(Editoriale)

Nell’era di internet, del web, dei social che macinano tante stupidaggini e poche cose buone, quando tutto è messo alla mercé di tutti, i fatti e i misfatti pubblicati quasi in diretta, quando la preoccupazione maggiore è quella di far sapere, far vedere e far sentire sui social perché – si dice, ma non è vero – siamo nell’era delle comunicazioni, dello scambio, dell’informazione, della diretta a tutti i costi, dell’immediatezza, dell’iperrealismo, ebbene in questa éra – proprio in questa éra – si può morire ed essere ritrovato dopo giorni e persino settimane.

Ritrovato non perché non ti hanno più visto in giro, e qualcuno ha finalmente seriamente pensato a te mostrando un tantino di compassione, ma ritrovato perché ormai puzzavi tanto da impestare l’aria circostante. Nessuno ha fatto caso che mancavi dalla società, anche se avevi deciso di non farti vedere troppo; è la puzza del tuo corpo in decomposizione che ha fatto pensare che poteva essere successo qualcosa. E’ il disturbo della puzza che ha fatto scattare la domanda.

E da lì il pensiero – solo il pensiero, ovviamente – retroattivo, che già, è vero, quelle poche cose che facevi in pubblico da qualche giorno mancavano. Ma poteva essere qualsiasi cosa, perché mai star male, perché mai la morte?

Tutto coincide con lo stile odierno del più ampio menefreghismo, del disinteresse, dell’egoismo che ci ha resi così tanto comunicatori che persino quando camminiamo a testa bassa avvolti nelle cuffiette e impegnati a chattare, non solo non ci accorgiamo di chi ci sta davanti, ma gli andiamo tranquillamente a sbattere addosso.

Il dramma della solitudine non è solo per chi muore, ma anche per chi resta in vita, noi, vittime e attori allo stesso tempo di una umanità sciolta come neve al sole, vuota come una pozza nel deserto, che non ha occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare, soprattutto non ha cuore che batte. E non sarà il web a salvarci.