Il referendum sulla Giustizia (in programma il 22 e 23 marzo prossimi) sembra il bis della consultazione del giugno 2025 su lavoro e cittadinanza: maggioranza e opposizione lo hanno trasformato in un voto pro-contro il Governo Meloni con i temi specifici in ombra.

Il rischio è una limitata partecipazione alle urne, anche se non è previsto il quorum.
Nella maggioranza il più esplicito è stato il “potente” sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che ha previsto elezioni anticipate dopo la vittoria del sì sulla legge Nordio. Giorgia Meloni ha rettificato il tiro, anche per evitare uno scontro istituzionale con il Quirinale (la Costituzione affida al Capo dello Stato i poteri di scioglimento delle Camere). Resta l’opinione unanime di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia sul significato politico del referendum.

L’opposizione, con Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e il segretario della Cgil, Landini, ha camminato in conferenza-stampa sullo stesso schema: la vittoria del “no” come premessa della sconfitta del Governo alle politiche.

Anche i Centristi si muovono come nel giugno ’25: per il sì Calenda e i “miglioristi” del Pd, libertà di scelta per i Renziani, in larga parte favorevoli alla legge Nordio.
Sui media (e in particolare nel talk-show) prevale lo stesso schema: priorità al confronto Meloni contro Schlein-Conte, minore attenzione ai quesiti referendari (in primo piano la separazione delle carriere tra Pubblico Ministero e Magistrati giudicanti, la divisione del CSM in due strutture con estrazione a sorte dei componenti, la custodia cautelare …).

Sono temi essenziali per il funzionamento della Giustizia: meriterebbero più rilievo dalla politica e dai media, prima del voto di marzo.
I due referendum in fotocopia (giugno ’25 e ora) sono inoltre un chiaro segnale dell’immobilismo del quadro politico, nonostante le baruffe quotidiane. Nel destra-centro la Meloni non ha concorrenti e difende i suoi due vice: Tajani dall’assalto dei Berlusconi (che vorrebbero per Forza Italia una guida più dinamica), Salvini dalla crisi del Carroccio (diviso tra l’altra destra del generale Vannacci, filo-Putin, e i “centristi” del Nord, guidati dall’ex Governatore veneto Zaia). Le fratture nella Lega sono il vero fattore di rischio per il destra-centro.

Nel “campo largo” continua a mancare una guida, nonostante il forte appello dello storico Mieli sul “Corriere”. La Schlein e l’ex premier Conte sono in aperta competizione, mentre si affacciano nuove candidature. Nel Pd resta aperta la collocazione della minoranza riformista (15% della Direzione), prevalentemente formata da ex Popolari (Delrio, Guerini, Gori …). L’obiettivo è la correzione della linea radicale del Pd, in un confronto con la Schlein. L’alternativa è la nascita di una nuova formazione di centro-sinistra come la “Margherita” di Rutelli e Prodi, nella convinzione che il modello bipolare destra-sinistra favorisca la Meloni, com’è avvenuto nel ’94 nello scontro Berlusconi-Occhetto. A questa iniziativa dovrebbe aderire anche il professor Ruffini, con il movimento “Più uno”.

Camminano invece per la loro strada gli ex alleati centristi Calenda e Renzi: il leader di Azione punta ad una nuova legge elettorale che gli consenta di correre da solo fuori dai due Poli, mentre l’ex premier conferma l’alleanza con la Schlein, riservandosi in extremis la candidatura a Palazzo Chigi della neo-sindaca di Genova Silvia Salis, che si definisce “cattolica, madre, moglie”.

Ma la politica, oltre ai leader, dovrà badare alla nuova geografia mondiale, nell’era Trump-Putin-XI. Sarà essenziale il nuovo respiro europeo delle coalizioni, la priorità al tema della pace, il rifiuto della logica di potenza, il prevalere dello Stato di diritto e del multilateralismo, il rispetto di ogni persona.

I programmi politici delle elezioni (che si tengano nel 2026 o alla scadenza naturale del 2027) non potranno essere la fotocopia del voto del ’22 perché il mondo è cambiato e l’Italia non può essere confinata ad un ruolo marginale da una classe politica “provinciale”. I tempi burrascosi richiedono leader autorevoli, alla Mattarella.