta che, nel 2019, chiede alla Maestra: perché non ci fa vedere sulla “lim” che faccia aveva Hitler?

Ma andiamo con ordine.

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Siamo, come abbiamo visto, nell’aula di una Scuola Primaria.

Un gruppo di Maestre intelligenti e sapienti, pensa di organizzare un laboratorio che già dal titolo si mostra utilissimo, “Le sentinelle della memoria”.

E, solo che si avesse un po’ più di tempo, non sarebbe fuori luogo aprire una (prima) parentesi su quanto la parola suggerisca nel raccontare di quella sentinella evocata da Isaia (21,1-12) con quelle statue di dei abbattute nella Babilonia che è caduta.

Con la domanda che ritorna, come il senso della risposta:

«Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?».
La sentinella risponde:
«Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!».

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Ad aiutare le Maestre, una Studiosa che si dedica in particolare alla Storia della Shoah, la Signora Rachele Bernardi Gra.

Alla domanda dell’alunno la Maestra non risponde subito, rimanda alla lezione successiva: si consulta con Rachele, che ha un’idea un po’ diversa.

Ai bambini non bisogna parlare soltanto dei personaggi negativi, ma, insieme, occorre offrire loro esempi di virtù, di promozione del bene comune che, questi non meno dei primi, abbiano i volti di uomini e donne veri: capaci di combattere il male, anche a prezzo della propria incolumità, fino al sacrificio della vita.

Rachele pensa subito a Giorgio Perlasca, anch’egli Giusto tra le Nazioni, che per i più ha il volto di Luca Zingaretti, noto al pubblico nella bella fiction “Giorgio Perlasca, un eroe italiano”: nessuno, o pochi, sanno come sia stato davvero il commerciante comasco che, fingendosi diplomatico, riuscì a salvare migliaia di ebrei ungheresi.

E dopo Perlasca?

Bisogna proseguire con la “galleria” dei Giusti, perché essere educatori a tutto tondo significa proprio questo: proporre ai ragazzi la via possibile alla virtù e al bene comune.

Questa volta è Rachele a fare scoccare la scintilla: mi ricordo che mia nonna mi parlava…

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Già: la nonna Domenica, al tempo della Guerra, abitava a Muriaglio dove trascorse tutta la sua vita e, tanti anni dopo, non avrebbe lesinato alla nipotina, desiderosa di sapere, il racconto di quella storia ancora bene impressa nella memoria della gente.

La storia di quel Sacerdote, il Parroco di Muriaglio, Don Stefano Cossavella, che aveva salvato una famiglia di ebrei sfollati da Casale Monferrato.

(la famiglia del Dott. Armando Morello, poco prima dello sfollamento)

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Una memoria collettiva, condivisa da una comunità che aveva preso parte attiva a fatti straordinari.

Fatti che cerchiamo di raccontare, già sapendo che, oltre a quello principale, occorrerà seguire filoni non già “secondari”, ma piuttosto convergenti: perché in quei diciotto mesi o poco più si intrecciano storie, percorsi, eventi che vedono la comunità civile e quella ecclesiale unite dal denominatore comune della carità.

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Rachele si mette al lavoro ed incomincia a costruire una “squadra”.

Si rivolge al Presidente dell’Anpi di Castellamonte, Mauro Rovetto ed al nipote di Don Cossavella, Alessandro Viglia Atton.

Insieme, iniziano a tracciare la trama di una storia che era lì, ancora pulsante nella memoria di tanti, ma che nessuno aveva mai cercato prima di conoscere nella sua complessità e men che meno di raccontare

Poche le eccezioni.

Già nel 2015, il Parroco di Castellamonte, Don Angelo Bianchi, aveva preso l’iniziativa di fare realizzare e poi affiggere nell’antica Chiesa della Frazione, una targa che ricordasse il passaggio di Don Stefano.

Ed il Presidente dell’Anpi di Castellamonte, Mauro Rovetto, aveva composto un bel saggio pubblicato dalla Rivista “Canaveis” che resta un riferimento imprescindibile per proseguire nelle ricerche sistematiche.

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Don Stefano Cossavella, Sacerdote diocesano

Fino a quei giorni di settembre 1943, Don Stefano era stato un Sacerdote diocesano che non aveva fatto molto parlare di sé.

