C’è bisogno di riconoscere l’altro, non di combatterlo

(Susanna Porrino)

Da quando il concetto di “diritto”, con tutte le idee e le implicazioni che esso comporta, è entrato a fare parte della storia del genere umano, affiancandosi ad una sempre maggiore consapevolezza del valore da attribuire alla vita e all’individuo in tutti i suoi aspetti, esso è andato via via diffondendosi di popolazione in popolazione, spingendo gruppi di uomini in diverse parti del pianeta a dare inizio alla propria battaglia per il raggiungimento di una situazione di giustizia e parità. Si è dato così avvio a un processo ancora aperto che vede oggi coinvolte, seppur in maniera diversa, un numero sempre crescente di culture e civiltà.

Se dunque anche in quei Paesi che nella nostra prospettiva definiamo “arretrati” si stanno facendo oggi sempre più definite e delineate le lotte per il riconoscimento dei diritti e del valore umano nelle sue componenti più essenziali, nella nostra realtà occidentale ciò che si sta verificando è invece estremamente diverso.

Mentre su alcuni fronti tale evoluzione sembra essersi fermata (o perché ha raggiunto gli obiettivi richiesti, o perché semplicemente incapace di continuare a muoversi), in altri ambiti essa ha assunto caratteristiche completamente diverse da quelle di partenza, cedendo a volte a toni troppo radicali oppure sfociando in movimenti che, paradossalmente, hanno ristabilito una situazione di disparità e frustrazione.

Tale fenomeno si sta rendendo sempre più evidente – soprattutto a livello mediatico – nel contesto delle discriminazioni di genere, che negli ultimi anni hanno visto accendersi da varie parti tensioni sempre più forti e opinioni sempre più estreme.

Se inizialmente il simbolo della lotta era rappresentato esclusivamente da un movimento femminista che presentava una serie di richieste politiche e sociali ben precise, oggi a regnare è la totale confusione. Già da qualche anno alcune neo femministe particolarmente accanite erano state accusate di trasmettere un senso di aggressività e superiorità nei confronti degli uomini; ma ciò che è stato ancora più determinante è stato l’ingresso nella cultura del politically correct della valorizzazione della donna, con la diffusione di un’eccessiva e infondata esaltazione della figura femminile in modo del tutto retorico e senza alcun risvolto pratico (si pensi ad un sondaggio lanciato dal Corriere della Sera appena un paio di settimane fa, in cui, alla domanda “chi tra donne e uomini salverà il mondo post–covid?”, l’88% dei partecipanti avrebbe votato “donne”).

Il tutto provocando l’insorgere nella controparte maschile di analoghi movimenti volti a rimarcare il valore e le pressioni a cui l’uomo stesso è sottoposto e dando il via ad un acceso rancore tra le fazioni più estremiste di entrambe le parti.

Se, ovviamente, la maggior parte degli individui non si sentono direttamente coinvolti in tali meccanismi, il senso di astio e di insoddisfazione delle due parti di popolazioni che da essi viene alimentato, è giunto a creare anche a livello indiretto una tensione ed una ferita particolarmente profonda in quello che avrebbe dovuto essere un rapporto di equilibrio e convivenza.

Il sentimento di divisione e di accusa generalizzata e rivolta ad un’unica categoria (in questo caso, legata al genere), incoraggiato da queste correnti di pensiero, rappresenta infatti un ottimo mezzo per convogliare la frustrazione e le delusioni emotive inevitabili nella vita umana.

Tanto più nel caos relazionale in cui è precipitata negli ultimi decenni la nostra civiltà, costretta a incastrare i rapporti interpersonali tra il pesante carico di pressioni provenienti dall’esterno e la ricerca continua e individuale di un piacere immediato e senza vincoli.

L’unico modo per mettere fine a questi meccanismi potrebbe essere il recupero della capacità di ascoltare e accogliere in maniera empatica il dolore e le insoddisfazioni di chi ci sta accanto; il rifiuto del fallimento e l’impossibilità di riconoscerci nella nostra umanità hanno generato un senso di solitudine e un sentimento di rancore di cui necessitiamo per allontanare l’idea dell’umiliazione, ma che non può che essere consumato in una guerra incontrastata e senza senso fra le due parti.

Solamente recuperando la bellezza del confronto, il valore e la dignità della sofferenza e riscoprendo la profondità di ogni individuo (non riducibile alla categoria a cui esso appartiene) potremo restituire una parvenza di umanità a quella che, altrimenti, non sarebbe altro che un assurdo combattimento in grado di annullare gli sforzi di chi in passato ha realmente combattuto per un mondo in cui la libertà e il rispetto umano avrebbero prevalso sopra ogni forma di orgoglio e rivalsa.

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