“Chi sono, o che cosa voglio essere io?”: una domanda dalla quale è sbagliato fuggire

(Susanna Porrino)

Per quanto l’inclinazione generale sia quella di negare l’esistenza di etichette e definizioni, in una realtà moderna che vuole vedere riconosciuta la piena legittimità ad ogni modo di essere e la piena fluidità nella espressione di ciascun individuo, l’uomo di oggi continua ad avere un estremo bisogno di trovare una definizione di sé nella quale riconoscersi.

Nell’instabilità e nell’incertezza che domina anche le situazioni più concrete e meno filosofiche della vita – nelle quali siamo chiamati a scontrarci con un panorama lavorativo estremamente variegato ma precario, con la necessità frequente di spostamenti di nazione in nazione (che, per quanto arricchenti, necessitano ogni volta di un ulteriore taglio alle proprie radici) e con la prospettiva continua di cambiamenti –, il naturale bisogno di certezze dell’uomo ha necessariamente dovuto trovare nuovi modi per realizzarsi.

Ciò che un tempo era rappresentato dalle cosiddette “etichette” e dai rigidi ruoli (sociali e famigliari) dell’individuo, oggi tenta di essere replicato attraverso il successo o l’insuccesso lavorativo e scolastico.

L’orientamento universitario e la conseguente scelta richiesta agli alunni è estremamente difficile e ardua da compiere oggi, perché pone per la prima volta lo studente di fronte ad una domanda (“chi sono io, o che cosa voglio essere?”) che la realtà quotidiana, nel tentativo di respingere un quesito tanto scomodo e poco utile a livello consumistico, ha tentato il più possibile di ignorare eliminando la necessità di scegliere.

Le scelte imponenti, definitive o radicali oggi sono rarissime, a livello individuale quanto collettivo; e per quanto anche le scelte universitarie o professionali presentino ormai quasi sempre l’eventualità di un cambiamento, rimangono ugualmente le uniche rimaste a nascondere in sé un senso di tensione e importanza che non può essere aggirato.

Privati di qualunque altro contesto in cui mettere in gioco se stessi in maniera considerevole, la carriera lavorativa (o il rifiuto di essa) è divenuta oggi il nostro unico biglietto da visita con cui comunicare al mondo esterno chi siamo, e, soprattutto, con cui mettere in evidenza quel po’ di unicità personale negatoci dalla standardizzazione a cui siamo sottoposti.

Eugenio Montale, uno dei più celebri fra i poeti italiani che hanno vissuto l’oscurità e lo smarrimento del secolo scorso, definiva l’uomo della società di massa “un estraneo vivente tra estranei”, sconosciuto a se stesso e, per questo, incapace di esplorare e condividere con altri gli aspetti dell’esistenza che si trovino al di sotto della sua superficie.

Ormai identificati con ciò che facciamo e spinti lontano da ciò che possiamo essere, viviamo all’ombra del mito di una produttività che porti al successo e alla realizzazione, dimentichi del fatto che essa ha sempre fatto parte dell’uomo e che anzi il disagio che oggi viene sperimentato (soprattutto dagli adolescenti) proviene proprio dalla sua assenza nella nostra vita: molti ragazzi, abituati ad una quotidianità priva di stimoli e di occupazioni estranee al mondo dei divertimenti e del relax, vivono paradossalmente in un costante senso di pigrizia e svogliatezza. Fuggono il problema della propria identità rifiutando ciò da cui oggi l’identità è rappresentata, ovvero la fatica e l’impegno, e finiscono per perdere se stessi, non riuscendo a realizzarsi né come individui né come parte di una società.

Sarebbe bello poter recuperare il coraggio di trovarsi soli con se stessi e fermarsi, sottraendosi per un attimo a quella turbolenta frenesia che a volte rende la vita un grosso vortice che fa sparire qualunque cosa risucchiata al suo interno.

Più ancora, forse, sarebbe bello eliminare il principio dell’esclusività che domina la nostra mentalità, per cui è oggi difficilissimo far convivere attesa e movimento, pensiero e azione, bisogno di unicità e bisogno di socialità.

Riaccogliere la dimensione umana come una dimensione in cui conciliare fluidità e definizione riporterebbe forse un equilibrio nel grande caos in cui ci muoviamo; e probabilmente contribuirebbe anche a diminuire il disagio di dover fuggire continuamente dai dubbi che hanno sempre animato l’uomo, e i giovani in modo particolare.

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