(un momento di vita ecclesiale a Muriaglio: la visita del Vescovo Mons. Paolo Rostagno)

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Fu nominato Parroco di Muriaglio nel 1932 e vi rimase fino al giorno della morte, che lo colse il 1 luglio 1965.

A tenergli la mano il pronipote Alessandro Viglia Atton, oggi 77enne, che visse con lui fino all’età di 18 anni.

La sua mamma, infatti, nipote di Don Stefano, insieme alle sue sorelle era rimasta orfana nell’età dell’adolescenza e così le ragazze trovarono accoglienza presso Sacerdoti parenti (una di loro da Don Spagna, Parroco a Cintano in Valle Sacra; un’altra, appunto da Don Cossavella).

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La mamma di Alessandro, dunque, fu testimone oculare di quei giorni.

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La famiglia del Dottor Armando Morello

La comunità ebraica di Casale Monferrato è sempre stata, anche e ben prima del 1848, una delle più importanti del Piemonte.

A partire dal 1938, con l’avvento delle leggi razziali fasciste

si iniziò un lento, ma costante esodo e, all’epoca dei fatti, quando era Rabbino Capo della comunità Raffaello Lattes, gli ebrei residenti in città erano poco più di cento.

Ancorchè abbiano costituito un “unicum” nell’Ordinamento del tempo, le cosiddette “Leggi” razziali furono un insieme di provvedimenti di varia gerarchia, tutti convergenti nel condizionare e rendere via via sempre più ristretto il perimetro vitale delle famiglie ebree: i ragazzi non poterono più frequentare le scuole, così come agli Insegnanti fu tolta la cattedra.

Ma il titolo di quella prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938, nella sua composizione completa di sottotitolo, dice già quel che basta per indurci a chinare il capo.

E non diversa sorte toccò anche ai Medici, professione esercitata, con merito ed unanime stima, proprio dal Dottor Armando Morello.

Se nei primi anni l’abominio della persecuzione crebbe come cresce la marea, è dal 1943, dopo l’8 settembre, che il regìme getta la maschera di un apparente e già labile “politically correct”, si consumano le violenze più efferate e si inizia la caccia all’uomo, anche se questi è ancora un bambino.

Se il popolo non trova ancora la forza di ribellarsi, non mancano tuttavia casi esemplari di persone che non si rassegnano ad esiliare del tutto la coscienza.

Sicchè, proprio a poche ore dal momento in cui gli aguzzini avevano stabilito di recarsi a casa Morello per prelevare la famiglia, già destinata ai campi di sterminio, è un Carabiniere, uno degli incaricati dell’ingrato compito, ad avvertire il Medico: bisogna fuggire subito.

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In quella notte partono otto persone.

Il nucleo familiare del Medico Armando Morello (classe 1909): oltre al capo famiglia, la moglie Maria Gagliardone (classe 1913) ed i loro tre bambini Vittorio (1933), Luciano (1936) e Maria Grazia (1940), quest’ultima ancora oggi residente a Casale Monferrato, mentre il fratello maggiore è deceduto pochi anni orsono e Luciano vive negli Stati Uniti a Naples.

(estratto dal sito internet dello Yad Vashem: riporta soltanto i nomi dei rifugiati che entrano nell’istruttoria elaborata per il riconoscimento a Don Cossavella)

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Con loro il fratello di Armando, Sergio (n. 18 giugno 1922) che troverà la morte ad Ozegna, trucidato dai nazisti già in fuga ed a Liberazione già avvenuta, il 1 maggio 1945: una vicenda sulla quale torneremo tra breve, ma che meriterà un più completo approfondimento.

Partono anche Ernesto Morello e Fiorenza Muggia, che sono il papà e la mamma del Medico Armando.

Perché si dirigono in Canavese?

Perché il fratello della Signora Maria Gagliardone, moglie di Armando, Giulio Cesare Gagliardone, aveva un piccolo podere in regione Santa Croce di Muriaglio.

Una sistemazione d’emergenza, che ben presto si rivela insufficiente per ospitare tante persone, tanto più temendo il sopraggiungere dei rigori del clima.

Così, la famiglia si divide.

