Chester Maurice Lea, il Canavesano di Mercenasco che portò l’uomo sulla Luna

(Fabrizio Dassano)

Sabato 30 ottobre alle ore 21 presso la ex scuola elementare – sala conferenze in via Giovanni XXIII, 4 a Mercenasco, serata pubblica organizzata dalla biblioteca comunale “Luisa Mosso”, dall’Amministrazione comunale e in collaborazione con “Canavese aneddoti e misteri” in cui sarà presentato in anteprima il cortometraggio dal titolo “Chester Maurice Lee, il canavesano che ci portò sulla luna” realizzato da Roberto Gillone su soggetto dello scrivente e sceneggiatura di Paola Scibilia. In contemporanea sarà lanciato sulla piattaforma Youtube all’indirizzo: https://
youtu.be/jgrXtVO8MBA.

Negli Usa il cognome divenne Lee e i suoi genitori Giuseppe Pasquale Lea e Maria Catterina Fiorina, erano emigrati ragazzini con entrambe le famiglie. Giunsero a Ellis Island nel dicembre 1895 e raggiunsero la città carbonifera di New Derry in Pennsylvania. Si sposarono nel 1908 e si spostarono a Latrobe dove aprirono uno spaccio per minatori. Ebbero due figli e Chester nacque il 6 aprile 1919. In casa era chiamato “Chet” che è la canavesizzazione della voce piemontese “Cit” (piccolo, bambino).

Si diplomò alla Latrobe High School dove fu rappresentante degli studenti, sportivo e membro della banda musicale della scuola. Nel 1936 venne ammesso all’accademia navale degli Stati Uniti di Annapolis nel Maryland, dove si sarebbe laureato ufficiale nel 1942 dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour alla fine del 1941. L’Us Navy lo inviò all’università Massachusetts Institute of Technology dove studiò e completò l’addestramento radar. Il 18 aprile 1942 Chester riuscì a sposare la fidanzata Rose Mc Ginnis, figlia di immigrati irlandesi. Tornato in servizio come ufficiale di marina, visse due momenti infernali: il 27 marzo 1943 imbarcato sul cacciatorpediniere “USS Salt Lake City” si scontrò con la marina imperiale giapponese a sud delle isole sovietiche del Commodoro nell’Oceano Pacifico.

Seppur senza radar, i Giapponesi inviarono senza saperlo grosse unità da guerra e la battaglia si scatenò per qualche ora finché gli americani dovettero ritirarsi e l’unità di Chester fu pesantemente danneggiata.

Ma l’esperienza peggiore Chester la visse nella battaglia di Okinawa: ufficiale d’artiglieria a bordo del cacciatorpediniere “USS Drexler” fu nell’inferno dei 98 giorni di battaglia per strappare l’isola di Okinawa alle forze giapponesi. Il 28 maggio 1945 alle 7:45 Chester dirigeva verso la controaerea della nave un assalto kamikaze. I due velivoli si schiantarono ed esplosero sul ponte e la nave affondò in due minuti uccidendo 158 marinai. Chester fu tra i 51 fortunati sopravvissuti. Tornato a casa, continuò il servizio in marina studiando e realizzando il programma dei missili balistici teleguidati.

Dal 1947 le due potenze vincitrici del conflitto mondiale iniziarono una vera e propria corsa agli armamenti: la guerra fredda tra blocco occidentale e orientale, ebbe nello sviluppo missilistico nucleare il cardine della potenza militare e i vettori saranno abbondantemente sviluppati e sfruttati per la conquista dello spazio. Chester fu nel team che affrontò il problema della guida del missile del programma Polaris, un missile balistico lanciato da un sommergibile sott’acqua. Nel 1957 i Sovietici misero in orbita con successo Sputnik 1 e iniziò la gara Usa-Urss, scioccando gli americani che istituirono la Nasa (agenzia nazionale dell’aeronautica e dello spazio). Chet era impegnato nella guerra elettronica in Vietnam quando la sua nave la “USS Gyatt” entrò a far parte del programma spaziale diventando stazione di recupero del progetto Mercury.

Ma il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin, il primo essere umano a viaggiare nello spazio a bordo della navicella Vostok 1 diede un altro duro colpo al prestigio americano: il mese successivo il presidente Kennedy dettò la nuova linea americana per lo spazio: non c’era il tempo di rimandare la conquista della Luna. Chester dopo 24 anni di servizio in marina rassegnò le dimissioni per trasferirsi al Pentagono col grado di capitano al servizio del Segretario della difesa Robert Macna-mara. Voluto dalla Nasa, vi entrò nel 1966 per restare profondamente coinvolto nei suoi programmi. Nei 23 anni che trascorse alla Nasa, ebbe via via ruoli sempre più importanti: dal radar passò alla gestione delle pressurizzazioni delle navicelle del programma Apollo e tra i vari esperimenti e missioni visse autentiche tragedie: il 27 gennaio 1967, era al fortino di Cape Canaveral durante il conto alla rovescia simulato per l’Apollo 1, quando scoppiò un incendio a bordo, Chet stava monitorando le attività in cabina e ascoltando tutto tramite le cuffie mentre i tre astronauti perivano tra le fiamme. Diventò responsabile di missione lunare dall’Apollo 11 all’Apollo 17, sotto la direzione generale di un altro figlio di immigrati italiani della Basilicata: Rocco Anthony Petrone.

