In questi giorni mi accompagna una canzone che torna spesso nei miei shuffles di Spotify: “Sogni” dei Patagarri. È un brano che respira largo. Dentro c’è un sogno che attraversa le distanze, dove romanticamente la distanza non è importante, “solamente sognami”. Mi colpisce questa libertà: il sogno come spazio in cui si può volare, come luogo in cui l’assenza si accorcia e la fame di vita trova voce.

Da qui nasce una domanda che pure mi riguarda da vicino: i giovani sognano? E io, cosa sogno? Per una volta resto dentro la mia età. Sogno una famiglia, un futuro condiviso con le persone che amo. Sogno una realizzazione professionale che abbia un senso, sogno una felicità concreta, quotidiana. Forse è proprio questa parola a tenere insieme tutto. La felicità come pienezza, come coerenza tra ciò che si è e ciò che si vive.

I ragazzi sognano con fame. Cercano un posto nel mondo, cercano di capire chi sono, desiderano vedere fiorire ciò che portano dentro. Nei sogni c’è la voglia di correre, di scrivere e riscrivere la propria storia, di salire sul palco della vita con il fiato corto e il cuore acceso. C’è il timore di perdere tempo, e insieme la speranza che il panorama ripaghi la fatica della salita.

Tuttavia le relazioni e le dinamiche del mondo possono diventare un ostacolo. Si offrono immagini perfette, strumenti potenti, possibilità infinite. Si costruiscono bolle luminose che seducono e poi si sgonfiano. Resta addosso quella sensazione di sogni incrinati che attraversa la Roma de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino: desideri eleganti, malinconie trattenute, promesse rimaste a metà. E oggi fa strano il ragazzo che realizza i propri sogni, ed è un caso unico, questo fa riflettere molto.

In questo scenario risuona come un passaggio di consegne “Sogna, ragazzo, sogna” di Roberto Vecchioni, riportata alla luce anche con Alfa. “Manca solo un verso a quella poesia / Puoi finirla tu?”. È l’immagine di una generazione che affida la penna a chi viene dopo, che lascia spazio, che si fida. Non sempre accade. Spesso chi detiene responsabilità continua a occupare il centro, a decidere i confini, a indirizzare desideri e linguaggi.

Ai giovani serve spazio vero. Spazio per sbagliare, per scegliere, per cercarsi. Sognare resta un atto serio, quasi necessario. È il modo con cui si tiene aperto il futuro. E forse la richiesta più semplice resta questa: sognare un mondo in cui ai ragazzi sia dato il tempo e il respiro per diventare ciò che sono.