I nonni Ernesto e Fiorenza si trasferiscono presso la locanda del paese, condotta dalla Signora Maddalena Viglia Ron.

Sergio entra in clandestinità unendosi ai Partigiani.

Armando con la moglie ed i tre bambini è accolto da Don Stefano Cossavella.

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La vita nella canonica di Muriaglio procede non senza pericoli.

Il regìme nutre sospetti e gli aguzzini qualche volta fanno irruzione, minacciando di morte tutte quelle persone ritenute in condizione di fornire informazioni.

Informazioni che non arrivano mai, anche quando la mamma di Alessandro Viglia Atton (che, come ricordiamo, sarebbe poi sempre rimasta a vivere con lo zio, di cui fu la “Perpetua”), a scopo intimidatorio, viene messa al muro.

Quando si ha il sentore del pericolo imminente di quelle irruzioni, Armando Morello trova rifugio in un nascondiglio mai violato: una stanza (piuttosto una stanzetta) segreta, circa tre,  metri quadri, alta quasi tre metri, alla quale si accede da uno sgabuzzino: la volta di questo sgabuzzino rivela, spostando una delle travi, una botola che conduce al piccolo vano.

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La solidarietà di un popolo dolente, ma fiero

Non è difficile immaginare che, in una realtà piccola come Muriaglio, più d’uno fosse al corrente, ovvero potesse sospettare di quelle presenze.

Tanto più che il Medico Armando non lesinava di prestare la propria opera professionale a chiunque ne avesse bisogno.

E di necessità a quei tempi ce n’erano di sicuro anche tra la popolazione civile: in periodi in cui erano razionati i generi alimentari, non abbondavano certo né i medicinali, né preparati comunque idonei all’uso medicale.

Di lui si ricorda anche l’aiuto decisivo alle partorienti, che ebbero così la possibilità di dare alla luce i loro bambini con la necessaria (ed allora tutt’altro che frequente) assistenza medica.

Ma, soprattutto, il Dottor Armando Morello interveniva a curare i Partigiani feriti, ospitati da Don Nicolao Debernardi, Parroco di Campo Canavese.

Ci torniamo tra poche righe.

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Ora conviene soffermarsi proprio su questo caso di esemplare accoglienza di una famiglia perseguitata, di solidarietà manifestata dalla gente canavesana.

Anche quando tutto deponeva contro e tanti sarebbero state le occasioni per tradire e “vendere” al regìme quegli esuli.

Basti pensare che, dopo l’8 settembre 1943 (alcune Fonti informano che si fosse già nel 1944), per rappresaglia, i nazisti procedettero al rastrellamento di alcuni ragazzi, poco più che adolescenti e qualche adulto di Muriaglio, inviandoli nei campi di lavoro in Germania.

Un cospicuo gruppo di giovani, su una popolazione residente allora di circa mille abitanti, significa che, direttamente o indirettamente, non furono molte le famiglie risparmiate.

Tra i deportati, il giovane diciottenne Antonio Micheletto, i cui ricordi sono custoditi dalla figlia, Signora Liliana: il papà riuscì a rientrare soltanto alla fine del conflitto.

Ebbene, nemmeno di fronte ad una prova così dolorosa ed estrema, nessuno a Muriaglio propose baratti alle forze nazifasciste, anche se per ottenere la liberazione di un proprio figlio.

Apparve normale non aggiungere altro male al male, altro dolore al dolore e questo è certamente uno degli esempi più luminosi che depongono per la dignità e la fierezza di un popolo.

A Muriaglio, peraltro, trovarono ospitalità e rifugio anche altre famiglie ebree, ad esempio quella dei Levi, che fu ospitata presso la cascina della Signora Margherita Bernardi Gra.

Un’altra famiglia ancora, quella dei Luzzatto, proveniva da Genova, miracolosamente scampata alla vile trappola tesa presso la Sinagoga, il 3 novembre 1943 quando, con l’inganno, i tedeschi fecero convergere cinquanta ebrei che furono così catturati e deportati: nessuno fece ritorno.

Uno dei componenti di quest’ultimo gruppo, allora bambino e rifugiato a Muriaglio, sarebbe poi diventato Rabbino Capo di Genova.