Chet collaborava ad ogni aspetto della corsa nello spazio con grande entusiasmo. Si interessò all’elettronica di controllo del Lem: il modulo che doveva svolgere la funzione di ascensore degli astronauti sul suolo lunare e costruì un modellino in carta velina. Il successo con l’Apollo 11 arrivò il 16 luglio 1969: dopo 4 giorni dal decollo scesero i primi uomini sulla luna, gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Un altro periodo critico vissuto da Chet e da tutto lo staff della Nasa fu durante la missione Apollo 13 decollata l’11 aprile 1970 dal Kennedy Space Center. Do-veva essere la terza missione a sbarcare sulla Luna, ma diventò celebre per il guasto che impedì l’allunaggio e rese difficoltoso il rientro sulla terra. Il nostro Chet era responsabile della pressurizzazione dei moduli occupati dagli astronauti, cosa che riuscì a gestire malgrado l’esplosione del serbatoio di ossigeno liquido che pregiudicò la produzione di energia elettrica. Il 7 dicembre 1972 da Cape Canaveral, avvenne il lancio del razzo Saturn V che portava la missione Apollo 17: undicesima e ultima missione con equipaggio umano a superare l’orbita terrestre bassa del programma spaziale Apollo della Nasa: a bordo i tre astronauti Eugene Cernan, Ron Evans e Harrison Schmitt che rimane l’ultimo uomo ad aver messo piede sul suolo lunare, mentre Cernan l’ultimo ad averne lasciato la superficie. Proprio lui nelle sue memorie ricordava con grande affetto Chet Lee che aveva trascorso molto tempo con gli astronauti nei simulatori di volo e con loro camminava sui campi di lava delle Hawaii, usati come campi di addestramento per le escursioni lunari. Allena-mento per capire – dalla Terra – come si sarebbero trovati gli astronauti sulla Luna, condividendo le loro medesime esperienze pratiche.

Con la fine della guerra fredda Chet partecipò ad una nuova sfida: il 17 luglio 1975, una navicella spaziale del programma Apollo ed una capsula Sojuz si agganciarono nell’orbita intorno alla terra, consentendo ai due equipaggi di potersi trasferire da una navicella spaziale verso l’altra. Fu la prima collaborazione tra gli stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica nel settore dei voli nello spazio e sentenziò la fine della corsa. Con l’esperienza acquisita il nostro fu inserito a pieno titolo nel programma Space Shuttle per il lancio di un veicolo con equipaggio nello spazio dal 1981 al 2011 del governo americano.

Nel 1984 il presidente Ronald Reagan annunciava il programma “teacher in space”, l’insegnante nello spazio che aveva come obbiettivo quello di stimolare gli studenti statunitensi nello studio della scienza, della matematica e dell’esplorazione spaziale. Chet tenne incontri con i candidati aspiranti al programma sui rischi che potevano incontrare e tra di loro conobbe Christa Mcauliffe. Sarebbe dovuta diventare la prima insegnante presente in un programma spaziale a tenere una lezione di scienze dallo spazio, ma il giorno del lancio qualcosa andò storto, il Challenger esplose in una nube di fuoco in volo, il 28 gennaio 1986.

Nel 1988 all’età di 69 anni, Chet lasciò la Nasa ma non andò mai in pensione: fondò con la medesima passione la Spacehab, società di componentistica elettronica che lavorava per la Nasa. Durante un’operazione a cuore aperto il 23 febbraio 2000 qualcosa va storto e Chet muore in un ospedale di Washington quando stava per compiere 81 anni. La figlia Virginia gli ha dedicato un memoriale e la sua vecchia scuola di Latrobe una mostra permanente per il suo allievo più illustre.

Il capitano Chester Maurice Lee, funzionario del governo americano, ebbe molteplici onorificenze dal governo e fu commemorato in un discorso al Congresso. La sua tomba è al cimitero nazionale di Arlington dove riposa insieme alla moglie. Uomo appassionato e devoto al lavoro, diede il suo importante contributo alla storia dell’astronautica, ma non dimenticò mai le sue origini e il paese di Mercenasco: da giovane vi era tornato con i genitori nel 1921, nel 1923 e nel 1926. Continuò a tornarci anche in età matura: l’ultima volta nel 1997 con la moglie.

Tra il 1891 e il 1895, quando i genitori di Chester emigrarono, l’Annuario statistico riporta che dalla sola provincia di Torino emigrarono 48.071 persone, che sommati alle altre province, raggiunsero la cifra impressionante di 152.814 Piemontesi, di questi, 45.089 attraversarono l’oceano per giungere nelle Americhe.

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