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Quell’ “ospedale” segreto di Don Nicolao

Ci sono esistenze straordinarie capaci di richiamare una verità che sta lì a ricordarci come la via alla santità sia offerta a tutti.

Forse di tanti “Santi minori”, non assurti agli onori degli Altari, non conosciamo i nomi e le storie, ma è certo che, quando verrà l’ora di intraprendere “la strada di ogni uomo sulla terra”, le sorprese non mancheranno e vedremo sedere alla destra del Padre tante persone che in vita furono rivestite d’umiltà.

Uno di questi fu il giovane Parroco della frazione Campo Canavese.

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Originario di Montanaro, Don Nicolao Debernardi era nato nel 1909 (morirà nel 1989) ed era stato ordinato Sacerdote a 25 anni.

Fece il proprio ingresso in Parrocchia, succedendo a Don Giovanni Adda, il 19 luglio 1941.

Per l’occasione, rientrarono dal Fronte anche alcuni giovani del paese.

Fu un momento di festa per tutta la comunità, con la Liturgia animata dalla cantoria che aveva preparato scrupolosamente i canti.

L’organista era arrivato in bicicletta da Strambino, si trattava del Signor Bertone, il padre del Cardinale Tarcisio, allora un bambino di 7 anni.

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Presso la canonica di Campo, accolti e protetti da Don Nicolao, trovavano rifugio i Partigiani feriti.

Arrivavano di notte, anche in questo caso sempre “coperti” dalla gente del posto, che mai tradì: un colpo di fucile esploso da lontano avvertiva che stesse per accadere qualcosa, preferibilmente da…ignorarsi.

E, sempre col favore delle tenebre, era proprio il Dott. Morello a recarsi da loro per prestare le cure necessarie finchè le ferite non fossero guarite ed i combattenti potessero tornare alla lotta.

Ebbe, come valido aiuto, quello di una eccezionale “Infermiera” promossa tale sul campo, la sorella del Parroco.

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La figura eroica di Sergio Morello

Abbiamo incontrato il giovane Sergio Morello tra coloro che, in quella notte di settembre 1943, lasciarono Casale Monferrato alla volta di Muriaglio.

Dopo l’8 settembre aveva scelto senza esitare la lotta partigiana, combattendo come Aiutante Maggiore nella Seconda Brigata della Divisione “Davito”.

Dopo la Liberazione, fu nominato Comandante della Piazza di Castellamonte.

Proprio a Castellamonte, a fine aprile, arrivò una guarnigione di tedeschi che battevano in ritirata, cercando di dirigersi a Nord per rientrare in patria.

Si abbandonarono ad una rappresaglia e, per evitare che ne patissero le conseguenze i civili inermi, Morello si offrì in ostaggio, in vista di una composizione che purtroppo non ci fu.

Così le soldataglie naziste sbandate non esitarono a compiere l’ultimo oltraggio.

Dopo avere subito efferate sevizie, il 1 maggio Sergio fu condotto ad Ozegna insieme ad un suo coetaneo, Giacomo Franco, originario di Ferrara che, come lui, fu passato per le armi.

Fu un crimine a tal punto efferato che il paese ne fu scosso.

Una Signora, Maria Bertoglio, implorò i tedeschi di risparmiare quelle giovani vite, si gettò ai piedi degli aguzzini, che non ebbero pietà.

Alla povera donna fu soltanto consentito di porgere l’ultimo bicchiere d’acqua ai due ragazzi sfiniti per i tormenti e le torture.

Di lei e della sua testimonianza ci parla sua nipote, la Signora Wanda: anch’ella udì quel triste racconto dalla nonna, tante e tante volte.

Possiamo vedere il muro al quale furono addossati: oggi, dopo lavori di ristrutturazione, non si vedono più le tracce dei proiettili di cui fu crivellato.

Una lapide ne ricorda il sacrificio lungo la strada principale di Ozegna, il Corso Principe Tommaso, a pochi passi dal luogo ove si consumò il crimine.

Fino a pochi anni orsono le lapidi erano due, l’altra dedicata a Sergio Morello; nel corso di lavori di ristrutturazione dell’edificio fu purtroppo rotta e non più sostituita, ma sappiamo che ben presto si porrà rimedio.

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Come si vede, questi brevi cenni a percorsi di vita esemplare lasciano intuire lo straordinario patrimonio di carità e solidarietà che è proprio di quelle comunità, civili ed ecclesiali.

Che hanno ancora molto da raccontare e ci ripromettiamo di metterci a disposizione perché ciò sia possibile.

Ma ora conviene tornare a quella “scintilla” scoccata tra i ricordi della Signora Rachele che – se in una partita di calcio regge la strategia di gioco il centrocampista – è stata proprio la “centrocampista” di questa meritoria opera che ha portato al riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” di Don Stefano Cossavella.

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Don Stefano Cossavella, Giusto tra le Nazioni.

Il percorso che ha portato a conferire questo meritato e prestigioso riconoscimento alla memoria di Don Stefano Cossavella, si inizia dunque nel 2019 e rappresenta una sorta di “storia nella storia”.

Perché, evidentemente, Rachele nulla poteva sapere, al di là delle memorie della nonna Domenica, di questa vicenda affascinante.

Come abbiamo detto, ecco formarsi la “squadra” che subito si mette all’opera, con Mauro Rovetto (Presidente Anpi) ed Alessandro Viglia Atton, la cui mamma fu testimone del tempo e coinvolta in prima persona.

(il Signor Alessandro Viglia Atton con il nostro Gian Carlo Guidetti)

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Restava il problema dei contatti – del tutto assenti – con i discendenti di Armando e Sergio Morello.

Si pensa ai canali ufficiali: dalle ricerche presso la Comunità ebraica di Casale Monferrato, a quelle presso l’Anpi.

Ma viene in aiuto – quasi un segno provvidenziale – un…cambio di programma.

Un giorno di gennaio 2020, i discendenti del Medico Morello, il Dott. Davide con la sua famiglia, decisero di recarsi a Muriaglio, anziché in altra località del Canavese, come avevano in precedenza programmato

(il Dott. Davide Morello con la sua famiglia)

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Una visita che terminò presso una trattoria dove trovarono anche informazioni su possibili referenti: lasciarono il biglietto da visita che, pochi giorni più tardi, arrivò a Mauro Rovetto ed a Rachele e tutto ebbe inizio.

La famiglia di Davide Morello subito coltivò l’idea di proporre il Sacerdote canavesano per il conferimento di questo importante riconoscimento internazionale.

L’ente che valuta i “curricula” in Israele è lo Yad Vashem e la ricostruzione storica fu ben presto realizzata: basti pensare che oggi, grazie all’opera di Don Cossavella, sono in vita, in Italia, piuttosto che negli Stati Uniti, ben venti persone.

Agli atti è stato persino possibile allegare una traccia audio straordinariamente acquisita da uno Storico che riuscì a raccogliere la testimonianza dell’ormai anziano Dott. Armando Morello.

Si tratta del Prof. Fabio Meni, Ricercatore presso l’Isral, l’Istituto per la Storia della Resistenza di Alessandria, Docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico “Balbo” di Casale Monferrato.

Lo Studioso, per comporre uno dei suoi lavori di ricerca, molto tempo prima (non dimentichiamo che Armando Morello morì a Casale Monferrato nel 1993) aveva acquisito una registrazione di quel racconto dalla viva voce del principale protagonista della storia, proprio il Medico Morello.

Il quale è stato così e “di fatto” il più autorevole “postulatore” del riconoscimento.

Ora, dopo la comunicazione ufficiale del dicembre scorso (come si vede nell’illustrazione poco sopra) manca soltanto un passaggio: il viaggio a Roma, presso l’Ambasciata di Israele, che compirà Alessandro Viglia Atton con qualche amico, per ricevere l’onorificenza.

Ma ne riparleremo presto.

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Infine, non si potrebbe concludere questo (primo?) lavoro, senza rendere i doverosi ringraziamenti.

In primo luogo, due Sacerdoti legati a Muriaglio e a Campo, luoghi del nostro racconto: Don Angelo Bianchi, Arciprete di Castellamonte, che ne ha la cura pastorale, per l’indispensabile aiuto a riannodare i fili di storie, memorie e percorsi; poi Don Davide Damiano, già Vice Parroco delle stesse comunità parrocchiali, per aver suggerito l’opportunità di realizzare questo lavoro e per averne seguito la realizzazione.

Poi il nipote di Armando Morello, il Dott. Davide, sempre residente a Casale Monferrato.

Ancora, quella che abbiamo chiamato la “squadra”: il nipote di Don Stefano Cossavella, Alessandro Viglia Atton con Rachele Bernardi Gra e Mauro Rovetto.

Con loro le Signore Gisella Viglia Ron di Agliè e Wanda Pollino di Ozegna.

Ultimo, ma non certo per importanza, il Collaboratore di Risvegliopopolare.it,  Gian Carlo Guidetti.

Un sentito ringraziamento anche alla Prof. Elisabetta Acide, Autrice della “Appendice”, che pubblichiamo qui di seguito, un utilissimo “dizionario ragionato” di molte delle espressioni pubblicate in questo articolo, nonché di un esauriente excursus su storia, missione e impegno dello Yad Vashem.

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APPENDICE

(a cura della Prof. Elisabetta Acide)

Le parole Sono importanti, è per questo che vanno scelte ed usate con cura ed attenzione in particolare quando “raccontano” la storia, la Storia e le “storie” che hanno fatto la storia, quella storia che va raccontata, frutto di ricordi e memoria.

Qualcuno usa indifferentemente il termine olocausto e Shoah, io credo che per “raccontare” la vicenda e le vicende di quell’ evento che ha cambiato per sempre la storia del novecento occorra usare i termini corretti.

Il termine olocausto, che deriva dal greco e successivamente dal latino, traduce anche un termine biblico legato alla sfera dei sacrifici cruenti e animali.

Con tale termine si traduce in lingua greca il sacrificio ebraico detto “olah”, ossia innalzamento, un sacrificio che viene “tutto bruciato”.

Il fumo che sale “è odore gradito al Signore”.

La pratica dell’olocausto consisteva nel bruciare interamente la vittima sacrificale.

Con i sacrifici, che comprendevano l’offerta di animali e di vegetali, il popolo di Israele esprimeva la ricerca di comunione o di unione con il suo Dio, che si era rivelato come il Dio dell’Alleanza.

I capitoli 1-7 del libro del Levitico ci offrono una descrizione del rituale che li accompagnava.

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Nella Bibbia troviamo varie modalità di sacrificio a Dio.

Olocausto: è il sacrificio nel quale la vittima viene totalmente consumata dal fuoco (dal greco òlos, “tutto” e kaustòs, “bruciato”).

Oblazione: è l’offerta dei prodotti del suolo (vegetali ed in particolare i cereali), come la farina e le spighe di grano, le verdure e l’olio.

Sacrifici di comunione: mediante questi si rendeva visibile la comunione dell’uomo con Dio, perché la vittima in parte veniva offerta a Dio e in parte era consumata dai fedeli. Erano chiamati anche “sacrifici pacifici” (in ebraico shelamìm, da shalòm, “pace”).

Sacrifici di espiazione e di riparazione: erano quelli offerti per i peccati.

Importante erano quelli offerti nel “Grande giorno dell’Espiazione” (lo Yòm Kippùr), come leggiamo in Lv 16.

Nel tempio di Gerusalemme era in vigore l’offerta quotidiana (chiamata tamìd, “regolare”) dell’olocausto (abitualmente un agnello) e dell’incenso, al mattino e alla sera (Cfr Lc 1,9).

L’offerta dei sacrifici era inserita in un rito e veniva accompagnata da preghiere e canti, come appare nei Salmi 15; 18,3-6; 42; 95; 118.

Gli ebrei indicavano l’offerta presentata a Dio nel tempio con il termine qorbàn (dal verbo qaràb, “avvicinarsi”, “essere vicino”, Cfr Mc 7,11).

Avvicinandosi con la propria offerta al tempio, l’uomo avvicinava se stesso a Dio, realizzando le parole di Sal 73,28; «Il mio bene è stare vicino a Dio».

La parola Shoah, derivante dalla lingua ebraica e utilizzata nella Bibbia con il significato di catastrofe, disastro e distruzione, come “Catastrofe improvvisa e inattesa”.

Una “tempesta devastante”, come ricorda anche il vocabolario Treccani citando la Bibbia (Isaia 47,11).

Ed è proprio nel suo significato letterale la prima “contraddizione”.

Se nell’ebraico Shoah – שואה quella catastrofe viene sottolineata come improvvisa e inattesa, la Shoah storica è stata lungamente annunciata, proclamata dai nazisti che per anni hanno invocato la folle volontà di «purificare il mondo» dagli ebrei, dai rom, dagli oppositori politici in generale.

Alcuni studiosi affermano che la radice trilittera sh–a–h in origine significava ‘fare un gran boato’, ‘crollare con un gran rumore’ per poi passare, col tempo, ad indicare il ‘crollare in rovina’

Il termine era già stato adottato nel 1940 in Polonia e poi nel 1951 in Israele con l’istituzione della giornata nazionale dedicata alla commemorazione dello sterminio (yom ha-shoah).

In Europa, invece, è entrato a far parte del linguaggio pubblico, sostituendo appunto la traduzione dall’inglese di Holocaust.

Shoah è termine ebraico («tempesta devastante», dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11.

“Perciò il male verrà su di te; tu non saprai da dove viene: e la malizia cadrà su di te; tu non potrai rimandare: e la desolazione verrà su di te all’improvviso, che tu non conoscerai.”

Traduzione CEI: “Ti verrà addosso una sciagura che non saprai scongiurare; ti cadrà sopra una calamità che non potrai evitare. Su di te piomberà improvvisa una catastrofe che non avrai previsto.”

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Nota storica per aiutare a comprendere il testo

Isaia 47,1-15 e la fine di Babilonia.

Babilonia, rappresentata come una giovane donna, secondo un’abitudine diffusa, viene giudicata da Dio e condannata.

Nel capitolo 18 dell’Apocalisse, si riprendono alcune immagini di Is 47 per annunciare la caduta di Babilonia che, per quel libro del Nuovo Testamento, rappresenta tutte le potenze del male.

Quando Israele, durante la deportazione, conobbe dal di dentro la cultura babilonese, non fu affascinato e tentato soltanto dai suoi molti dèi potenti e visibilissimi, che rischiavano di prendere il posto del loro Dio diverso, unico e invisibile.

Anche la cultura e l’intelligenza dell’impero neo-babilonese erano per Israele molto seduttive e quel popolo culturalmente elevato e spirituale lo avvertiva in un modo particolarmente forte.

Quella straordinaria conoscenza degli astri, della matematica, la ricca letteratura e i sofisticati miti, gli incantesimi e gli oracoli, “incantavano” anche le migliori menti di Israele.

Non avremmo molti racconti biblici (e non soltanto i primi tre capitoli della Genesi o il diluvio) senza l’incontro con Babilonia, che è entrata profondamente nella tradizione e nel codice simbolico della Bibbia.

I profeti dell’esilio, e tra questi il Secondo-Isaia, furono severi con Babilonia, con la sua religione e con la sua cultura, perché assistevano alla loro penetrazione nel cuore del loro popolo che tentava con fatica di salvarsi dall’ assimilazione: quasi sempre la forza delle grandi critiche dipende dal potere seduttivo delle persone e delle idee che critichiamo.

L’errore più grave che il profeta vede in Babilonia è la mancanza della coscienza della precarietà del proprio successo e potere, e quindi l’emergere del delirio di onnipotenza e di eternità che le impediva di “pensare alla fine”.

Dalla storia sappiamo che gli imperi iniziano la loro decadenza mentre sono nell’apice del successo.

La grandezza, la forza, le conquiste finiscono per auto divorare i grandi, i forti e i conquistatori, se e quando non sono capaci di fermarsi prima di superare il “punto critico” che si trova sul vertice di una parabola che separa il massimo successo dall’inizio del sentiero che li condurrà verso la loro fine.

Riuscire a vedere questo punto critico è estremamente difficile perché coincide con il punto del massimo splendore.

Uno dei compiti, preziosissimi, dei profeti è la loro capacità di vedere in tempo il punto critico e quindi l’avvicinarsi della “maledizione delle risorse”.

I profeti pre-vedono perché vedono prima degli altri l’approssimarsi di questo tipo di crisi, ne sanno cogliere i segnali deboli che sfuggono a tutti gli altri, perché si manifestano nei tempi dell’abbondanza e della prosperità quando nessuno ha voglia di dar retta agli avvertimenti dissonanti dei profeti.

Il profeta non è un tecnico del futuro, non è uno scenarista, è invece ben cosciente che il tempo non è nelle sue mani, sa che il futuro non è sua proprietà privata.

Ma, per vocazione, vede questi valori soglia invisibili nelle splendenti traiettorie di sviluppo.

E lo grida, pur sapendo di non essere ascoltato.

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Shoah, dunque, definisce il progetto di sterminio freddo e pianificato, la “distruzione”, la “soluzione finale”, quella che Elie Wiesel definirà “notte” dell’uomo, dell’umanità.

Ma non dimentichiamo anche in questo periodo di “notte” molti uomini e donne, sono stati “luci”, hanno sfidato la paura, l’indifferenza, per difendere altri uomini, hanno messo a rischio e repentaglio la propria vita per nascondere e salvare gli ebrei in quel periodo storico nella seconda guerra mondiale.

Sono i “Giusti tra le nazioni”, quello per i quali a Yad Vashem vengono piantati alberi, gli alberi che fanno fiorire quella collina a Gerusalemme in quel grande complesso del memoriale che “che dà nome” a tutte le vittime della Shoah, che fa vivere il ricordo della vita prima, durante e dopo, di quelle vite segregate, ghettizzate, annullate, in quel complesso di azioni concertate, volto all’ annientamento e allo sterminio.

I “giusti tra le nazioni” uomini e donne di “buona volontà” che devono essere ricordati perché aiutano a ricordare come “Chi salva una vita salva il mondo intero” (Talmud).

Risale agli anni ‘60 del XX Secolo la ricerca specifica del memoriale della Shoah Yad Vashem di Gerusalemme che ha costituito una commissione per vagliare, secondo criteri rigorosi e verificati, testimonianze e documenti,

Lo Yad Vashem conferisce l’onorificenza di “giusto” tra le nazioni a chi, non ebreo, ha salvato la vita ad ebrei.

Il numero dei “giusti” ad ora supera i 27 mila, di nazionalità diversa, tra cui (circa 700) molti italiani.

Anche in questo caso l’origine del termine è importante: “giusto” nell’ antichità era un non ebreo che aveva rispetto per Dio ed era “amico” degli ebrei.

Medaglia, certificato d’ onore, cittadinanza onoraria dello Stato di Israele, albero messo a dimora…  ma i giusti sono molto di più: sono uomini e donne che vanno ricordati, il cui esempio deve essere come una “luce” per indicare che tutti possono sempre scegliere da che parte stare, che non si nasce eroi, ma uomini, e le persone hanno in loro l’umanità, la coscienza, la possibilità di scegliere da “che parte stare”, di agire e usare la libertà per il bene, il vero, il bello, il giusto.

Un ricordo eterno.

C’ è un termine nella Bibbia, “Zachor, un imperativo che possiamo tradurre con “ricorda”!

“Ricorda ciò che ti ha fatto Amalek” (Dt 25,17): l’aggressione della retroguardia ebraica, dove si trovavano le persone più deboli, usciti dall’Egitto.

Non basta ricordare, occorre non dimenticare, ecco perché quegli alberi sono lì in quel giardino, ai lati di quei viali, sono lì con le loro chiome, con i loro rami, con le loro radici, sono lì a ricordarci che, nonostante il male, profondo, radicale, il bene è sempre possibile.

Ricordare nell’ ebraismo dipende dalla presenza delle persone, che narrano, raccontano, ascoltano.

Ecco perché è importante raccontare le vite dei giusti, ecco perché abbiamo il dovere morale di “dare voce e volto” alle vittime, ai salvatori, ai salvati, ai senza nome, a coloro che non avranno neppure una tomba … perché la “storia siamo noi”, uomini e donne che hanno “fatto la storia”, quella del coraggio, quella dell’impegno, quella che in ogni persona riconosceva in “Portatore di diritti” inalienabili e irrinunciabili, quella dell’impegno contro l’indifferenza.

Memoria, dunque, del passato per costruire il futuro, memoria dei “giusti”, memoria delle azioni, dei gesti, della vita, delle scelte, della responsabilità.

La straordinaria scelta del bene: raccontare per ricordare, ricordare per raccontare.

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